Il sonno del bambino: tutti i consigli sul web


Rapidamente mi saltano fuori articoli che forniscono indicazioni ai genitori inesperti (sì perchè, non so se ci fate caso, al primo bambino veniamo definiti come tali: alla luce di cosa, poi, proprio non lo so).

Ovviamente bisogna immaginarsi l’Esperto classico, quello in camice bianco, magari con capelli brizzolati ed espressione da “buon-genitore-comprensivo-che-spiega-cosa-è-meglio-fare”, anche se, ultimamente, pure qualche giovane Esperta in tailleur e carré fresco di taglio comincia a vedersi.

1) Quando il bambino si sveglia è estremamente importante avere pazienza: non precipitatevi subito ma aspettate; valutate l’intensità del pianto e cercate di resistere. Quando andate vicino al bambino, non accendete luci, non prendetelo in braccio, cercate di calmarlo con voce bassa e cullatelo un po’ nel lettino; se non c’è proprio bisogno non dategli da bere latte o altre cose, evitate camomille o cose simili; andate via dalla stanza prima che il bambino sia completamente addormentato; non diventate voi l’unico mezzo per farlo addormentare.

2) Dopo i 4-6 mesi di vita il bambino non ha più bisogno di mangiare durante la notte se di giorno fa pasti regolari; quindi non gli si dovrebbe dare da bere o mangiare se si sveglia.

3)Si può adottare la tecnica del “minimal checking” che consiste nell’instaurare il solito rituale per l’addormentamento e lasciare la stanza, ma tornando a controllare il bambino ogni 2-3 minuti, anche se non piange o chiama; quando si entra nella stanza bisogna tranquillizzarlo parlandogli dolcemente e uscire di nuovo dalla stanza, senza aspettare che si addormenti; si deve continuare fino a che non si addormenta. La stessa tecnica va adottata durante i risvegli notturni, ma vedrete che non sarà necessario fare molti controlli.

4) Oltre al minimal checking, una tecnica generale può essere quella dell’estinzione graduale. Questa consiste nel cercare di ottenere il comportamento desiderato tramite piccole conquiste successive, come abituare il bambino alla progressiva distanza dai genitori al momento di andare a letto o durante i risvegli.

Se il bambino comincia a piangere o a chiamare, aspettate 30 secondi; poi entrate nella stanza, tranquillizzatelo con il minimo di interazione reciproca e uscite dalla stanza quando il bambino è ancora sveglio.

A ogni chiamata successiva allungate progressivamente l’intervallo di tempo passando a 1 minuto, poi 2 minuti e così via, finché il bambino si addormenta da solo. La notte successiva raddoppiate il tempo di attesa e continuate così. Dopo una settimana le cose dovrebbero migliorare.

Mettete sempre una piccola luce e date la possibilità al bambino di controllare l’ambiente circostante. Non fatevi cogliere da sensi di colpa perché il bambino piange e voi non intervenite. Non creerete nessun trauma psicologico a vostro figlio. Se sarete costanti otterrete il risultato auspicato.

Documentazione interessante: non trovate? I precedenti stralci sono stati presi da un sito di pediatri. Mi sovvengono molte domande, ma andiamo avanti con la nostra ricerca. Oramai la mia curiosità si è destata. Eccone un altro consiglio degno di attenzione.

1) Quando un bambino ha problemi ad addormentarsi bisogna cercare di capire quali sono le cause. Talvolta è opportuno rivolgersi ad appositi specialisti per poter escludere che vi siano cause di tipo fisiologico o neurologico. Il più delle volte, invece, i problemi del sonno del bambino sono legati ad abitudini adottate sin dai primi mesi.

Quanti genitori, infatti, non hanno resistito alla tentazione di far addormentare il bambino in braccio, durante l’allattamento, nel letto matrimoniale, ecc. Se i bambini si abituano ad addormentarsi in certe situazioni, diventa molto difficile farli addormentare in assenza di queste ultime.(…)

Il problema è che, poi, rischia di non riuscire più ad addormentarsi in assenza di questa presenza attiva. Ecco perché la presenza attiva dei genitori rischia di compromettere la capacità innata del bambino ad addormentarsi da solo.

2) Metter il bambino a letto quando è ancora sveglio (questo vale soprattutto per i lattanti) e quando sapete che ha sonno (cfr. il diario del sonno). Se in seguito al vostro allontanamento si mette a piangere o reclama la vostra presenza, non prendetelo in braccio. State con lui un po’, parlategli con voce rassicurante e poi allontanatevi prima che si sia addormentato (anche se sta ancora piangendo).

