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Un “villaggio della speranza” in aiuto dei bambini del Kenia


Alice for Children è un sogno a portata di mano. Nel centro di Nairobi ti multano con severità svizzera se fumi per la strada, ma l’oceano di baraccopoli che chiazza la città è una terra di nessuno in cui non esiste legge.

Un Paese pieno di contraddizioni e controsensi, un labirinto in cui sembra impossibile trovare una via d’uscita. C’è, invece, chi cerca di dare un ordine a questa matassa imbrogliata, iniziando a tirare un piccolo ma fondamentale filo.

Diego Masi è un uomo colto e caparbio. Una sessantina di anni dietro alle spalle, divisi tra imprenditoria nel ramo della pubblicità e impegno sociale. La moglie Daria è una donna intelligente e acuta, occhio ceruleo penetrante e battuta sempre in tasca. Sono il braccio e la mente, a geometria variabile, di Alice for Children, associazione per le adozioni a distanza.

Due milanesi doc che hanno deciso di impegnarsi nella cooperazione. Un’idea nella testa: creare un pezzetto di pace in mezzo alle baraccopoli. Un piccolo progetto con alle spalle una grande energia umana. Iniziano con una scuola di periferia, poi approdano a Korogocho e, un po’ per volta, danno vita all’Alice Village. Un paradiso a misura di bimbo in mezzo al verde della campagna di Nairobi. Centocinquanta posti letto, stanze pulite, un campo da pallone, molti giochi e il calore umano dei volontari.

Al villaggio di Alice ci sono solo bambini orfani o con gravissimi problemi familiari. La casistica è infinita: genitori morti per Aids, bambini maltrattati o violentati, figli di un qualche stupro compiuto tra le sbarre delle galere africane. Un’antologia infinita di orrori umani, barbarie inimmaginabili che scompaiono tra le braccia dei volontari.

Basta un letto, un bagno degno di questo nome e qualcuno che ti chieda come stai. In Africa questa elemosina di vita è già «casa». Il poco diventa tanto e il minimo sindacale è già un lusso. Dall’Italia con un minimo sforzo si assicura ai bambini una fetta di dignità e un’ipoteca sul futuro.

I più bravi andranno alle scuole secondarie (in Kenya la prima tranche istruttiva dura otto anni e include le nostre superiori) e poi all’università, anche grazie all’aiuto dei lettori del Giornale. Un piccolo miracolo, una grande opportunità. Ora servono i pavimenti per le aule dei nostri bambini e c’è ancora bisogno del nostro e del vostro aiuto.

Fonte: Il Giornale.it


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