Contro la violenza in famiglia l’allontanamento cautelare dall’abitazione

La legge 4 aprile 2001 n.154 intitolata “Misure contro la violenza nelle relazioni familiari”, novellando il Codice civile con l’inserimento degli articoli 342 bis e 342 ter, ha introdotto importanti strumenti di tutela per arginare il fenomeno della violenza e dei maltrattamenti che ci consumano all’interno della famiglia.

La misura che il legislatore introduce consente alla persona che subisca all’interno del nucleo famigliare un grave pregiudizio alla propria integrità fisica, morale ovvero alla propria libertà personale, di rivolgersi al giudice civile per ottenere gli “ordini di protezione”.

La persona offesa può ottenere l’allontanamento immediato dall’abitazione familiare del soggetto autore di violenze o di maltrattamenti, sia esso il coniuge, il convivente more uxorio o altra persona componente il nucleo famigliare anche se non legata da vincoli di parentela purchè coabitante.

Accanto alla misura principale, dell’allontanamento coattivo dall’abitazione, il giudice può rafforzare la tutela diffidando il famigliare violento a non avvicinarsi ai luoghi abitualmente frequentati dalla vittima, quali il posto di lavoro, i luoghi di istruzione dei figli, il domicilio della famiglia di origine o degli altri congiunti.

Il giudice può anche porre a carico del soggetto allontanato dalla casa famigliare, l’obbligo del pagamento periodico di un assegno in favore delle persone conviventi prive di mezzi adeguati; per garantire l’adempimento dell’obbligo può essere anche disposto che il versamento venga eseguito direttamente dal datore di lavoro, mediante trattenuta mensile sullo stipendio.

Le misure di protezione sono provvisorie: il giudice, infatti, ne stabilisce la durata, che non può essere superiore a sei mesi, termine che ricorrendo gravi motivi può essere prorogato, su istanza di parte, per il tempo strettamente necessario.

Il giudice determina, infine, le modalità di attuazione del provvedimento e può anche designare il soggetto che deve garantire l’effettivo allontanamento del famigliare abusante o impedirne il riavvicinamento per tutta la durata dell’ordine di protezione; può designare per l’attuazione la locale stazione dei Carabinieri se la famiglia è domiciliata in zona periferica o la questura cittadina; inoltre, se le condotte di abuso sono collegate a situazioni di alcolismo, di tossicodipendenza o di salute mentale, è prevista la facoltà di interessare i servizi sociali, i centri di mediazione famigliare e le associazioni di volontariato che offrono al giudice collaborazione per garantire la corretta attuazione dell’ordine.

Infine, si deve ricordare che la parte che elude l’ordine di protezione reso dal giudice civile, si espone alle pene previste dall’art. 388 c.p., come espressamente disposto dall’art. 6 della legge 154/2001.

Non credo si possa affermare che il tempo della violenza domestica è finito perché la cronaca nera più recente ha visto lo sfoggio di efferatezze e di crudeltà incommentabili e sempre più spesso a danno dei bambini, i soggetti che più di ogni altro dovrebbero meritare protezione e tutela. Sono però convinta, e nell’esperienza professionale ho avuto conferma di quanto affermo, che gli ordini di protezione costituiscano una efficiente risorsa per prendere il coraggio di denunciare e di far uscire allo scoperto le violenze e gli abusi che hanno come teatro la famiglia, o quello che resta di una famiglia.

Per la vittima di violenza, sapere che è oggi possibile costringere il coniuge o il famigliare maltrattante ad uscire dalla casa famigliare con il divieto di farvi rientro per almeno sei mesi, può rappresentare se non un porto sicuro quanto meno un’ancora alla quale aggrapparsi per trovare salvezza.

Certo, il problema della prova resta un problema perché non sempre è facile documentare e dimostrare le violenze, i soprusi, le angherie le vessazioni e le umiliazioni che si consumano all’interno del contenitore famigliare, dove quasi mai assistono i testimoni e dove il maltrattante si confonde con la “persona a modo”, insospettabile e irreprensibile all’esterno quanto impietoso dentro le mura di casa.

Ma confido che prendere consapevolezza dei propri diritti e conoscere di più le misure di tutela che il nostro ordinamento offre – gli ordini di protezione sono ancora, nella realtà processuale troppo poco utilizzati – possa valere ad incoraggiare le vittime a denunciare e a credere nella giustizia rompendo il circolo vizioso della violenza.

Avv. Paola Carrera
Avvocato del foro di Torino, componente del direttivo AIAF Piemonte e Valle d’Aosta (Associazione degli Avvocati Italiani per la Famiglia e per i Minori)


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