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Ginecologi, trattamento obbligatorio a neomamme depresse


E’ quanto propongono al ministro della Salute Ferruccio Fazio Giorgio Vittori, presidente della Sigo (Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia) e Antonio Picano, presidente dell’Associazione Strade onlus e responsabile del progetto ‘Rebecca’ per la prevenzione e il trattamento della depressione in gravidanza e nel puerperio.

La procedura proposta, precisano, consente di adottare limitazioni della libertà personale “per ragioni di cura, all’interno dell’abitazione del paziente”. Un’equipe specializzata potrebbe occuparsi continuativamente 24 ore su 24 delle donne con comportamenti potenzialmente omicidi, tutelando così in maniera efficace sia la madre che il figlio.

I casi che richiederebbero un provvedimento di Tso extraospedaliero imposto possono essere valutati, secondo Strade onlus, in circa 1.000 interventi per anno.

La depressione post partum colpisce, secondo la letteratura scientifica circa il 10% delle donne, da 50.000 a 75.000 neomamme l’anno nel nostro Paese, con un costo sociale valutato in circa 500 milioni di euro in 12 mesi.

Fonte: Ansa.it


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  • Samuela Vercelli

    Fa proprio dispiacere leggere di simili iniziative, mancava anche questa a rallegrare l”atmosfera già poco accogliente che respirano le neo mamme nella nostra società.
    Esistono situazioni particolari e particolarmente problematiche che sicuramente necessitano attenzione, cura e molto amore. Tuttavia come si possa anche solo pensare di risolverle con il TSO è sconcertante. Si tratta infatti di situazioni che richiedono la costruzione o ricostruzione di rapporti di fiducia che offrano stabilità nel tempo di punti di riferimento positivi e solidi. Questa proposta è il classico esempio del rimedio che è peggiore del male, anche perchè oltre a non offrire alcun aiuto reale a chi si trova in queste situazioni estreme, agita irresponsabilmente il fantasma della follia delle donne proprio quando si trovano in un momento così delicato della loro vita. C”è bisogno di impegno per sostenere le madri in maniera seria senza tirarsi indietro quando la situazione è più difficile. C”è bisogno di riconoscimento dei bisogni delle madri che sono lasciate completamente sole ad arrangiarsi, come se ciò che fanno, mettere al mondo una creatura e prendersene cura al meglio che possono, non fosse un bene prezioso per tutta la società. Queste sono cose che servono davvero, da una maggiore sensibilità umana verso l”importanza e il valore della maternità fino ad un impegno serio nelle situazioni più disperate, creando le condizioni perchè qualcuno si prenda cura veramente delle mamme bisognose in modo che possano a loro volta prendersi cura dei propri bambini. Non ci sono scorciatoie se davvero si ha a cuore la salute della mamma, del bambino e della società.

  • D.ssa Luciana Vianello

    Condivido con il commente procedente quanto negative siano queste “comunicazioni mediatiche” che hanno l”unico scopo di promuovere chi fa queste affermazioni. Viene confusa la depressione postpartum – che non ha nulla a che fare con le madri omicide ma necessita soprattutto di supporti emotivi e relazionali totalmente incompatibili con “il sequestro” in casa – e la psicosi postpartum che, prima di tutto, necessita di cure mediche appropriati. Davvero un cattivo servizio all”informazione!!

  • Samuela Vercelli

    Ringrazio la ditt.ssa Luciana Vianello per la precisazione ma al di là delle distinzioni si apre qui una questione che non comincio neanche ad affrontare su come sia più appropriato trattare una psicosi. Mi pare che in ogni caso sarebbe più proficuo per tutti, mamme bimbi e società, ragionare su come prevenire l”insorgere di questo tipo di patologie,in quanto quando si arriva ad un certo punto estremo è sempre molto difficile intervenire. Tuttavia, visto che l”idea del TSO riguarda proprio questi casi estremi, mi domando come mai, ancora nel 2010, si senta la necessità di parlare di TSO per giustificare una prestazione sanitaria che a volte può essere opportuna, quale il fornire un sostegno 24 su 24 in un momento particolare, in un momento in cui si ritiene ci sia rischio di morte. Per quale motivo una struttura sanitaria non può già proporre questo tipo di aiuto? (Probabilmente potrebbe ma non ci sono le risorse?) Perchè è concepibile solo in un contesto coercitivo? (Perché sembra un buon modo per farsi dare i soldi?) Non ci si può giustificare dicendo che la donna potrebbe rifiutare l”aiuto, questo fa parte del problema. Un buon intervento si caratterizza proprio per la capacità di operare sui processi mentali, che non sono solo individuali della madre ma anche propri alla complessa rete di relazioni in cui si vive. Un buon intervento costa ma non crea ulteriori costi per la società (al contrario delle prassi violente come il TSO). Meglio investire per migliorare le competenze degli operatori e per metterli in condizione di operare.

  • Fabiola

    Ho personalmente sofferto di depressione, e posso dire solo che personalmente sarei ricorsa prima ai farmaci utili alla cura di questo tipo di disturbi. Questa malattia è ancora troppo stigmatizzata a causa dell”ignoranza. Occorre innanzitutto fare informazione, poichè ahimè, la prevenzione non sempre è possibile. Chi cerca aiuto non deve vergognarsene, anzi convincersi che stà facendo la cosa migliore per se” ed i propri cari.