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Terremoto Haiti: che fine hanno fatto i bambini?


I volti coperti di polvere e gli occhi sgranati colmi di tutta la paura che li ha assaliti quando la terribile scossa ha fatto tremare Haiti, distruggendo tutto intorno a loro. I bimbi spaventati di Port au Prince hanno toccato il cuore di tutti nel mondo, nei giorni successivi al terremoto che il 12 gennaio ha sconvolto la piccola isola.

Ovunque si sono levati appelli per salvarli e offerte di persone disposte ad adottarli per strapparli all’inferno delle macerie. Che cosa è successo a quei piccoli haitiani? A distanza di sei mesi dalla tragedia, un milione di persone è ancora senza casa, molte vivono in condizioni insostenibili, tra loro anche numerosi bambini: l’Onu non è in grado di dire quanti.

Ancora prima del terremoto almeno 50 mila bimbi abbandonati vivevano in orfanatrofi, il 70 per cento dei quali aveva almeno un genitore, che non voleva o non poteva più prendersene cura. “Un fenomeno purtroppo in aumento dopo il sisma, visto che molte persone hanno perso il lavoro e non sono in grado di sostenere la famiglia” osserva Simone Sarcià, esperto di riunificazioni familiari per l’Ong Save The Children”.

Almeno 1800 di quei bambini hanno lasciato l’isola dopo il sisma alla volta di Stati Uniti, Canada, Francia, Svizzera e Paesi Bassi “grazie a procedure di adozione per lo meno affrettate”, è la denuncia di Marlène Hofstetter, esperta di adozioni internazionali dell’ong, Terres des Hommes.

Secondo i dati delle autorità haitiane, dopo il terremoto almeno 6 mila bambini sarebbero stati vittima di tentativi sospetti o palesemente illegali di portarli fuori dal Paese.

“Attraversare la frontiera con la Repubblica Domenicana è piuttosto facile” osserva Hofstetter, con 20 mila dollari si può pagare l’istituto che li ospita, l’avvocato e gli uffici preposti per velocizzare le pratiche. La comunità internazionale si è riunita il 24 giugno all’Aia per discutere sulle adozioni internazionali dei bambini di Haiti, ed è stato trovato un accordo per sospendere l’avvio di nuove procedure di adozione: “non senza il disappunto della direttrice dell’IBES, l’ente governativo preposto alla tutela dell’infanzia” sottolinea Hofstetter, “il blocco delle adozioni comporta un mancato introito per le casse dello stato di circa 3mila dollari a caso”.

L’Unicef ha avviato, insieme all’IBES, e ad alcune ong un censimento pilota dei bambini presenti negli orfanatrofi haitiani, ma il lavoro procede piuttosto a rilento: il governo ha perso molti funzionari nel terremoto: “In ognuna di queste strutture vivono in media 50 bambini, tra i 5 e i 15 anni, ma possono anche superare il centinaio” spiega Sarcià. “spesso le condizioni igieniche sono preoccupanti, il cibo e gli spazi scarseggiano”.

Nel frattempo un team di esperti è al lavoro per tentare di ritrovare genitori o parenti dei bambini che si sono persi dopo il terremoto. Finora sono stati registrati circa 1800 piccoli e 570 sono stati riunificati con le famiglie.

“Per mesi il personale ha girato strade, tendopoli, ospedali, rifugi di fortuna, per individuare i bambini soli” spiega a Panorama.it Rebecca Fordham, dell’Unicef, “i bambini vengono identificati, fotografati, con pazienza si cerca di ottenere da loro tutte le informazioni utili, spesso sono scossi, si vergognano e ci vuole tempo per guadagnare la loro fiducia”.

Poi cominciano le indagini, difficile dire quanto durano “può bastare un’ora, o ci possono volere anni” commenta Fordham. Nel frattempo ogni scampolo di informazione è prezioso, e viene inserito in un data base. Nel caso di neonati o bimbi molto piccoli vengono perfino conservati i vestiti che indossavano al momento del ritrovamento: sono utili per ricostruirne la storia.

Con i fondi degli sms solidali raccolti dal consorzio di Ong che fa capo ad Agire, Save the Children e Terres des Hommes hanno portato avanti molti progetti in varie aree colpite dal terremoto: “Abbiamo creato e stiamo gestendo 50 spazi protetti per i bambini. Un luogo dove si possano sentire al sicuro e recuperare un briciolo di normalità” riassume Gary Shaye, direttore di Save the Children ad Haiti. “Abbiamo distribuito cibo a 300mila persone, assicurato a 11 mila famiglie un modo per riprendere a vivere e lavorare.

La vera sfida, però è assicurare che i bambini vadano a scuola, per aiutarli a riprendersi dal trauma e assicurare loro il futuro.”. L’80 per cento delle scuole soprattutto nelle comunità rurali di Haiti, è gestito da privati, a volte singoli insegnanti, che sopravvivono con lo stipendio pagato loro dalle famiglie.

“Save the Children ha ricostruito 45 scuole crollate, creato 270 luoghi temporanei per fare lezione e fornito lavagne, quaderni, zainetti. Spiegato agli insegnanti come si aiuta i bimbi ad affrontare un trauma come quello che hanno subito”.

Terre des Hommes con il suo progetto Gen Lespwa (C’è speranza) ha soccorso più di 50.000 persone, tra i quali circa 33.000 bambini, offrendo cure mediche, acqua potabile, servizi igienici e rifugi temporanei. Nei prossimi mesi saranno pronte 3 nuove scuole e due case d’accoglienza per bambini abbandonati a Port au Prince e una clinica materno-infantile per le 90.000 persone che vivono nella baraccopoli di Waaf Jeremie.

La priorità per Terre des Hommes è lottare contro gli abusi e sconfiggere il traffico di bambini. Raffaele K. Salinari, presidente di Terre des Hommes auspica che non appena il parlamento haitiano ricomincerà a lavorare venga approvata la legge che regola in modo più stringente le adozioni internazionali, in discussione proprio prima del terremoto.

Fonte: Panorama.it


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