L’ostetrica e il diritto all’accompagnamento della coppia al parto

Conosciamo tutti gli effetti che può avere un accompagnamento al parto della coppia, da parte di una persona esterna alla struttura (1). Non credo che io debba copiare-incollare tutti gli studi scientifici sulla “continuità dell’assistenza” o su ciò che di positivo, per la donna e il partner, può comportare avere vicino un viso amico, una mano conosciuta…

Certo, mi verranno obbiettate (soprattutto da chi scrive su blog il cui obiettivo è screditare la figura professionale dell’ostetrica) le solite cose (“le ostetriche sono ‘amiche a pagamento’, “bastano le ostetriche dell’ospedale”, eccetera eccetera), ma io mi limito qui a fare un piccolo ragionamento breve breve.

Se le donne (quelle persone i cui diritti noi dovremmo difendere) e le coppie in genere (i papà hanno i medesimi diritti delle mamme sul ricevere un trattamento umano mentre il proprio figlio viene al mondo, non scordiamocelo) continuano a chiedere il sostegno di persone esterne alla struttura (2) , persone che magari non le fanno sentire sole per tutta la gravidanza (mai quanto l’attenzione medica quasi morbosa che circonda le nostre donne, le fa sentire oggetti da studiare e da “tenere d’occhio” nel massimo disempowerment (3)) e persone che, magari, le trattano non come “collo retroposto chiuso” o come “primipare attempate” eccetera, ma come donne e coppie in attesa (4) (persone intere, quindi), persone che hanno una laurea in ostetricia, ma anche no, si fanno pagare (anche la donna delle pulizie io la pago, nonostante sia un’amica-ormai- perchè penso sia suo diritto avere un compenso in danaro per ciò che mi aiuta a fare), ma anche no… allora una domanda semplice ce la dovremmo porre.

PERCHE’?

  • Perchè dovremmo impedire che le coppie (non sono solo le donne hanno bisogno di essere accompagnate, ma anche gli uomini) non siano sostenute durante la nascita del loro bambino?
  • Perchè, ora come ora, io leggo a proposito di tutte le belle novità e tutti i diritti delle ostetriche (non meglio specificate qui come ostetriche dipendenti o ostetriche libere professioniste) che vengono chiesti a gran voce (5), a proposito di grandi eventi formativi che dovrebbero rendere le ostetriche autonome e ricche professionalmente (6), di innovazioni e rinnovamenti nei campi della maternità o di un altro centinaio di cose che dovrebbero farmi inorgoglire, farci inorgoglire, ma che mi fanno pensare molto per quanto riguarda la reale situazione delle libere professioniste e delle coppie?
  • La maggior parte dei protocolli prevede che la donna venga accompagnata al parto da una sola persona della quale ha fiducia. In realtà questo concetto è sbagliato: se il Codice Deontologico non parla più solo di “donna” ma di “coppia”, rimane il fatto che la donna ha il diritto di essere accompagnata da qualcuno che può confortarla (partner, madre, sorella, amica…) ma la situazione è ben diversa se è un’Ostetrica che accompagna la coppia. Dove sono i diritti anche di un padre di poter essere confortato e accompagnato? In realtà è una violazione del Codice Deontologico quella di trattare l’Ostetrica che accompagna come un accompagnatore pari gli altri: è specificato “la coppia”. Certo che, mi si potrebbe obbiettare, in clinica assistono al parto le Ostetriche dell’ospedale, bastano quelle. Sì, bastano per assistere. Ma la continuità dell’assistenza (specificata nel Codice Deontologico) è quella che parte dalla gravidanza, passa per il parto e continua con la cura del neonato. In realtà le Ostetriche della clinica aprono la cartella ostetrica, assistono al meglio il parto, rivolgono qualche consiglio per l’allattamento, ma poi chiudono la cartella ostetrica quando la donna è dimessa. E il prima? E il dopo? La coppia prima è al centro di un interesse spasmodico di esami, visite, controlli, procedure (e essere al centro di queste cose non vuol dire ACCOMPAGNAMENTO,eh)… ma dopo è SOLA. Sola per l’ennesima volta.

Mi spiego: se io per quanto di mia competenza, partecipo alla preparazione psicoprofilattica al parto e ai programmi di assistenza materna e neonatale e posso  svolgere la mia attività in strutture sanitarie, pubbliche o private, in regime di dipendenza o libero-professionale. Se io riconosco la centralità della donna, della coppia, del neonato, del bambino, della famiglia e della collettività ed attuo interventi adeguati ai bisogni di salute, nell’esercizio delle funzioni di mia competenza per la prevenzione, cura, salvaguardia e recupero della salute individuale e collettiva; se la mia assistenza  si integra con le attività degli altri professionisti, attraverso interventi specifici di natura intellettuale e tecnico-scientifica, in ambito assistenziale, relazionale, educativo e gestionale, svolti con responsabilità, in autonomia e/o in collaborazione con altri professionisti sanitari; se io debbo salvaguardare in ogni circostanza la dignità e il decoro della professione e mi astengo da pratiche di concorrenza sleale; se io promuovo e m’impegno a garantire la continuità assistenziale accompagnando e prendendomi cura della donna, della coppia, del nascituro durante la gravidanza, il travaglio, il parto ed il puerperio, al fine di garantire una salute globale degli assistiti; se io, con il consenso della persona interessata, promuovo le tecniche di contenimento del dolore nella donna e nel neonato per quanto di sua competenza attraverso una scelta clinicamente ed eticamente appropriata; se io al di fuori dei casi di emergenza-urgenza, prima di intraprendere sulla persona qualsiasi atto professionale, debbo garantire l’adeguata informazione al fine di ottenere il consenso informato, sulla base di una vera e propria alleanza terapeutica con la persona (7);  se io collaboro con altri professionisti della salute di cui riconosce lo specifico apporto, integrandosi nel lavoro di équipe e mantengo un rapporto con i/le colleghe/i ed altri  professionisti ed operatori  sanitari  si ispira a principi di reciproco rispetto e collaborazione nell’esercizio professionale indipendentemente dai ruoli ricoperti (8).

