Stare e camminare insieme ai nostri bambini – l’opportunità di scegliere di portare i piccoli

Forse pensate che sia un aspetto scontato ? Io invece credo che non lo sia, anzi.

I metodi tradizionali di puericultura in Occidente non propongono ai genitori di stare con i propri bambini. Di fatto li invitano a tenere i loro bambini nei contenitori artificiali, di trasportarli negli accessori a ruote, di comprare prodotti che suggeriscono il contatto corporeo, il movimento ritmico, il contenimento, che procurano degli stimoli sensoriali. La nostra cultura è una cultura della distanza che risponde ai bisogni vitali dei nostri piccoli con un messaggio di distanza proponendo la loro soddisfazione tramite surrogati.

Oggi i nostri bambini spesso nascono e sono sottoposti a frustrazioni precoci, alla separazione dalle madri e poi devono impegnare molte delle loro energie per adattarsi con fatica agli standard e a valori considerati normali quali l’autonomia precoce; la capacità di dormire da soli e tutta la notte, avere un buon ritmo, crescere di peso e di lunghezza secondo le tabelle, essere buoni e disturbare il meno possibile gli adulti.

Oggi, nella nostra cultura i bambini non hanno un posto scontato insieme ai propri genitori, ma si ritrovano immediatamente negli spazi appositamente creati per loro. Così imparano presto a stare al (loro) posto e nello spazio riservato a loro. Dalla culla, alla carrozzina, alla sdraietta, all’ovetto, al seggiolone, al box, al passeggino. I genitori, d’altronde, sono invitati ad impostare la loro vita nonostante i bambini e in modo da esserne affaticati il meno possibile.

In molte altre culture del mondo invece l’umanità porta i bambini addosso al proprio corpo. Così i bambini partecipano da subito alla vita quotidiana, ne sono parte integrata senza trovarsi al suo centro. A stretto contatto seguono la madre (o altre persone di riferimento) ovunque; per tradizione, per necessità, per mancanza di alternative certamente, ma anche e soprattutto perché è un modo adatto (e adattato) per prendersi cura dei piccoli, crescerli e farli diventare membri adattati alla società di riferimento.

Oggi, quando parliamo del portare i bambini in Occidente, essendo una modalità che si propone apparentemente in opposizione ai valori tradizionali della cultura occidentale, sentiamo il bisogno di convincere gli altri producendo le prove scientifiche che si tratti di una modalità assolutamente fisiologica per il bambino, con molti vantaggi per la sua crescita dal punto di vista fisico: (perfetta per le anche e per la sua postura), ma anche dal punto di vista psicologico e sociale.

Desideriamo produrre le prove che i bambini portati siano più autonomi e indipendenti dei bambini tenuti a distanza (seguendo i valori imposti dalla nostra cultura), che piangano meno, che siano più sorridenti, contenti, felici. Sono convinta (e ho dedicato molto spazio nel mio libro a questo approccio), che molti genitori occidentali per poter iniziare a portare i loro piccoli, hanno bisogno di questo, di sapere, di confrontarsi con gli aspetti razionali, misurabili, di modo che possono avviare il proprio, individuale percorso del portare, insieme al proprio bambino unico. Perché poi bisogna andare oltre.

Pertanto, oggi per una volta non voglio parlare o scrivere dei vantaggi del portare per il bambino, non voglio convincere nessuno che portare sia una modalità assolutamente adatta per crescere i nostri bambini proprio in Occidente e di soddisfare i loro bisogni vitali primari, ma vorrei tornare al senso e al significato dello “stare insieme”, perché è qui dove comincia tutto ed inizia un percorso basato su una scelta genitoriale precisa.

Stare insieme ai nostri bambini.

Alla base dello “stare insieme”, non essendo la nostra cultura che lo impone, i genitori disposti e disponibili fisicamente e psicologicamente ad accompagnare i loro bambini nella vita nel rispetto dei loro bisogni, dei loro tempi personali e della loro crescita individuale si trovano a compiere una scelta di fondo che si rinnova ad ogni tappa di crescita fino all’età adulta. (Probabilmente, bisognerà percorrere questa strada fino in fondo prima di poter misurare l’intera portata di tale scelta.)

