Vacanze: un toccasana per i nostri figli


La sentenza senza appello arriva, tanto per cambiare, da una ricerca scientifica americana svolta nella prestigiosa John Hopkins University e resa nota dalla rivista Time.

Un parentesi è d’obbligo. Chi ha bisogno di queste ricerche? Non c’è davvero niente di più importante da studiare? Dietro la parola «scientifico» non c’è l’arroganza di imporre un modo di pensare funzionale a qualche interesse di parte?

Sono alcune domande che sorgono spontanee, credo, a chiunque quando viene a sapere che si spendono soldi e energie per studiare qualcosa che con un po’ di buonsenso si comprenderebbe facilmente senza bisogno del marchio della scientificità. Un marchio che diventa principio indiscutibile di autorità: chi ha un’altra opinione, se la tenga perché non è scientifica.

C’è bisogno della scienza se si parla di vacanze scolastiche, cioè di una circostanza di cui tutte le famiglie di questo mondo hanno esperienza? I ricercatori dell’università americana ci dicono di tacere e ascoltare: più stanno in vacanza e più i nostri figli diventano somari. Così sentenziano.

Non aggiungono molto, se non qualche motivazione elementare: se i ragazzi non stanno sui libri per un certo periodo, dimenticano quello che hanno studiato; oppure: la concentrazione è come un allenamento e se si smette di allenarsi quando si ritorna a scuola si è distratti e svogliati.

La ricerca è piena di queste impegnative verità scientifiche che terrorizzano chi avrebbe voglia di pensare in modo un po’ diverso. Comunque, proviamoci.

Sono davvero lunghe le vacanze scolastiche così da trasformare gli studenti in somari? Per la mia esperienza (non breve) direi che vanno bene così, e la ragione fondamentale è che le vacanze responsabilizzano le famiglie.

Generalmente l’orario scolastico prevede il cosiddetto tempo prolungato fino alle tre e mezza, quattro di pomeriggio. Calcolando il tempo per tornare a casa, il bambino o l’adolescente torna in famiglia verso le cinque. Il problema è che la famiglia – padre e madre – non c’è, è al lavoro. Ci si deve arrabattare con nonni, parenti disponibili, amici comprensivi.

La stessa cosa, su scala temporale più ampia, avviene con le vacanze estive, per questo esse devono corrispondere al periodo di ferie dei genitori. Naturalmente si cerca la motivazione scientifica e la si trova nella trasformazione dello studente in somaro se la vacanza è troppo lunga. Ma è evidente che la vera ragione della ricerca sta nel cercare di risolvere il problema sociale dell’assenza dei genitori quando i figli non vanno a scuola.

Sono più che comprensibili i problemi generati da un mercato del lavoro che tendenzialmente occupa (così si desidererebbe) entrambi i genitori. Tuttavia non si può pensare di risolvere il problema, fingendo che non ne esista un altro ben più grave.

La famiglia non può abdicare al suo ruolo, consegnandolo alla scuola. Famiglia e scuola hanno funzioni diverse nell’educazione dei giovani, e la scuola non deve surrogare quelle della famiglia. Forse non è superfluo ricordare che sono i genitori a trasmettere il sentimento della vita ai propri figli; la scuola potrà dare gli strumenti culturali per conoscere e affrontare la vita.

Ma pensare che il maestro, il professore possano fare ciò che è compito dei genitori, è un gravissimo equivoco.

Le vacanze sono l’occasione per i genitori di stare insieme ai figli, anche in mezzo alle difficoltà che crea il loro lavoro, difficoltà che possono diventare un ottimo strumento educativo. Nei mesi estivi i ragazzi possono stare benissimo senza maestri e professori. Vedranno da vicino come si svolge la vita familiare con tutte le sue difficoltà, e a loro volta i genitori si preoccuperanno un po’ di più dei figli, avendo la prova che la loro presenza non è sostituibile.

Possono incominciare col dare l’esempio, mostrando che nel tempo libero si può anche leggere un libro e ripassare insieme un po’ di storia.

Fonte: Il Giornale.it


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