Bambini e lavoro: basta ricatti!

Metterlo al mondo, allattarlo, portarlo sul proprio corpo, dormire insieme. Per qualche mese: e poi, per voglia o per necessità, separarsi dal proprio bambino, affidandolo alle cure di una nonna, di una baby-sitter o all’educatrice di un asilo nido; e rassegnandosi a trascorrere con lui da allora in avanti poche ore al giorno, a parte le feste e qualche giorno di ferie (sempre che il capo lo consenta).

Questo è oggi quello che aspetta le neomamme – almeno quelle tanto fortunate da avere un lavoro, da averlo conservato nonostante la gravidanza, e con la prospettiva di non perderlo immediatamente dopo il parto. Sempre che non vi rinuncino spontameamente, risolute a non accettare il ricatto cui sono sottoposte: lascia perdere la tua famiglia, se davvero ci tieni a lavorare.

Di fatto, dato l’attuale quadro normativo del nostro Paese e l’organizzazione del lavoro presenzialista e efficientista (non efficiente), del binomio primordiale e inscindibile di madre e figlio non resta più traccia già dopo pochi mesi: addirittura soltanto tre, se la madre – al termine dell’astensione obbligatoria – non può permettersi di perdere il 70% dello stipendio per usufruire del congedo facoltativo.

Cosa ne resta, allora, della vita felice del sistema materno-infantile, che si protrae almeno per i primi tre anni di vita del bambino? Cosa ne è della volontà, che sempre più donne manifestano, di attenersi il più possibile ai dettami della natura, tanto in gravidanza quanto nel parto e poi nell’allevamento del bambino?

Chi ha inteso la propria materntà come un’esperienza il più possibile naturale, nel senso originario del termine, vive in maniera ancora più drammatica la contraddizione tra la nuova dimensione materna e le logiche che governano il mondo del lavoro.

Da un lato, l’esigenza di accompagnare il più possibile, in prima persona, lo sviluppo della nuova vita, nella sua fase più preziosa e delicata. Dall’altro, un meccanismo che male tollera la convivenza con altre esigenze – tanto meno quelle familiari -, che intima a chi ne partecipa di non distaccarsene mai, per nessuna ragione, pena l’espulsione dal meccanismo stesso.

Far convivere il progetto di una maternità naturale con la permanenza nel sistema produttivo e occupazionale è quanto mai difficile. Ma il superamento della difficoltà parte proprio da chi la conosce, da chi l’ha provata sulla propria pelle, da chi ha sperimentato direttamente l’invadenza di logiche che pretendono di regolare l’intera dimensione vitale, mettendo becco persino nelle scelte sull’accudimento e sull’educazione dei figli.

La risposta alla difficoltà non può essere soltanto, sempre, l’abbandono del sistema a se stesso, in attesa di tempi migliori: occorre invece affrontarlo di petto, per presentargli le proprie istanze, senza retrocedere.

La migliore arma per sostenere le proprie convinzioni è proprio la forza che la maternità, foriera di una nuova e inattesa saggezza, imprime nelle donne. A un’organizzazione del lavoro che pretende un passo indietro dalle madri, bisogna dunque rispondere chiedendo che il passo indietro lo faccia proprio l’organizzazione, accogliendo al suo interno la flessibilità necessaria a comprendere il desiderio materno, senza forzarlo nei ristretti tempi di una maternità vissuta per interposta persona, del tutto innaturale.

Come? Firmando la petizione per il diritto al part-time!

Firma la petizione per il part-time alle mamme cliccando qui oppure qui .

Grazie a tutti!

Paola Liberace

www.controgliasilinido.com

Il tema dell’importanza di restare il più possibile accanto ai propri figli viene affrontato con sensibilità e puntualità da Isabelle Fox in Sempre con lui: i vantaggi di essere un genitore a tempo pieno.


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  • Cristina

    Grazie!!
    Ho un bambino di 2 anni e sta per arrivare il/la secondo/a. Sono a casa da 2 anni e mezzo. Il giorno precedente al mio primo giorno di lavoro mi è stato detto “scegli: o fai carriera o fai figli!” Non mi sono posta il quesito: me ne sono andata io! Purtroppo la mia realtà non è l”unica così, e a 31 anni con 2 figli mi sento definire “vecchia” per il mondo del lavoro.