Sindrome da alienazione genitoriale e danno da mancata bigenitorialità

E’ di grande e attuale interesse lo studio del dott. Richard Gardner, psicoanalista e psichiatra infantile forense, riguardo a quei casi in cui l’evento separativo dei coniugi coinvolge i figli in una conflittualità esasperata e latente.

Lo studioso statunitense ha individuato, nell’ambito delle cntroversie legali della separazione, la Parental Sindrome Alienation, recentemente tradotta in “Sindrome da Alienazione Genitoriale” e nota anche con l’acronimo di PAS.

La Sindrome da Alienazione Genitoriale è un disturbo del comportamento dei soggetti in età evolutiva, in una fascia di età solitamente compresa fra i 7 e i 14/15 anni, che si manifesta nel contesto di controversie i cui protagonisti sono coniugi o conviventi more uxorio che si contendono l’affidamento dei figli.

La Sindrome da Alienazione Genitoriale può manifestarsi con sintomi diversi ma comune è la causa scatenante, trattandosi di disturbo psicopatologico che si origina a seguito della condotta di un genitore (più frequentemente la madre) che mette in atto una campagna di denigrazione nei confronti dell’altra figura parentale primaria (il genitore alienato), con l’obiettivo di estrometterlo completamente dalla vita del figlio e annullare fra di essi qualsiasi relazione.

La dinamica che viene a determinarsi coinvolge dunque, statisticamente, almeno tre soggetti: il genitore alienante, solitamente quello affidatario o collocatario della prole in ipotesi di affido condiviso, il quale attiva un programma di denigrazione contro l’altro genitore, portando progressivamente il figlio, attraverso un subdolo e complesso processo di coinvolgimento e di condizionamenti, a rifiutare qualsiasi contatto con il genitore alienato.

L’osservazione scientifica del fenomeno della PAS ha messo in evidenza, in particolare, otto sintomi primari nel bambino o nell’adolescente coinvolto.

1) Il primo sintomo è la “campagna di denigrazione” che il genitore alienante (nel 90% dei casi la madre) agisce ai danni della relazione padre-figlio, giungendo a provocare, di riflesso, l’atteggiamento adesivo del minore, che scimmiotta i messaggi di disprezzo del genitore alienante verso l’altro genitore. In una situazione di normalità, ciascun genitore non permetterebbe che il figlio esibisca mancanza di rispetto o addirittura diffami l’altro; nei casi di PAS invece, il genitore non interviene affatto a contenere il bambino ed anzi lo incoraggia o lo approva.

2) Secondo sintomo è la “razionalizzazione debole dell’astio“per cui il bambino spiega le ragioni del suo disagio nel rapporto con il genitore alienato con motivazioni del tutto illogiche, insensate, banali o superficiali: Ad esempio: “non voglio vedere mio padre perché una volta ha detto una parolaccia” oppure “perché non mi fa vedere la televisione” e la serie potrebbe proseguire con una casistica estremamente ricca di futili motivi.

3) Terzo sintomo è poi la “mancanza di ambivalenza“, ovvero la rappresentazione falsata che il figlio si dà di un genitore come “tutto positivo” (la madre alienante) e dell’altro genitore come “tutto negativo e sbagliato” (il padre alienato).

4) Il “fenomeno del pensatore indipendente“, indica poi la determinazione del bambino ad affermarsi come soggetto che sa pensare in modo indipendente, con la propria testa, vantando di avere elaborato da solo i termini della campagna di denigrazione senza l’influenza programmante dell’altro.

5) “L’appoggio automatico al genitore alienante“, ovvero la presa di posizione del bambino teso a favorire e a sostenere il genitore alienante, in qualunque conflitto si venga a trovare con il genitore alienato.

6) “L’assenza di senso di colpa” da parte del bambino nei confronti del genitore vittimizzato ed alienato.

7) “Gli scenari presi a prestito” sono le affermazioni del bambino che non possono ragionevolmente provenire da lui direttamente, come l’uso di espressioni o la strumentalizzazione di situazioni e di eventi che non appartengono al mondo del bambino di quell’età per descrivere e stigmatizzare le colpe del genitore escluso.

8) Infine, “l’estensione delle ostilità alla famiglia allargata del genitore rifiutato“, che è quel meccanismo per cui il bambino agisce la sua ostilità non solo verso il genitore alienato ma indistintamente verso i famigliari del genitore alienato (nonni, zii, cugini ecc), verso gli amici del padre e, più in generale, nei confronti di tutte le relazioni affettive del genitore alienato (convivente, fidanzata).

Per poter diagnosticare una Sindrome da Alienazione Genitoriale è necessario escludere, in primis, fenomeni di reali abusi, di violenze o comportamenti omissivi gravi del genitore alienato a danno del bambino, pur essendo invece normale che vi siano stati fatti o comportamenti agiti dal genitore alienato che vengono letti dal bambino con una valenza distorta e tali da essere percepiti e vissuti come abbandono e tradimento del genitore alienato, quale esito della programmazione attuata dal genitore alienante.

Il bambino che è vittima di PAS cresce come un soldatino programmato a distruggere il genitore alienato, con il quale rifiuta di entrare in relazione, convincendosi che sia la cosa giusta da fare per il proprio benessere e contro il quale conduce una spietata campagna di diffamazione, di svilimento, di mortificazione psicologica tesa alla cancellazione della figura parentale (il bambino arriva anche a considerare morto il genitore che rifiuta).

E’ evidente che, il genitore che coinvolge un figlio nel conflitto coniugale al punto da programmarlo nell’intento di annullare qualunque rapporto con l’altro genitore, si rende autore di comportamenti pregiudizievoli dell’interesse della prole a crescere e a godere di una relazione sana e significativa con entrambe le figure parentali primarie.

La Sindrome da Alienazione Genitoriale costituisce dunque l’espressione più grave della lesione del diritto del minore alla “bigenitorialità” che si riverbera con esiti spesso drammatici sul benessere psico fisico del bambino o dell’adolescente, il quale si vede ingiustamente privato dell’accesso ad una delle figure affettive primarie (quasi sempre il padre) compromettendosi, spesso in modo irreversibile, la qualità della vita e la strutturazione della personalità.

E’ chiaro allora che, il genitore alienante crea un danno non solo al figlio ma anche al genitore vittima della alienazione, atteso che, ostacolando ed impedendo la sua partecipazione alla crescita, all’educazione e alla vita affettiva del figlio, gli arreca un grave pregiudizio che si concreta nella interdizione ad assolvere le prerogative e le funzioni tipiche del ruolo genitoriale, con una chiara menomazione dei diritti fondamentali della persona Costituzionalmente garantiti e protetti.

E’ dunque possibile – anche alla luce del portato della sentenza 11 dicembre 2008 n. 26972 della Corte a Sezioni Unite in merito alla qualificazione del danno non patrimoniale come «lesione di interessi inerenti la persona non connotati da rilevanza economica» – configurare un’azione risarcitoria in sede civile, volta a ristorare il danno da alienazione genitoriale subito tanto dal minore quanto dal genitore alienato, esperita da quest’ultimo in proprio e in qualità di legale rappresentante del figlio.

Avv. Paola Carrera
(Avvocato in Torino, membro del direttivo A.I.A.F. – Associazione Italiana degli Avvocati per la Famiglia e per i Minori)


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