Depressione post partum: prevenirla si può


Ecco l’intervista a Claudio Mencacci, primario di psichiatria al Fatebenefratelli di Milano

«La depressione post partum colpisce dal 10 al 15% delle donne in gravidanza: è fondamentale avviare una campagna di sensibilizzazione affinché le donne e le famiglie siano informate su questo fenomeno, che è totalmente preventivabile».

Parla il dottor Claudio Mencacci, primario di psichiatria al Fatebenfratelli di Milano, alla luce della “confessione” dell’attrice Gwyneth Paltrow: «Cinque mesi di buio e dolore dopo la nascita del mio secondo figlio».

«Il rischio di depressione è molto alto nel primo trimestre di gravidanza e decresce nel secondo e terzo – spiega l’esperto -. Molto importanti i disturbi di ansia, soprattutto quelli che compaiono alla 32esima settimana: rappresentano un rischio significativo di depressione dopo il parto».

Quali sono i rischi dell’ansia durante la gravidanza?

«Oltre che alla depressione post partum, espone a disturbi dello sviluppo e dell’attività fetale. I rischi per il bambino sono il basso peso alla nascita, difetti fisici, ridotta circonferenza cranica, basso indice di Apgar (misura la vitalità e l’efficienza delle funzioni vitali primarie del neonato, ndr) problemi comportamentali ed emozionali. Inoltre può esserci scarsa partecipazione al progetto genitoriale, con cattiva nutrizione, abuso di alcol o altre sostanze, comportamenti impulsivi contro il feto o il bambino, netto aumento della possibilità di aborto».

È possibile usare psicofarmaci durante la gravidanza?

«Assolutamente sì. I nuovi antidepressivi, se usati con attenzione e sotto controllo del medico, non aumentano il rischio di teratogenesi (sviluppo anormale di alcune parti del feto, ndr). L’uso degli ansiolitici, che deve essere moderato e frazionato, è possibile a basse dosi, anche durante l’allattamento, sempre con particolare attenzione. In particolare va sottolineato che se una donna ha sofferto di depressione già prima di restare incinta non deve assolutamente interrompere le cure. Bisogna invece continuare la terapia, che permette di portare avanti la gravidanza con ampi margini di sicurezza».

Parliamo dei fattori di rischio che possono portare alla depressione.

«Il primo elemento da valutare è se la persona ha già sofferto di depressione, poi va considerata la familiarità, ovvero se la malattia ha colpito un suo familiare. Ci sono poi altri fattori, come la sindrome premestruale, che comporta grossi cambi di umore e reca notevole sofferenza a oltre il 5% delle donne in età fertile; l’ambivalenza rispetto alla gravidanza; la giovane età della futura mamma; un breve intervallo tra una gravidanza e l’altra; eventi stressanti, come la perdita del lavoro o di una persona cara; e poi frequenti problemi di salute del bambino; un rapporto conflittuale con il partner o con il bambino stesso. Infine c’è il baby blues, un fatto fisiologico per le donne ma che porta nel 20% dei casi alla depressione post partum. Alla luce del vasto raggio di fattori di rischio ben individuabili dire che questa compare all’improvviso è una bestialità».

Come valuta la proposta di alcuni ginecologi di imporre il trattamento sanitario obbligatorio?

«Uso un termine educato: inopportuna. Bisogna cominciare a fare seriamente prevenzione: se una donna è costantemente monitorata il rischio che si arrivi a situazioni gravi è minimo. Solo in casi eccezionali si può ricorrere a strumenti eccezionali» [per approfondire, leggi questi articoli, n.d.r.].

Se una persona ritiene di essere affetta da depressione post partum che cosa può fare?

«Esistono dei semplici test di autovalutazione, che non fanno una diagnosi ma possono essere indicativi. Si trovano anche su internet. In molti casi bisogna solo superare la vergogna di ammettere che in un periodo che dovrebbe essere tra i più felici dell’intera vita si possa sperimentare il pieno della solitudine e del’infelicità. Bisogna abbattere questo stigma perché la depressione è un ladro che ruba la maternità. E la cosa non finisce lì, le conseguenze vanno avanti per tutta la vita».

Fonte: Corriere.it


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