Fatelo pure piangere per qualche minuto. Non succederà niente (a patto che questo pianto non dipenda da altre cause quali febbre, mal di pancia, coliche, ecc). Tornate dopo un po’ a rassicurarlo, ma senza prenderlo in braccio. Chinatevi voi verso la culla. Rassicuratelo e uscite. Se reclama ancora la vostra presenza aspettate ancora un po’.

Continuate così a intervalli di circa 10 minuti. Se il pianto diventa un piagnucolio non entrate in cameretta. Col passare dei giorni, allungate sempre più i tempi di attesa prima di entrare, la terza notte aspettate 15 minuti e così via). Dopo poche notti il bambino si addormenterà più in fretta.

Ok, sino a un certo punto mi pareva quasi di avere a che fare con persone sensibili, quasi dolci. Poi di nuovo il rituale. Sempre lo stesso. Anche qui “l’amico esperto” (amico di chi??) lascia un po’ a desiderare. Ma saranno davvero esperti? Continuiamo la ricerca, oramai immaginando e prevedendo le prossime indicazioni.

1) Personalmente sconsiglio il metodo di lasciar piangere a lungo un bambino (che piangendo esprime efficacemente il proprio profondo disagio); gli faremmo soltanto sperimentare quello che lui teme di più: l’abbandono e la necessità di doversi arrangiare da solo, di dover contare soltanto su se stesso, di constatare che non c’è nessuno ad aiutarlo nella titanica impresa di crescere e vivere in questo strano mondo.

2) L’ errore principale (inevitabile nei primi mesi) è quello di continuare a fare addormentare il bambino in braccio anche dopo i primi mesi di vita; al primo risveglio (o nel passaggio al sonno REM) il bambino ricerca l’abbraccio e il contatto perduto.

Dal 4-5 mese è utile iniziare a tentare l’addormentamento direttamente in culla o nel lettino, rimanendo lì vicino, parlando o cantando o leggendo, oppure accarezzando o tenendo la mano; facendo cioè qualcosa che rassicuri e che faccia sperimentare al bambino che la sua difficoltà è compresa e condivisa e che c’è comunque qualcuno disponibile ad accompagnarlo.

Il bambino deve cioè avere la possibilità di provare e lo stimolo per impegnarsi, ma anche la certezza che non è solo e che può fidarsi (oltre che di se stesso) anche degli altri.

Cavolo! Eccone un altro!!! Eppure sembrano quasi sempre amorevoli e affettuosi!! Ma cosa bisogna fare perché si trovino in giro persone che non forniscano indicazioni come se si trattasse sempre di avere a che fare con bambini cattivi e che nascono solo per turbare la quiete dei poveri genitori?

Ma perché si sentono tutti in diritto di dire alle persone cosa fare?

Quando leggo queste indicazioni (che paiono quelle dei foglietti dei medicinali con relativa posologia) mi chiedo sempre quale sia lo scopo ultimo di queste persone. Qual è il motivo che le spinge a dire che con i bambini questi comportamenti sono quelli giusti?

Mi pare sovente di avere a che fare con programmatori di computer: “inserire la scheda nel disco rigido e rivviare!”. Ma stiamo parlando di esseri umani o macchine? Stiamo parlando di piantine che debbono essere nutrite con quel tipo di acqua e con quel tipo di concime o di bambini?

Osservo, come tutti, i video diffusi sul web a proposito dei bambini picchiati negli asili.

Poi osservo un altro video diffuso sul web.

Debbo pormi alcune domande in merito.

Ci viene detto, da alcuni pediatri (ma anche da alcuni psicologi, per non parlare delle educatrici degli asili) che dobbiamo imporre un tipo di comportamento ai nostri figli, altrimenti… Invece di mostrarci cos’è la cosa migliore per loro in maniera corretta, informandoci e poi lasciandoci liberi di scegliere cosa fare della nostra vita, magari citando qualche antropologo o qualche studio in merito.

Ci dicono che dobbiamo comportarci in un certo modo minacciandoci che la nostra libertà verrà limitata dalla presenza di nostro figlio.

Ci dicono di avere pazienza e di non ascoltare i suoi pianti e i suoi lamenti, di non assecondare le sue esigenze, di non cedere ai suoi richiami, di evitare di coccolarlo, di ascoltarlo e di prestargli la nostra attenzione.

Un genitore che viene “educato” a comportarsi in questo modo nei confronti di suo figlio come può avviare un rapporto con lui che lo metta in grado di capire i messaggi che il bambino tenta di mandargli?

È mai possibile che un metodo educativo al quale noi genitori siamo obbligati (perché veniamo minacciati dal fatto che mineremo la salute nostra e di nostro figlio se non lo applichiamo), ci faccia perdere di vista la capacità di capire i nostri figli?

È davvero mai possibile che i genitori siano obbligati a comportarsi in questo modo con i propri figli e poi si ritrovino incapaci di interpretare i loro segnali di disagio?

