Gravidanza: in Italia esami invasivi per 1 mamma su 5


Lo rivela il Censimento dei test genetici 2007, presentato oggi a Roma e promosso dalla Società italiana di genetica umana (Sigu). “Ormai – spiega Bruno Dallapiccola, direttore scientifico dell’Istituto Css-Mendel di Roma – abbiamo raggiunto un plateau per quanto riguarda le diagnosi prenatali invasive: di fatto il numero di quelle citogenetiche, pari a 127.919, è di poco superiore ai valori registrati nel 2004, e conferma che oltre una gravidanza su cinque oggi in Italia viene monitorata con una tecnica invasiva”. Una prudenza dettata “dall’età delle future mamme, che oggi spesso raggiunge o supera i 35 anni. Ma, se si tiene conto della data di nascita delle donne che effettuano l’amniocentesi o la villocentesi in gravidanza, possiamo stimare che almeno 60.000 future mamme in età a rischio decide di non sottoporsi a questi esami”.

Una scelta che sembra cozzare con il numero “eccessivo delle analisi molecolari prenatali”. Esami diversi, che individuano la suscettibilità nei confronti di patologie che vanno dalla sordità genetica alla distrofia di Duchenne, alla sindrome di Williams. Secondo il censimento ne sono state registrate 12.327 in un anno, ma in realtà sarebbero oltre 20.000 (al monitoraggio non ha partecipato una struttura privata che gestisce una parte significativa di questa casistica).

Secondo gli esperti della Sigu, però, appena 5.000 di queste analisi sarebbero davvero giustificate. “Si tratta per lo più di servizi acquistati da coppie non a rischio, contestualmente all’analisi citogenetica. Test inappropriati, fatti senza motivo da futuri genitori che non presentano fattori di rischio – aggiunge Dallapiccola – ma che comportano una spesa inutile. E la situazione peggiorerà con la diffusione anche su Internet di kit diagnostici che promettono mari e monti”, avverte il genetista. “Già adesso la maternità è eccessivamente medicalizzata – interviene Eugenia Roccella, sottosegretario al Welfare – basta considerare il numero eccessivo delle ecografie a testimonianza di un atteggiamento consumistico che si rivela anche rischioso. A una spesa maggiore, infatti, non si accompagna l’appropriatezza, specie in assenza di un servizio di consulenza genetica. Così si rischia di arrivare a scelte tragiche”. La Roccella ricorda il caso del piccolo Tommaso, nato vivo in seguito a un tentativo di aborto dovuto a una sospetto di malformazione, poi rivelatasi assente, e sopravvissuto poche ore. “Se manca la consulenza genetica – conclude la Roccella – diventa difficile anche comprendere i risultati di un esame di questo tipo”.


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