I nostri bambini rischiano di mangiare troppo alluminio

La quantità di alluminio nella dieta settimanale degli europei non dovrebbe superare 1 mg per chilo di peso. È il parere dell’Efsa, l’Autorità europea per la sicurezza alimentare che ha ridotto di ben sette volte la soglia precedente. L’alluminio, presente naturalmente nell’acqua e in diversi vegetali, tende ad accumularsi nell’organismo e oltre certi livelli potrebbe creare interferenze con il sistema riproduttivo e nervoso. Il problema si pone per il metallo “nascosto” in molti beni di consumo (come i deodoranti), in additivi usati come agenti lievitanti per i prodotti dolciari (fosfato acido di sodio e alluminio, indicato con la sigla E541) e in alcuni medicinali (antiacidi e acido acetilsalicilico tamponato).

Secondo l’Efsa gli alimenti che incidono di più sul livello di alluminio dell’organismo sono i cereali e i prodotti da forno: pane, dolci, biscotti. Seguono le verdure: spinaci, lattuga e funghi. Infine tè, cacao e spezie. Secondo ricerche svolte in Francia, Italia, Olanda, Inghilterra e Svezia (dai risultati per altro non omogenei), l’assunzione media settimanale di alluminio, per un adulto, varia da 0,2 e 1,5 mg/kg di peso; nei bambini e nei giovani può raggiungere i 2,3 mg/kg (due volte la soglia fissata). Chiarisce però al Corriere della Sera Catherine Leclercq, membro del gruppo di esperti che ha redatto il documento: «I dati a disposizione non indicano alcuna necessità di modificare la dieta, salvo rispettare la regola di variare le scelte alimentari, in particolare quelle dei bambini».

Il documento ritiene, invece, trascurabile la quantità di alluminio ceduta da rotoli, vaschette e utensili da cucina (a meno che non servano per conservare alimenti acidi, come sugo di pomodoro e cetrioli sott’aceto. Assolte anche le lattine delle bibite: il rivestimento di plastica interno evita il contatto diretto con le bevande caratterizzate da un livello di acidità in grado di interagire.

Capitolo a parte, il latte in polvere: i livelli di assunzione di alluminio nei lattanti che lo utilizzano si avvicinano ai valori soglia e in alcuni casi arrivano a 4 volte di più. Più a rischio il latte a base di soia, probabilmente per la capacità della leguminosa di concentrare il metallo. «Perciò — conclude la Leclercq nella sua intervista al Corriere della Sera — è necessario effettuare controlli su tutti i tipi di latte commercializzati». L’Efsa nega infine l’esistenza di un legame (ipotizzato da ricerche inglesi) tra alluminio nella dieta e malattie neurodegenerative, come l’Alzheimer.

Fonte www.corriere.it


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