Etichetta diagnostica e Dislessia

La principale caratteristica di questa categoria è la “specificità”; ovvero il disturbo interessa uno specifico dominio di abilità (lettura, scrittura, calcolo) lasciando intatto il funzionamento intellettivo generale. Ciò significa che per avere una diagnosi di dislessia, il bambino NON deve presentare: deficit di intelligenza, problemi ambientali o psicologici, deficit sensoriali o neurologici. (Associazione Italiana Dislessia-AID).

In Italia i due parametri di riferimento per la diagnosi di dislessia sono la velocità di lettura (sillabe al secondo) e l’accuratezza (numero di errori commessi). Ma, essendo l’italiano una lingua “trasparente” (una serie di lettere corrisponde quasi univocamente a determinati suoni), l’elemento cruciale è determinato dalle sillabe al secondo (Tressoldi, 1998; Stella, 2000; Stella, di Blasi, Giorgetti e Savelli, 2003).

È importante iniziare a capire che definire un bambino “dislessico” in realtà ha poco significato; nella pratica quotidiana, come clinici, insegnanti e mamme, non importa sapere se il piccolo rientra all’interno dei canoni convenzionale indicati dai manuali statistici diagnostici. Ciò che è veramente essenziale conoscere, ai nostri occhi, sono i punti di forza e di debolezza del bambino che stiamo valutando; ci interessa conoscere non solo la sua velocità e gli errori che commette nella lettura, ma anche il funzionamento di altre aree cognitive, quali le memorie, i diversi aspetti dell’attenzione, della visuo-percezione e del linguaggio (Benso, 2004).

Se si riflette su quanto è emerso si può intuire immediatamente l’impossibilità di trovare un “dislessico” uguale ad un altro ((Benso, Stella, Zanzurino, Chiorri, 2005); allora perché cercare a tutti i costi di trovare risposte alla domanda “Ma Gino è o non è dislessico?” perché non iniziamo noi, operatori, clinici, mamme ed insegnanti a sostituire questa richiesta con “Quale è il profilo cognitivo di Gino? Quali sono i suoi punti di forza e le sue debolezze?” Comprendere che è paradossale identificare un bambino con un’etichetta significa abbracciare l’idea che non esiste un bambino uguale ad un altro, così come non esiste una persona uguale ad un’altra (Benso F. e Benso E., in press). Ognuno di noi ha delle potenzialità, delle abilità e dei limiti che ci rendono unici; così è per i nostri bambini. Spesso dietro ad una definizione classificatoria (“il dislessico è così…”) si nasconde un mondo che è nostro preciso dovere esplorare perché solo in questo modo possiamo impostare interventi mirati ed interagire con genitori ed insegnanti sfruttando le abilità e potenziando le difficoltà; tutto ciò salvaguardando l’autostima e contenendo l’emotività dei bambini con disturbo specifico d’apprendimento.

Proviamo a vedere, con un esempio, come ragionare per stereotipi, considerando un bambino con difficoltà specifica di lettura un “prototipo” della classe dei dislessici, abbia inevitabili ripercussioni nella sua vita scolastica e quotidiana.

Gino frequenta la IV classe della scuola primaria con una difficoltà di lettura tale da essere convenzionalmente definito come “dislessico” (soddisfacendo i criteri di esclusione richiesti dai manuali diagnostici). Attraverso l’analisi della sua velocità di lettura sappiamo che impiegherà più del doppio del tempo, rispetto ai suoi compagni di classe, per leggere uno stesso testo. Tralasciando le ripercussione emotive che inevitabilmente ricadono sul nostro bambino e a cui dedicheremo un prossimo articolo per l’importanza che riveste l’argomento, possiamo immediatamente capire il suo reale disagio che potrebbe essere erroneamente interpretato come “svogliatezza” o, peggio ancora, come “scarsa intelligenza”.