E’ la scelta di mettersi in gioco, scoprirsi (mettersi a nudo dal punto di vista emotivo), lasciarsi cambiare e trasformare a contatto con il proprio bambino, giorno dopo giorno. E’ una scelta dal gusto leggero e pieno quando la gioia e l’amore scorrono liberamente mentre sa di fatica quando ci sono difficoltà e l’altro è diverso da come si vorrebbe, quando il proprio neonato piange e non si lascia consolare nelle proprie braccia, quando non si comprendono le reazioni del bambino di due anni, quando la bambina di sei anni ci mette in crisi.

Stare insieme ai nostri bambini e osare sentire ciò che si muove dentro di noi, il senso di impotenza, l’angoscia dell’abbandono, il pianto dirotto quando eravamo piccoli? Accogliere la fatica e starci anche quando il nostro bambino non corrisponde alle nostre aspettative. Quando ci sentiamo stanchi, poco adeguati o quando pensiamo di aver sbagliato tutto.

Stare insieme ai nostri bambini.

E’ una strada faticosa per noi genitori, perché non cerca di evitarci qualsiasi fatica fisica ed emotiva lasciando che sia il bambino ad adattarsi. E’ una strada che ci chiede di farci carico della fatica maggiore e della responsabilità. E’ una strada disseminata di ostacoli, ambientali da un lato perché è difficile ricevere l’approvazione altrui per un percorso così individuale, ma anche interni, provenienti dalla propria educazione, dalle proprie ferite subìte e mai rimarginate.

Pertanto, è una strada che non ha nulla di ideale (e neppure nulla di ideologico). E’ una strada reale, in cui ci si confronta con le proprie parti più ombreggiate e dolorose, ma che contiene pure un grande potenziale di guarigione, come sostiene lo psicoterapeuta Franz Renggli.

Stare insieme ai nostri bambini.

E’ un cammino che si intraprende nel rispetto e nell’ascolto per trovare l’equilibrio tra vicinanza e distanza, lontani da interpretazioni ideologiche (di contatto 24 ore su 24 per esempio), che creerebbero solo delle nuove costrizioni e il terreno per i sensi di colpa.

Essere interi, veri con i propri bambini non significa essere perfetti secondo uno standard, anche se fosse d’oro.

Sono convinta che stiamo vivendo in un tempo e in un luogo molto fortunato, perché possiamo scegliere. Possiamo scegliere di stare insieme ai nostri bambini (anche se a volte ci vogliono far credere il contrario). Possiamo permetterci di riflettere, di sentire e di cambiare. Possiamo scegliere di portarli.

Stare e camminare insieme ai nostri bambini.

Sì, semplicemente. Camminare insieme e sperimentare la vita insieme, (per esempio godere di una bella passeggiata o semplicemente fare la spesa con calma), ma anche muoversi in senso figurativo, spostarsi (a volte anche da punti di vista da revisionare), cambiare e trasformare le vecchie abitudini che forse non sono più adeguate alla vita insieme al bambino.

Muoversi con leggerezza e serenità, a volte con fatica.

Anche se stentiamo di credere che esiste una bacchetta magica che ci possa trasformare la fatica in gioia assoluta, portare i piccoli è senz’altro una modalità per stare e camminare felicemente insieme ai propri bambini nei primi anni di vita e può aiutare a costruire la base sicura per accompagnarli nella vita oltre.

Aiuta perché alleggerisce il peso e la fatica di chi porta, lascia libertà di movimento, rende più semplici le situazioni della vita quotidiana, rispetta ed accetta il bambino così com’è, in quel momento, sorridente o in lacrime e secondo il suo specifico stato evolutivo. In qualsiasi posizione, davanti, sul fianco o sulla schiena.

E’ un percorso in cui noi genitori impariamo a fidarci dei nostri bambini, comunicandogli fisicamente che sono amati e che possono contare su di noi, sul nostro sostegno, sulla nostra presenza di modo che più avanti, cresciuti sereni, forti e sicuri, colmi di amore, potranno affrontare il mondo e il loro disegno di vita.

Esther Weber


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