Bambini e dislessia: metodo di studio

Ho letto recentemente un articolo pubblicato sul giornale “Dislessia” che ha suscitato notevolmente il mio interesse. L’articolo (C. Cornoldi, P.E. Tressoldi,M.L. Tretti, C. Vio, il primo strumento compensativo per un alunno con dislessia: un efficiente metodo di studio, Giornale Italiano di ricerca e clinica applicativa: Dislessia, vol.7, n.1, gen.2010 ,pp.77-87, Erickson) mi ha indotto a riflettere su quanto spesso docenti, alunni e genitori dimentichino l’importanza di un buon metodo di studio come primo strumento compensativo per i nostri bambini con disturbo specifico dell’apprendimento della lettura.

Abbiamo già discusso dell’importanza di affiancare sempre agli strumenti compensativi (tecnologici e didattici) trattamenti cognitivi che mirino a potenziare il sistema e le abilità deboli (metodo Benso, 2004, 2010). Ciò che oggi mi preme sottolineare è che per raggiungere l’autonomia nello studio, obiettivo primario dell’abilitazione, utilizzare un efficiente metodo di studio è essenziale. Per una descrizione dettagliata delle fasi del metodo di studio si rimanda all’articolo di Cornoldi et al.; in questa sede mi limiterò a evidenziarne gli aspetti principali.

È bene però premettere che non esiste un “dislessico” uguale ad un altro di conseguenza non esiste una metodologia standard che possa calzare ad ogni bambino; questa andrà cucita addosso al ragazzo sfruttando i suoi punti di forza e potenziando con i training cognitivi i punti di debolezza (emersi entrambi durante una valutazione neuropsicologica cognitivo funzionale completa). In generale, come Cornoldi et al. evidenziano, si pensi alla difficoltà e alla fatica cui va incontro un bimbo con dislessia quando si accinge a studiare una lezione di storia.

Rispetto ai pari età normolettori non può leggere più volte uno stesso paragrafo, riassumere quanto letto e ripassarlo a tempo debito; ciò gli costerebbe un dispendio di “energie attentive” tale per cui si stancherebbe a metà lavoro invalidando i processi di comprensione del testo e di apprendimento del materiale oggetto di studio.

Infatti, come ricorderete, la debolezza attentiva sottostà a tutti i disturbi specifici dell’apprendimento; pertanto, un bimbo con dislessia dovrà, per accedere al significato ed immagazzinare i contenuti rilevanti, ottimizzare il tempo a disposizione per non disperdere risorse. “Suggeriamo a tal proposito un tempo non superiore a un’ora di lavoro per casa per lo studente della scuola primaria, non più di due ore per lo studente della scuola secondaria che va a scuola al mattino, e metà del tempo indicato per chi ha scuola a tempo pieno o nei giorni con orario prolungato” (C.Cornoldi et al. il primo strumento compensativo per un alunno con dislessia: un efficiente metodo di studio, Giornale Italiano di ricerca e clinica applicativa: Dislessia, vol.7, n.1, gen.2010 ,pp.80, Erickson).

Questo monito è diretto agli insegnanti affinché valutino coscientemente le richieste didattiche da indirizzare ai propri alunni, ai genitori affinché “non pretendano l’impossibile” ed infine ai bambini stessi che possano imparare, se correttamente indirizzati, ad utilizzare strategie adeguate ed efficienti adatte alle loro caratteristiche cognitive. Tempi di studio prolungati a nulla servono se non ad innervosire il nostro bambino e a rattristarlo mettendolo di fronte alla realtà che lo vede “incapace” di imparare la lezione pur stando sui libri tutto il pomeriggio!

Seguendo le linee di quanto affermato è preferibile promuovere la qualità del tempo da dedicare alla lezione lasciando ai nostri ragazzi lo spazio per il gioco, per lo sport o per dedicarsi all’attività che desidera. Un’ora concentrata è meglio di tre ore trascorse senza immagazzinare alcun informazione ed allo stesso tempo rinunciando al tennis o guardare i cartoni alla tv; è inevitabile che la conseguenza di un pomeriggio impostato nel secondo modo conduca ad insofferenza, aggressività o a condotte depressive che andranno a sommarsi alla difficoltà di lettura.

Un altro punto fondamentale da cui non si può prescindere quando si parla di metodo di studio è imparare a sfruttare le proprie abilità (emerse dalla valutazione): un bambino con una buona memoria visiva potrà aiutarsi con schemi, figure e parole chiave che colleghino i concetti da apprendere; viceversa un bambino con una buona memoria uditiva potrà essere agevolato ascoltando una prima lettura del materiale e ripetendo in seguito la lezione a voce alta. Quanto espresso vede interagire in un circolo virtuoso bambino, genitore ed insegnante; come più volte sottolineato nei lavori addietro, l’autonomia, a cui dobbiamo ambire come traguardo, può essere perseguita solo se si sceglie di accompagnare con mano il percorso didattico ed abilitativo che vede protagonista il nostro bambino con disturbo specifico dell’apprendimento.

Federica Mazzoli


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