Parto in casa: diritto di ogni donna


Gli uomini possono solo immaginare cosa significhi avere per nove mesi camminato, mangiato, respirato per due esseri viventi. Cosa significa sentir crescere nel proprio ventre la vita, prima silenziosa e sommessa, infine scalciante. Di questo lungo percorso, psicologico e fisico, il parto è il punto culminante.

Nonostante i continui progressi della scienza, il travaglio di una donna continua a poter avere delle conseguenze mortali (come conosciamo troppo bene, in Italia, a causa di recenti fatti di cronaca). Le tragiche cifre sulla mortalità durante il parto che contraddistinguevano i Paesi preindustriali e i primi decenni del capitalismo sono oggi certo solo un brutto ricordo.

Resta un fatto, un’evidenza: il parto ha una sua potenziale criticità. E la donna, come dall’alba dei tempi, come la tante donne che l’hanno preceduta, rischia, mettendo alla luce il bambino, la propria vita.

Esiste in Europa da anni un movimento che rivendica il diritto delle donne di partorire in casa. Sall Hughes ha due bambini ed entrambi sono nati nel letto dove Sall dorme con suo marito. La domenica vi si arrampicano per raggiungere i genitori. La giovane donna inglese ha raccontato al Guardian la sua personale storia. La delicata e toccante esperienza di una madre diventa, nelle pagine dell’unico vero quotidiano di sinistra, un vibrante plaidoyer.

Racconta Sall: «Tre anni fa, ero incinta di 39 settimane del mio secondo figlio. Sedevo, col mio primo, davanti alla tv guardando un’intervista ad Al Pacino, quando mi si sono rotte le acque. Dopo poco meno di due ore, due ostetriche stavano rimpacchettando il loro armamentario, mentre io, nel mio stesso letto, con indosso un pigiama pulito, tenevo in mano una tazza di tè e nell’altra un bambino che poppava soddisfatto. E’ stato probabilmente il momento più bello della mia vita.»

Sall ammette di essere stata fortunata: la gravidanza è filata per nove mesi liscia come l’olio, senza mai una complicazione, senza mai dubbi sulla salute della madre e del feto. Il suo è stato dunque, da tutti i punti di vista, un caso ideale per un parto in casa.

In Inghilterra, dove il parto assistito in casa è da anni garantito dal National Health Service, sono poche le donne a fare questa scelta. Dietro questo scarso interesse, si celano, secondo Sall, dei pregiudizi infondati. Anche suo marito, quando gliene ha parlato per la prima volta, si è mostrato sospettoso. Come molte altre persone, non aveva mai valutatola possibilità di partorire a casa, come invece accadevaspesso una volta. Poi, il medico curante e le ostetriche che hanno seguita Sall durante la gravidanza, hanno placato le sue preoccupazioni.

Molte persone sono preoccupate dagli allarmi e dai moniti, lanciati a più riprese dalle associazioni di ostetricia e ginecologia, sulla pericolosità di un parto a casa. Il caso di Sall non ha nulla a che vedere tuttavia con le statistiche allarmanti riportate da questi istituti di sanità.

«Parto in casa» non è la medesima cosa che «parto controllato in casa». In questo secondo caso, quello di Sall, la gravidanza è normalmente monitorata e il parto avviene sotto il controllo di due ostetriche, dotate delle attrezzature mediche e sempre in contatto con un’ambulanza, nell’evenienza in cui la donna voglia, o debba, essere ricoverata all’ospedale.

Inoltre, a differenza di quanto viene comunemente detto dai critici, il «parto a casa» non si traduce in un maggiore costo per la comunità. Al contrario, la procedura – che per ovvie ragioni non prevede anestesia epidurale, taglio cesareo, soggiorno in ospedale, presenza dell’anestesista – si rivela più economica per i contribuenti.

Le obiezioni che le sono rivolte risultano in buona parte da un approccio pregiudiziale. In fondo è vero che la donna ha partorito per millenni sotto un tetto di una casa, con una mammana al suo fianco. Se ancora non ci siamo estinti, vuol dire che quel metodo, non era solo un pauroso deficit tecnologico.

Le risorse della scienza possono apportare evidenti benefici e correzioni al «parto in casa». Sarebbe bene dunque che scienziati e istituzioni, invece di impedirlo, cercassero di renderlo sempre più sicuro.

Sarebbe anche bene, sia detto en passant, che anche le donne italiane, come quelle inglesi, avessero il diritto di scegliere, quando le condizioni di salute lo permettano, di dare alla luce i figli nell’ambiente protetto e sicuro di una casa.

Per saperne di più segui la nostra rubrica Parto in casa: perché no?

Fonte: Ladyblitz.it


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  • Lucia

    Che bello sarebbe se questa possibilità fosse data davvero a tutte le donne che lo desiderano! Io sono stata fortunata a poter partorire a casa senza pagare quasi nulla, seguita dal servizio del S.Anna di Torino, ma tante donne di altre regioni che non si possono permettere un”ostetrica privata devono per forza rinunciare! Comunque approfitto di questa occasione per dire a tutte le donne che i soldi che si spendono per un”ostetrica privata, per avere un parto indisturbato a casa, sono i migliori che si possono spendere in tutta una vita!