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Separazione e casa coniugale: quando il comodante ha diritto alla restituzione

separazione casa coniugaleTorniamo ancora una volta ad occuparci del tema della casa coniugale, prendendo spunto da una recentissima sentenza della Corte di Cassazione, Sezione III Civile, del 19 gennaio-28 febbraio 2011, n. 4917 che ha affrontato l’annoso problema del rapporto fra i diritti del proprietario – comodante e quelli del coniuge assegnatario della casa.

La vicenda che fa da contorno alla pronuncia è quella di una coppia di Lecce che aveva ottenuto di abitare in comodato precario (cioè senza previsione di durata) la casa di proprietà dei genitori del marito; nessun problema finchè la coppia ha convissuto in armonia mentre liti e scontri giudiziari sorgevano nel momento in cui la coppia si è separata e il Giudice del procedimento disponeva l’assegnazione dell’abitazione alla moglie, quale genitore collocatario di prole minorenne.

Nel caso che ha dato origine alla recente pronuncia della Cassazione, dopo il provvedimento che assegnava la casa familiare alla moglie, la suocera, proprietaria e comodante dell’immobile intentava un giudizio per chiedere la restituzione dell’alloggio, invocando la previsione di cui all’art. 1809 comma 2, codice civile, e cioè della sopravvenienza di un bisogno personale contrassegnato dall’urgenza e dalla non prevedibilità.

Il Tribunale di Lecce, con sentenza del 9 novembre 2001 accoglieva la domanda proposta dalla suocera, diretta a dichiarare cessato il rapporto di comodato precario dell’immobile concesso al figlio e alla nuora, la quale veniva condannata non solo a rilasciare l’appartamento ma anche alle spese di lite, in quanto soccombente in giudizio.

La decisione veniva confermata anche in secondo grado, dalla Corte d’Appello di Lecce che pronunciava sul gravame con sentenza 4 ottobre 2005.

La questione veniva quindi sottoposta all’esame della Suprema Corte, che pronunciando con la recentissima sentenza del 2011 ha confermato la legittimità del diritto della suocera ad ottenere la restituzione del suo alloggio, decretando dunque la prevalenza del diritto di proprietà rispetto al diritto della prole a conservare l’habitat domestico goduto durante la convivenza con i genitori.

La massima con la quale il Supremo Collegio ha fissato il principio di diritto recita testualmente: “Qualora i genitori di un coniuge abbiano concesso in comodato un immobile perchè venisse adibito a casa familiare, il successivo provvedimento, intervenuto nel giudizio di separazione, di autorizzazione in favore di uno di essi ad abitare la casa stessa, emesso nei limiti normativi di cui all’art. 155, quarto comma c.c., non è opponibile al comodante allorchè lo stesso chieda la restituzione nell’ipotesi di sopravvenuto bisogno, segnato dai requisiti dell’urgenza e della non previsione, ai sensi dell’articolo 1809,comma 2 del Codice Civile”.

Nel caso che ha risolto la Corte è bastato alla suocera, proprietaria della casa, produrre in giudizio alcuni certificato medici e una comunicazione con la quale il figlio la invitava a cercarsi altra soluzione abitativa, dichiarando di non poterla ulteriormente ospitare presso di sé, perché i Giudici abbiano ritenuto sussistenti i presupposti dello stato di bisogno sopravvenuto, caratterizzato dai requisiti dell’urgenza e della non previsione, ritenendo pertanto fondata la domanda ai sensi dell’art. 1809 comma 2 Codice Civile.

D’altro canto in passato, vigendo un orientamento giurisprudenziale antitetico a quello qui esaminato, il proprietario che dava in comodato un immobile di sua proprietà alla famiglia del figlio – senza determinare in contratto la durata – quando poi successivamente interveniva la separazione del figlio e della nuora si trovava in una condizione fortemente penalizzante, atteso il fatto che non poteva pretendere la restituzione dell’immobile se non dopo che l’ultimo dei nipoti avesse raggiunto l’indipendenza economica, venendo solo in quel momento a cessare i presupposti per l’assegnazione della casa disposta dal giudice della separazione o del divorzio.

In buona sostanza, il provvedimento di assegnazione della casa coniugale prevaleva nettamente sul diritto del comodante a riavere indietro la propria casa.

Un precedente della Cassazione a Sezioni Unite – la sentenza 21 luglio 2004 n. 13603 – aveva però già aperto le porte all’orientamento avallato dalla più recente giurisprudenza, precisando fra l’altro che una soluzione interpretativa che privasse del tutto il comodante proprietario della possibilità di disporre del suo alloggio, fintanto che l’ultimo dei figli conviventi con l’assegnatario non avesse raggiunto l’indipendenza economica, avrebbe avuto il significato di un provvedimento di natura espropriativa, con evidenti ricadute pregiudizievoli delle prerogative insite nel diritto di proprietà: in buona sostanza il comodante proprietario della casa, oltre a rinunciare, magari per molti anni, ad una rendita immobiliare si vedeva anche negato in modo assoluto il diritto ad ottenere la restituzione del suo immobile.

Ciò posto, il suggerimento che si può dare a chi intenda concedere in comodato gratuito ad un terzo (solitamente il figlio) la casa da adibire a residenza della famiglia, è quello di stabilire sempre, in modo espresso all’atto della conclusione del contratto, il termine di durata ovvero il termine finale di godimento del bene, così da rendere evidente il momento in cui verrà a cessare il diritto ad occupare l’immobile ed il conseguente diritto del proprietario ad ottenere indietro la sua proprietà.

In difetto, laddove i contraenti non identifichino nella loro autonomia negoziale un termine finale di godimento, prevedendo esclusivamente il diritto del comodatario ad occupare l’immobile con la propria famiglia, ricordiamoci che la crisi coniugale non fa di per sé sola venir meno il diritto dei comodatari a permanere gratuitamente in quella casa ed il proprietario, se vorrà ottenere la restituzione del suo immobile, dovrà intentare una causa e provare la sussistenza di un bisogno personale, caratterizzato dai requisiti della urgenza e della non previsione nel momento in cui il contratto veniva stipulato.

Avv. Paola Carrera
Avvocato del foro di Torino, componente del direttivo A.I.A.F., Piemonte e Valle d’Aosta

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