Depressione post-partum e trattamento sanitario obbligatorio: l’appello dell’Associazione AGITE

Il tema della DPP (depressione post-partum) occupa un posto sempre più rilevante tra i temi dei disagi e delle patologie collegate alla procreazione e che purtroppo, in alcuni casi, si concludono tragicamente. Tali episodi sono i soli che giungono alla ribalta della cronaca, che spesso dedica all’argomento qualche titolo clamoroso, qualche riga di commento e pochi pochissimi giorni di attenzione alle carenze dei Servizi socio assistenziali, per poi dedicarsi ad altro.

Ora al di là delle possibili cause dell’estendersi di questo fenomeno e del suo non certo aggravamento, vogliamo con grande chiarezza ribadire che non esiste nessuna motivazione clinica, sociale, giuridica, per ritenere questo “disagio psichico” come una patologia da ospedalizzare.

Forse lo possiamo ritenere uno dei frutti di un modello che costringe la donna ad una grave alienazione da sé, prima della gravidanza divenuta ormai una corsa ad ostacoli tra lavoro, esami a ripetizione e carenza di servizi pubblici (sedi, organici, sedute ecografiche..) per non parlare del mondo del lavoro, tutt’altro che accogliente nei confronti delle scelte procreative.

Certamente esiste la psicosi puerperale (per fortuna è una malattia rara!) ma andrebbe considerata una “patologia” non diversa da altre patologie psichiatriche, per cui sono a disposizione tanti interventi verso la persona, la famiglia,la comunità che fanno evitare, nella stragrande maggioranza dei casi, la necessità di ricovero obbligato e coatto (TSO – trattamento sanitario obbligatorio).

La legge 180 che regolamenta la psichiatria, presa a modello da moltissimi Paesi del mondo, ragione per cui siamo tra i primi posti come Sistema Sanitario nelle classifiche dell’l’OMS, ribadisce che: “gli accertamenti e i TSO devono essere accompagnati da iniziative rivolte ad assicurare il consenso e la partecipazione di chi vi è obbligato e a questo proposito le AUSL devono operare per ridurre il ricorso ai suddetti TSO, sviluppando le iniziative di prevenzione e di educazione sanitaria ed i rapporti organici tra servizi e comunità.”

Ora alla luce anche di questi principi che come Associazione riconosciamo come principi fondanti la nostra civiltà sanitaria e giuridica, e che nella nostra pratica quotidiana, cerchiamo di applicare nelle comunità in cui lavoriamo (vedi gruppi di auto-mutuo aiuto di madri, visite domiciliari alle puerpere, sostegno nei corsi di accompagnamento alla nascita) vogliamo ribadire l’inaccettabilità di una posizione che consideri la DPP una patologia “particolare”, per definizione più grave di altre, forse perché ad esserne colpite sono solo e soltanto delle donne e nel loro ruolo di madri facilmente soggette, ad un pesantissimo giudizio sociale, in assenza spesso di aiuti e sostegni da parte della società.

Allo stesso tempo non intendiamo lasciar cadere quella che per i miglior intenzionati voleva forse essere una provocazione positiva.

Siamo davvero convinti che proprio su questo terreno esistono potenzialmente molte più opportunità per intervenire positivamente guardando anche alla salute futura del bambino e del nucleo familiare.

La nostra Associazione si candida a praticarlo quindi, insieme a tutti coloro che vorranno dare il proprio contributo. I servizi territoriali: Consultori Familiari, Servizi di Salute Mentale, Medici di medicina generale, Pediatri di libera scelta e di Comunità, in collaborazione coi reparti di Ostetricia, ma anche con le ONG e le associazioni territoriali di donne e della cittadinanza, opportunamente coinvolti, crediamo possano infatti già garantire il ruolo di “sentinelle informate” in grado di intervenire in modo efficace e duraturo, su questo tema.

Molto ci possono aiutare le Linee Guida e raccomandazioni già esistenti nella letteratura scientifica (vedi le raccomandazioni del NICE) e le indicazioni legislative (POMI), sempre che esista la volontà politica delle Regioni e delle Aziende Sanitarie ad operare attivamente su questo argomento e a spendere in prevenzione e sostegno sociale oltre che in cura delle patologia conclamata.

Alcuni esempi positivi italiani e praticabili esistono già, vedi il progetto pilota europeo Leonardo da Vinci, intitolato HOME (Home obstetrical mothercare experiences) premiato tra i migliori d’Europa, che ha portato alla formulazione di 2 modelli formativi per le ostetriche e per la nuova figura professionale della Assistente alla Madre(Mother Assistent), formulati per rispondere ai bisogni delle puerpere (500 questionari raccolti in UK, Grecia, Romania ed Italia) al loro domicilio.

Nel 2003 con fondi FSE sono state formate in Umbria queste figure, proprio per assistere le madri in quel delicato periodo della vita umana che è il puerperio, periodo in cui la donna si trova, stretta tra i suoi doveri di neo-madre e di cittadina lavoratrice.

Crediamo che di servizi territoriali adeguati e di vero sostegno sociale, civile e. pratico abbiano necessità queste donne e non di ricoveri obbligatori!

Giovanni Fattorini

Presidente AGITE

(Associazione dei Ginecologi Territoriali)


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  • Samuela Vercelli

    sottoscrivo in pieno, per favore potreste dare maggiori informazioni sulle varie sigle citate, NICE, POMI, FSE etc.?