Ma spostando nuovamente la nostra attenzione sulla confusione indotta dall’etichetta diagnostica, pensiamo ad un compagno di classe di Gino con un profilo neuropsicologico a lui paragonabile (sistema intellettivo, memorie, sistema attentivo, linguaggio, percezione). Anche Nino ha una difficoltà specifica nella lettura, ma la sua velocità (e i suoi errori) non permettono la diagnosi di “dislessia” secondo i valori convenzionali. Però, se prestiamo attenzione alle sillabe al secondo, notiamo che la sua lettura, se paragonata ai bambini senza difficoltà, è molto lenta; necessita di quasi il doppio del tempo. Anche Nino avrà bisogno di più tempo per terminare la lettura del suo compito, ma non avendo la certificazione, potrebbe essere meno considerato e tutelato rispetto a Gino da chi è abituato a ragionare in termini di presenza/assenza di un disturbo.

Quindi, se da una parte l’etichetta di dislessico servirà per creare una selezione di gravità certificabile, dall’altra rischia di nascondere, ad occhi ancora inesperti, quanto grande possa essere il disagio di alcuni bambini, come Nino, che non rientrano sotto il cappello classificatorio di “dislessico”.

Proviamo a muovere un passo in avanti. Ipotizziamo che Nino, a differenza di quanto sottolineato prima, abbia un profilo neuropsicologico diverso da quello di Gino; mettiamo che, dalla valutazione clinica, emerga una debolezza nelle memorie ed in alcuni aspetti attentivi. In termini pratici cosa vuol dire? Significa che Nino avrà più difficoltà a comprendere i testi e a risolvere i problemi rispetto all’amichetto Gino (definito “dislessico”); abilità assolutamente necessarie per raggiungere l’autonomia nello studio esattamente quanto una lettura fluente e corretta. È evidente che il disagio scolastico di Nino sarà sicuramente maggiore rispetto a quello che vive Gino.

Alla luce di quanto appreso, a nostro avviso, è preoccupante pensare che Nino potrebbe non essere tutelato e compreso da chi usa l’etichetta diagnostica come uno spartiacque che suddivide chi si deve aiutare da chi non ne ha bisogno.

Questa breve riflessione vuole esortare insegnanti e genitori a chiedere, ad approfondire e a non sentirsi appagati da una semplice definizione classificatoria che porta ad interpretazioni immediate, stereotipate e spesso fuorvianti. Noi clinici, d’altra parte, abbiamo il dovere di chiarire quanto più possibile le difficoltà ed i punti di forza dei bambini o dei ragazzi che valutiamo; dobbiamo mettere bene in evidenza nelle relazioni e nelle cartelle quanto misurato. Questo rappresenta il primo indispensabile passo per programmare interventi mirati su ogni singolo bambino e per instaurare un rapporto interattivo e trasparente con la scuola e la famiglia; perché l’unico vero obiettivo, ed il filo conduttore del nostro lavoro, è il benessere ed il miglioramento della qualità di vita di Nino, di Gino, di Mario, di Pino e così via.

Federica Mazzoli

Ringraziamenti:

“Desidero ringraziare il prof. F. Benso per avermi addentrato nel mondo della neuropsicologia regalandomi la consapevolezza di appartenere a questo mondo”


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  • CRISTINA

    IL SUO ARTICOLO è MOLTO INTERESSANTE MA VORREI AGGIUNGERE CHE A VOLTE CON IL TERMINE DISLESSIA SI CATALOGANO ANCHE PROBLEMI VISIVI CHE NON HANNO NIENTE A CHE FARE CON LA DISLESSIA. QUANDO GLI OCCHI FANNO FATICA A MUOVERSI LUNGO LA RIGA DI UN FOGLIO, SALTANO DA UNA RIGA ALL”ALTRA PER POI TORNARE SULLA RIGA CHE SI STA LEGGENDO, TUTTI QUESTI MOVIMENTI CREANO DIFFICOLTA” ALLO STUDENTE CHE VIENE CLASSIFICATO SVOGLIATO, DISATTENTO ED ALTRO. HO SINTEIZZATO MOLTO, MA SPESSO DIETRO IL TERMINE DISLESSIA, CHE FA PAURA SOLO IL NOME, C”E” “SOLO” UN PROBLEMA VISIVO.