Si moltiplicano i casi di bambini prodigio


Ha un’età in cui potrebbe ancora giocare con le macchinine, invece ne guida una, da corsa, per la Ferrari. La storia di Lance Stroll, il canadese undicenne campione di go-kart che ha firmato un contratto per entrare nella Driver Academy del cavallino rampante, stupisce, esalta o rattrista, a seconda delle reazioni.

Ma non è un caso isolato. Jessica Watson, una ragazzina inglese di 16 anni, è diventata due mesi or sono la più giovane a circumnavigare da sola il mondo in barca a vela. E Matteo Manassero, 16 anni, italiano, ha appena stabilito il record per il più giovane partecipante al Master, il torneo dei gran maestri del golf internazionale. Ormai, in qualunque disciplina e direzione uno volga lo sguardo, s’incontra un bambino prodigio.

Il fenomeno non si limita ai campioni, o meglio campioncini, dello sport, campo in cui la fonte di talento precoce sembra peraltro inesauribile: da Tom Daley, a 14 anni il più giovane britannico di sempre in gara a un’Olimpiade (Pechino 2008); a Braxton Bilbrey, californiano di 7 anni, capace di nuotare da Alcatraz a San Francisco in 2 chilometri e mezzo di acque molto agitate e spesso frequentate dagli squali, impresa mai riuscita a un adulto, inclusi quelli che cercavano di evadere dal celebre penitenziario; a Budhia Singh, il bimbetto indiano di 4 anni che suscita più scandalo che meraviglia perché corre, come un puledrino ammaestrato, le maratone.

Gli enfant prodige abbondano anche nella musica, come Jay Greenberg, allievo della Julliard School, il famoso conservatorio di New York, che a 13 anni ha già composto cinque sinfonie; negli scacchi, sul cui terreno di gioco il 12enne Demiss Hassabis si è affermato come un genio imbattibile; nella narrativa, dove il blogger cinese Han Han ha esordito 18enne con un romanzo che ha venduto un milione di copie e oggi è lo scrittore preferito del presidente Obama.

Nella tecnologia e nelle scienze, con oltre metà dei mille premiati annualmente nella Silicon Valley per la migliore invenzione che sono minorenni. E l’elenco potrebbe continuare: non passa mese senza la notizia di un bambino o bambina che dovrebbe fare le elementari, o al massimo le medie, e invece si è già laureato, come Niall Thompson, iscritto alla facoltà di matematica di Cambridge a 15 anni.

Per tacere di quelli che vanno all’asilo, come Karina Oakley, londinese di 3 anni e mezzo, dotata di un quoziente d’intelligenza che è lo stesso di Stephen Hawking, l’astrofisico autore della teoria dei buchi neri.

Certo, ce ne sono sempre stati: basta pensare a Mozart, che compose la sua prima sinfonia a 5 anni, a Salvatore Accardo, che prese in mano a 3 anni il violino del padre, musicista nella banda del paese, e lo suonò come un novello Paganini, allo scacchista Bobby Fischer, che secondo alcuni giocò la partita migliore della vita, anzi la “partita del secolo”, a soli 13 anni. L’impressione, tuttavia, è che di whiz kids, come si dice in inglese, non ce ne siano mai stati tanti. Come mai?

“Tutti i bimbi sognano, ma sono i genitori che li spingono a tramutare i sogni in realtà, e i genitori odierni, se appena intravedono qualcosa di speciale nei figli, diventano gli allenatori più inflessibili, con i danni che ciò può comportare”, ammonisce Alan Goldbger, psicologo dello sport infantile. “Vero, ma solo fino a un certo punto, se un bambino è dotato di autentico talento è lui stesso a insistere per affinarlo, non c’è bisogno del papà e della mamma che lo sospingano”, obietta Ellen Winners, autrice di “Gifted children, myths and reality” (Bambini superdotati, miti e realtà).

“Oggi ci sono più bambini prodigio semplicemente perché rendono molti più soldi di prima, e dunque c’è più gente determinata a investirci tempo e denaro”, sostiene Jan Olde Riekerin, direttore dell’accademia di calcio dell’Aiax, la più forte squadra di calcio d’Olanda. L’accademia ha un nome che è tutto un programma: “De Toekomst”. Significa “il futuro”.

Ogni anno vi entrano 1200 giovanissimi dai 7 ai 17 anni di età, provenienti da tutto il paese e anche dall’estero. I più piccoli si allenano “solo” tre volte alla settimana, più la partita la domenica: “Perché devono giocare anche da soli, per passione, negli altri giorni, e bisogna lasciare loro il tempo di farlo”, spiega il direttore.

Dagli 11 anni in avanti fanno 5 allenamenti alla settimana, più il match domenicale. Agli allenamenti, sotto l’immancabile pioggia dei Paesi Bassi, nessuno ride, nessuno scherza, nessuno fiata: Fabio Capello si troverebbe a suo agio. Un membro dello staff scarabocchia su un foglietto di carta cinque nomi e poi ci scrive di fianco: 80 milioni di euro.

Sono cinque bambini prodigio usciti da questa fabbrica di talenti e poi venduti dall’Aiax a peso d’oro. Il primo nome sul foglietto è Wesley Sneijder, entrato all’accademia a 7 anni, uscito dall’Aiax a 22, quando fu ceduto al Real Madrid per 27 milioni di euro, più di recente uomo chiave dei tre “tituli” dell’Inter di Mourinho.

Ci sono bambini cresciuti col mito dei calciatori. O degli attori. O dei cantanti. I ragazzi di “Whiz kids movie”, documentario sui bambini prodigio premiato dalla Bbc, sono cresciuti col mito di Sergeij Brin. Emigrato negli Usa dalla Russia a 7 anni, un po’ più tardi, all’università di Stanford, ebbe l’idea di creare un profilo per sé e per i suoi compagni di dormitorio. Poi si chiuse in un garage con il suo amico Larry Page, nacque Google e oggi valgono 17 miliardi di dollari per uno.

“Internet è una scienza per giovani”, dicono i whiz kids del film. “Più uno è vecchio, meno facilmente la manipola. Ecco perché ci sono tanti ragazzi che esprimono il proprio talento con il web”. Il documentario racconta la storia di tre di loro, concorrenti del Science Talent Search: 20 mila candidati, 40 finalisti, un vincitore, a cui va un premio di 100 mila dollari da spendere in istruzione universitaria. Un nuovo Brin, un altro Bill Gates, il prossimo Steve Jobs.

Ma prima che all’università o al liceo, bisogna andare a scuola, anzi all’asilo, come la bimba di 3 anni e mezzo con il QI pari all’astrofisico Stephen Hawkins. Aiuta se è un asilo come quello della Redemeer Church of England Primary School, a Blackburn, nella contea inglese del Lancashire, votata la migliore scuola del Regno Unito per Ict, ossia Information and Communications Technology.

I 58 bambini e bambine del primo anno siedono in una classe che è diversa da quelle ordinarie sia per le dimensioni (molto più grande, divisa in cellette come un alveare), sia per il metodo di insegnamento. Non studiano geografia e storia, studiano “conoscenza e comprensione del mondo”. Non fanno disegno e applicazioni tecniche, fanno “sviluppo creativo”.

E sebbene parte delle lezioni prevedano l’uso di libri, matite e plastilina, la maggior parte delle attività avviene sullo schermo di un computer (o di un iPod). Megan e Ria hanno da poco finito di girare un film. La sicurezza con cui manovrano videocamera, microfono, luci, le fa sembrare veterane del cinema. Eppure hanno 5 anni. Prossima tappa: Hollywood.

Fonte: La Repubblica.it


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