Se io, per quanto di mia competenza, segnalo agli organi istituzionalmente preposti (9) , le carenze e le disfunzioni delle strutture e dei servizi in cui opero, impegnandomi in modo propositivo a favorire il miglioramento dei contesti organizzativi e strutturali e, infine, se io respingo qualunque tentativo di imposizione di comportamenti non conformi ai principi e ai doveri deontologici (10), dandone immediata notizia al Collegio professionale… più di questo COSA DEVO FARE?

Perchè la mia professionalità viene costantemente esposta a un trattamento maleducato da parte delle colleghe degli ospedali dove opero come libera professionista, in maniera diretta (impedendomi materialmente di stare insieme alla mia assistita) o indiretta (consigliando all’inizio della gravidanza o al termine di essa di non chiedere la mia assistenza poichè il padre del nascituro potrebbe essere costretto a non dare il suo appoggio alla donna stessa in virtù del medesimo regolamento)?

Questa serie di comportamenti è lesiva della mia dignità come professionista, ma anche e soprattutto della dignità della donna che non essendo una paziente, ma essendo un’utente della struttura, ha il diritto di essere accompagnata al parto insieme al partner e non può essere obbligata a scegliere tra due figure completamente differenti tra di loro (una è il partner e padre del nascituro – che ha il diritto anch’esso di essere accompagnato – e l’altra è una professionista), ma nonostante queste segnalazioni io continuo a essere costantemente bersagliata dalle colleghe delle cliniche attraverso tutti quei comportamenti non deontologicamente corretti che, invece, il nostro amato Codice cita chiaramente?

Dove sono i miei diritti a lavorare onestamente?

Grazie infinite a tutti

Rachele Sagramoso

(1)http://www.saperidoc.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/44

(2)pensiamo anche alla figura della Doula che viene tanto contrastata, ma della quale non è ancora stata capita la funzione. Ella ha un ruolo sociale, di sostegno, la donna e la coppia sanno bene che ella non è una professionista sanitaria (e qui si potrebbe discutere per ore sul fatto che continuiamo a pensare che le donne siano cretine, specialmente quelle che scelgono l’affetto di una Doula, ma in realtà non è chiaro che lo sappiano bene e che sciegliere una Doula ha i suoi motivi. Inoltre le donne che si fanno assistere dalle Doule-per esempio al parto-sanno molto meglio di tutte le altre che questo equivale a un parto cosiddetto “non assistito”).

(3) Vedi figura esplicativa. Un simbolo del disempowerment dilagante sono tutte quelle situazioni nelle quali la donna, ma anche l’Ostetrica, sono sostituite nelle loro competenze da macchine e procedimenti medici.

(4) Il Codice Deontologico dell’Ostetrica pubblicato nel 2010 specifica, infatti, che ella non deve occuparsi solo della donna, ma anche della coppia:”L’ostetrica/o promuove e si impegna a garantire la continuità assistenziale accompagnando e prendendosi cura della donna, della coppia, del nascituro durante la gravidanza, il travaglio, il parto ed il puerperio, al fine di garantire una salute globale degli assistiti”.

(5)  http://www.fnco.it/consulenza-legale.htm

(6)  http://www.fnco.it/news/lista-approfondimenti-ed-eventi-1.htm

(7) il Pano del Parto che la coppia decide di portare all’attenzione della struttura è la massima espressione del consenso informato che, ricordiamoci, è un dovere per la struttura.

(8) Io scelgo di collaborare, quando accompagno la coppia, con ogni operatore della struttura. Scelgo di rispettarlo, di ascoltarlo e di non intromettermi in nessuna procedura. Ma la collaborazione dev’essere reciproca. Se io vengo trattata male o dissuasa dal compiere il mio lavoro (seguendo il Codice Deontologico) ho il diritto di protestare, proprio perchè il Codice Deontologico me ne da la facoltà.

(9) La mia e-mail (18 marzo 2010) è stata del tutto inascoltata dalla mia Federazione che dovrebbe essere l’organo preposto al controllo del rispetto del Codice Deontologico.

(10) Quant’è che compio le mie denunce? Da molto tempo.


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  • viviana

    quindi… se io scelgo la mia ostetrica di fiducia e questa non lavora nell’ospedale in cui partorisco, devo scegliere se farmi assistere da lei o da mio marito? ma… ma in che mondo viviamo? è assurdo!! io stavo già pensando per il secondo parto di fare così… e leggere quanto dice Rachele mi rattrista molto!!! Continuate a lottare per voi stesse e per noi famiglie! siamo stufi della medicalizzazione e della freddezza con cui viene trattata la gravidanza. grazie per aver consentito questo commento. mammavivi