Io credo che i genitori che sono in balìa di questi esperti, di questi siti internet gestiti da “specialisti”, siano del tutto privati della capacità di fare i genitori.

Io credo che non possiamo stupirci di ciò che accade negli asili e del dolore agghiacciante nel quale cadono i genitori quando vengono messi a conoscenza di ciò che i loro bambini subiscono.

I metodi educativi come quelli di Estivill, in realtà ben accettati dalla maggior parte degli esperti, non possono far altro che accentuare l’allontanamento sempre maggiore dei genitori dai propri figli, aggravando il cosiddetto fenomeno della delega che li rende incapaci di conoscere le proprie creature.

In realtà ciò che sta accadendo, è solo l’espressione di una fase terribile della nostra storia ccidentale: non solo i bambini sono considerati incompetenti, ma lo sono anche i genitori.

Non solo la loro salute dipende dall’apporto di oggetti creati appositamente per salvar loro la vita (si pensi al ciuccio contro la morte bianca o al cucchiaio con retino per evitare che il bambinoingoi bocconi di cibo troppo grandi).

Cresciamo educati all’idea che c’è qualcuno di più esperto e di più saggio di noi che sa perfettamente cosa sia meglio per noi e per i nostri figli. Ciò non è vero. Non caschiamo in questa assurda trappola.

Quando ci mettono davanti a una bilancia e ci dicono che il nostro latte non va bene, che se non ci comportiamo in un certo modo ne otterremo sicuramente danno, che il nostro interlocutore è più saggio di noi, stanno solamente trattandoci da incapaci.

A questo tipo di trattamento rispondiamo “no”. Chiediamo informazioni, non direttive. Pretendiamo confronti alla pari, non insegnamenti. Quando non sappiamo come comportarci, chiediamo informazioni complete di motivazioni.

E’ troppo facile istruire qualcuno sul fatto che mangiare arance sia l’unico modo di assumere vitamina C, molto difficile è fornire informazioni chiare sull’importanza delle vitamine nella nostra alimentazione, lasciando poi che le persone si assumano la responsabilità di seguire o no tali indicazioni.

L’empowerment, ricordiamoci, è difficile: non impossibile.

Rachele Sagramoso

Il tema del sonno dei bambini è affrontato con grande cura e rispetto per i piccoli in Facciamo la nanna di Grazia Honegger Fresco.


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  • Maria Luisa Tortorella

    Non tutti gli “esperti” la pensano così… abbiamo pubblicato anni fa una revisione critica della letteratura scientifica sull”efficacia e la sicurezza dei cosiddetti “protcolli” per far addormentare i bambini da soli, poprio perchè siamo certe che non è proprio così che devono andare le cose. Per approfondimenti: http://db.acp.it/Quaderni.nsf/bb932302c16c9a9dc1256f430065da21/9af08d4ad404b472c125722e0035d269?OpenDocument&ExpandSection=2,3&Highlight=0,estinzione#_Section2

  • Fulvia

    Non tutti la pensano così, però purtoppo è il consiglio più elargito e più seguito da neo genitori.
    Io sono mamma di un bambino di 20 mesi, uno dei primi regali ricevut è stato ovviamente il libro di estivill. Dopo averlo letto mi sono documentata perchè non mi sembrava corretto considerare mio figlio un tiranno da addomesticare. Ho trovato libri molto belli e le educatrici del consultorio per fortuna molto preparate e premurose. Il problema che non tutti abbiamo la forza, la voglia o non lo so cos”altro di metterci in discussione, di cercare e confrontare teorie. Quel che più preoccupa, secondo me, è la mancanza di fiducia nel proprio istinto di madre e padre. se non ci fidiamo noi di noi stessi come possono aver fiducia i nostri figli?

  • Gigliola Camponogara

    E”bello poter leggere fra tanti articoli che parlano del sonno dei bambini qualcosa che fa bene alla mente ma soprattutto al cuore …
    Ogni nostro figlio è un bambino unico e irripetibile per le sue caratteristiche e la sua peculiarità caratteriale, eppure questi libri-guida “pretendono” di saper dare per ogni bambino insegnamenti sulla sua “educazione”.
    Come se ogni creatura fosse uguale all”altra. Per non parlare dei metodi sul monitoraggio del pianto…
    Ma fa effetto pensare che siamo mammiferi…epppure i condizionamenti della società in cui ci troviamo vogliono seppellire quel “saper fare” e “quel saper essere”che nascono assieme ad una madre.
    Se penso a come mi ha trattata la pediatra di mia figlia di 10 mesi quando ha saputo che dorme con noi e che la allatto “ancora” al seno.Perchè mi sono lasciata andare alla verità?A volte è più sano mentire…