Se il bebè piange troppo


Se il bebè piange bisogna lasciarlo singhiozzare, per educarlo fin dalla culla, oppure correre a consolarlo col rischio di viziarlo? Annoso dilemma per qualsiasi neogenitore, il quesito ha ora una risposta che non ammette repliche: meglio intervenire al più presto per calmare il piccino. Una ricerca d’avanguardia, in corso a Firenze, spiega che piangere troppo sottrae ossigeno al sangue, dunque al cervello, con rischi per l’apparato neurologico, specie in bambini prematuri (cioè nati prima della 37esima settimana di gestazione) o di peso inferiore ai 2,5 chili. In conseguenza del trauma, possono aversi ritardi nei livelli di attenzione e di apprendimento, anche in età prescolare e scolare. È una delle prime risposte di uno studio ideato da Università di Firenze e Ospedale Meyer. Si tratta, spiega una nota, di uno dei circa 150 progetti finanziati nel 2008 dall’Ente Cassa di Risparmio di Firenze con oltre 18 milioni di euro, che verrà presentato l’11 giugno nel capoluogo toscano nel corso della Giornata della Ricerca.

Varata un anno fa, la ricerca è fra le pochissime in Italia ad affiancare bioingegneri e pediatri: da un lato l’ateneo con gli specialisti del gruppo di Bioingegneria del Dipartimento di Elettronica e Telecomunicazioni coordinato dalla professoressa Claudia Manfredi, dall’altro il Meyer con il professor Giampaolo Donzelli e il reparto di Terapia Intensiva Neonatale. Innovativo anche il modello sperimentale. Nella circostanza, l’equipe di ingegneria ha infatti messo a punto un sistema di acquisizione sincronizzata di dati provenienti da strumenti diversi, del tutto non invasivi. Uno spettroscopio all’infrarosso (NIRS) per registrare attraverso una fascetta frontale il livello di ossigenazione cerebrale; un microfono opportunamente installato per registrare il pianto; un pulsi-ossimetro per rilevare ossigenazione periferica e battito cardiaco con un sensore applicato su un piede del neonato.

Da sempre acquisiti singolarmente (l’audio, per la verità, è stato raramente preso in considerazione), questi tre dati accorpati e sincronizzati hanno offerto il quadro esatto di ciò che avviene quando un bebè piange a dirotto. «Avviene appunto – spiega la professoressa Manfredi – una conferma della nostra tesi di partenza, ossia che il pianto prolungato può causare una de-ossigenazione del sangue e che il cervello di organismi non ancora pienamente formati come quelli dei neonati prematuri può soffrirne fino a sfociare in seri problemi evolutivi. Se molto piccolo, un neonato piange perchè è il solo modo che ha per manifestare un problema reale, più o meno grave. Si tratta dunque di capire cosa gli è successo. Le ultime tendenze in campo pediatrico sembrano orientate a consigliare ai genitori di seguire l’istinto naturale, animale se si vuole, di proteggere questi piccolini: abbracciarli, comunicando così amore e protezione, e verificare il da farsi».

Fonte:

www.Corriere.it


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