Ascoltare il corpo dei nostri bambini


Queste ed altre “affannose” domande mi vengono sempre più spesso poste dalle madri che si rivolgono al mio studio. In questa rubrica intendo aprire uno spazio dedicato a questi temi, mettendo al servizio la mia esperienza di madre e di professionista, nel tentativo di migliorare la consapevolezza nell’accogliere i messaggi che i bambini esprimono attraverso il loro corpo, e soprattutto nella speranza di aiutare le madri a riscoprire le loro competenze innate nell’accudimento dei figli.

Perché è proprio così che funziona, noi esseri umani abbiamo proprio tutto quello che serve per stare in salute e abbiamo anche tutto quello che serve per segnalare se qualcosa non va…tutto ciò ci offre un’ottima opportunità: quella di avere fiducia nel nostro corpo, di iniziare ad ascoltare il suo linguaggio.

Questo è ancora più chiaro ed evidente nei bambini, esseri in piena trasformazione, che non si lasciano fuggire occasione di crescita e cambiamento.

Kreisler, un famoso psicoanalista diceva : “Il corpo è il luogo e il mezzo privilegiato attraverso il quale, preso in un conflitto, il bambino esprime il suo malessere, questa via di espressione è tanto più utilizzata quanto più il bambino è piccolo.”

Ogni madre conosce bene nel suo profondo questo linguaggio, perché la natura l’ha pensata per accogliere attraverso il proprio corpo un nuovo essere. La gravidanza è infatti la prima vera “palestra” in cui la donna sperimenta i segnali inviati dal bambino, a volte con le nausee dei primi mesi, a volte con la voglia di riposare più del solito, altre ancora col tumulto di emozioni, paure, angosce, gioie nuove e antiche che caratterizzano lo scorrere delle “dieci lune”. E lei, prima di ogni altro, sa se il suo bambino sta bene oppure no.

In questa società un po’ frenetica, dove spesso cerchiamo risposte rapide e sicure, finiamo per affidare noi e i nostri figli a esperti e specialisti ancor prima di avere attivato le nostre risorse interne e i nostri saperi antichi sepolti da tanti influssi culturali.

Pensiamo che, da noi, nel mondo occidentale, le cosiddette “coliche dei tre mesi” sono tra le problematiche che più impegnano i genitori e tra le prime richieste di consultazioni pediatriche, mentre in molte popolazioni tradizionali sono del tutto sconosciute, ovvero il pianto inconsolabile e prolungato del neonato sembra non esistere…questo ci aiuta a capire che molti fenomeni presentano una complessità che ha a che fare prima di tutto con l’ambiente in cui viviamo, con i condizionamenti culturali, con le pratiche di maternage.

Quando ci troviamo ad affrontare qualcosa che non va con nostro figlio, quando piange, quando non vuol mangiare, quando non dorme, proviamo per prima cosa a rallentare, addirittura a fermarci. Fermarci a riflettere, a pensare, a rivedere i nostri stili di vita, a domandarci se qualcosa ci fa stare in tensione o ci rende insoddisfatti. Certo, il pianto del bambino, o in generale il suo malessere, è difficile da sopportare, ma questa difficoltà ha la sua ragion d’essere, trova la sua origine nei nostri vissuti, va a toccare cose profonde di ognuno di noi. È un percorso tortuoso ma se lo si percorre, apre sentieri nuovi, ricchi di sorprese. I nostri movimenti interiori sono spesso sentiti anche in anticipo dai nostri figli che li raccolgono e ce li servono su un piatto d’argento, sono occasioni preziose, da non perdere.

Ecco che, ancor prima di scendere nel vivo di tante questioni che i genitori pongono e che pian piano cercherò di affrontare, sento il bisogno di creare uno spazio che, ancor prima di trovare risposte, si ponga nella dimensione dell’ascolto, dell’attesa, della fiducia. Uno spazio in cui inizia ad attivarsi qualcosa dentro di noi, di lento, di non chiaro, ma qualcosa che si risveglia. In questo spazio è possibile accogliere la strada che ogni bambino indica e di cui è maestro. Questo è “solo” il primo passo!

Ornella Piccini


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  • federica

    Sono pienamente d’accordo su tutto quello che ha scritto e mi creda che quando mia figlia dal terzo giorno di vita ha iniziato ad avere coliche a qualsiasi ora del giorno, ci siamo fermati tante volte per cercare di capire cosa potesse aver scatenato un pianto così forte e prolungato, ma la maggior parte delle volte,per non dire sempre, non abbiamo trovato altri motivi se non una colica.
    Credo che sia altrettanto importante,anzi fondamentale,da parte di un pediatra fermarsi ed ascoltare anche i genitori,soprattutto quando questi raccontano che la bambina ha pianto ininterrottamente per 3 ore dopo che si è provato a fare qualsiasi cosa….