Italia: gravidanza e parto troppo medicalizzati


Ciò spiegherebbe quell’incremento altrimenti ingiustificato di tagli cesarei nel nostro Paese. Giocano anche un ruolo importante il medico che spesso va sul sicuro con un “taglio” più che con un parto vaginale e la paura delle donne, troppo spesso disinformate anche sul loro diritto a dire “no” davanti alla proposta di intervenire chirurgicamente.

«Il rifiuto dell’intervento deve essere una delle possibili opzioni per la gestante», si legge infatti nelle Linee guida emanate l’11 febbraio dall’Istituto superiore di sanità (Iss), le prime in materia.

Il dato italiano ha dell’incredibile se si pensa che si è passati dal 5% degli anni ’50 al 33% del 2000, fino ad arrivare al 38% nel 2008. Unico a contenderci il primato in Europa è il Portogallo con il 33%. Risale al 1985 la raccomandazione dell’Oms – del tutto disattesa – di non eseguire più di un parto cesareo ogni 7, ovvero il 15%: è questo il valore limite per garantire il massimo beneficio alla salute generale delle mamme e dei bebè.

Ma se in tutti i Paesi europei si «sgarra», l’Italia supera di gran lunga i valori registrati nel resto della Ue che sono intorno al 20-25%. Va riconosciuto alla Francia di ricorrere al «taglio» solo nel 20% dei casi, in Inghilterra nel 23%; Olanda e Slovenia addirittura scendono sotto il 15%. Esiste inoltre nel nostro Paese una forte differenza tra regione e regione; si oscilla tra il 20% dei cesarei registrati nella provincia autonoma di Bolzano al clamoroso 62% della Campania, cui seguono la Sicilia (52,91%), il Molise (52%), la Puglia (50,60%) e la Basilicata (48,19%).

«Si ricorre troppo spesso al cesareo che oltre a essere invasivo è più pericoloso per la donna di un parto spontaneo», spiega Roberto Russo, presidente della Società italiana di psicoprofilassi ostetrica (Sippo) e a sua volta ginecologo ostetrico, un medico che da 30 anni fa venire al mondo i bambini – se non ci sono valide ragioni mediche, come una sofferenza fetale acuta o un problema materno – in modo naturale. Proprio per questa «pericolosità» (resta comunque un intervento chirurgico, anche se di 40-45 minuti) l’Iss ha emanato le Linee guida, pubblicando due opuscoli: uno per gli specialisti («Taglio cesareo. Una scelta appropriata e consapevole»), l’altro per le donne, perché siano informate sulla scelta che stanno per compiere («Taglio cesareo. Solo quando serve»).

«No, non esistono più i maestri che insegnavano l’ostetricia – denuncia il presidente della Sippo –, e tra i giovani medici c’è poca voglia di inserirsi in un campo che spesso li coinvolge in vertenze legali mosse dai genitori. Per questo le polizze sono così alte per assicurare noi che ci occupiamo di assistenza al parto. Nel mio caso, avendo oltre 55 anni e quindi essendo più “a rischio” per le assicurazioni, sono arrivato a pagare 17mila euro l’anno. Cifre che toccano nel portafoglio chi ha da poco iniziato la professione».

Roberto Russo introduce un elemento che la dice lunga su come le donne gravide vengano lasciate sole durante la gestazione e poi davanti al parto: «Spesso manca il coordinamento tra chi lavora nei punti nascita sul territorio e segue la donna durante la gravidanza e chi lavora nell’èquipe medico-ostetrica ospedaliera e che la vede solo quando deve partorire. Senza contare che nelle scuole di specializzazione spesso non viene data, nei cinque anni di corso, la preparazione adeguata ai medici specializzandi. Ecco che i giovani invece di intraprendere la strada di ostetricia preferiscono scegliere ginecologia, un modo più tranquillo di esercitare». Si spiega così un’altra ragione che fa lievitare i cesarei: spesso è dominante non solo nelle coppie ma anche nei medici l’idea di una nascita che non comporti alcun rischio. In questa scelta gioca anche la mancanza di medici «dedicati» che abbiano passione, mestiere e anima, elemento indispensabile in sala parto, sostiene Russo.

La pensa così anche Giuliana Mieli, laureata in Filosofia teoretica e in Psicologia clinica, che dopo aver lavorato negli anni Settanta nei primi centri di salute mentale sul territorio, è stata consulente per 20 anni presso il reparto di Ostetricia e ginecologia dell’ospedale San Gerardo di Monza diretto ai tempi dal ginecologo Costantino Mangioni. Il primario intuì non solo l’importanza della presenza in reparto di psicologi a fianco dei genitori, ma anche in sostegno del personale medico e infermieristico che imparava così a “coltivare” l’affettività.

«La formazione affettiva del personale che tende a comprendere e a gestire il rapporto con la paziente – scrive Giuliana Mieli nel suo recente libro Il bambino non è un elettrodomestico (Urra, 208 pagine, 13 euro) – trasforma il percorso della gravidanza da un percorso di esami e controlli in un evento emotivo in cui è possibile parlare delle proprie emozioni, paure, dubbi, perché qualcuno se ne prenda carico».

Grazie all’esperienza maturata in reparto, Giuliana Mieli sostiene che molti dei problemi che oggi la nostra società incontra sono dovuti alla disattenzione nei confronti degli affetti, dei bisogni e dei codici affettivi. Una “distrazione” che ha indotto a scelte che si riflettono anche nelle politiche sanitarie, con ripercussioni individuali e sociali molto forti, e che andrebbero messe in discussione.

Rispondere ai bisogni affettivi è necessario, soprattutto in gravidanza e soprattutto da parte di chi segue le mamme: «La trascuratezza emotiva si riflette non solo nella sofferenza psichica dilagante tra le donne, ma anche nelle difficoltà che attualmente accompagnano la maternità – annota la Mieli –. Le ostetriche sanno quanto importante è la relazione affettiva con la donna, possibilmente intrapresa durante la gravidanza, che è uno stare accanto, un aiutare a riconoscere le potenzialità e l’energia e cavalcarla».

La dottoressa Mieli si chiede il perché dell’aumento dei parti cesarei eseguiti su esplicita richiesta della donna, anche se non vi è necessità terapeutica, tantopiù che il parto cesareo non è privo di rischi e inibisce, insieme agli ormoni tipici della nascita, quelli che provocano una «reazione d’amore» nei confronti del nascituro, interferendo nello sviluppo dell’affettività nella relazione tra madre e figlio. «Quello che mi sta a cuore – conclude – è difendere il senso filosofico e affettivo della naturalità del nascere perché non venga eliminato, come inutile sovrastruttura rispetto a una meccanica separazione».

Fonte: Avvenire.it


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