Bambino dislessico e diagnosi

Anche in Italia sono in aumento i bambini affetti da “disturbi specifici di apprendimento“. Siamo arrivati a percentuali molto alte, fino al 23% degli alunni.

Secondo l’Istituto di Ortofonologia solo il 4% di essi è realmente a rischio, quindi un bambino su cinque è considerato dislessico senza esserlo.

Bambini così etichettati subiranno un grave condizionamento del loro sviluppo psicologico, verrà intaccata la loro auto-stima, si potranno sentire incapaci ed incompetenti, ma i loro problemi reali non verranno affrontati.

Per la dislessia, la disgrafia, la disortografia e la discalculia – che non sono malattie da cui guarire, piuttosto impedimenti all’apprendimento – esiste, dal 2010, una nuova disciplina contenuta nelle norme in materia di disturbi specifici di apprendimento in ambito scolastico (Gazzetta Ufficiale del 18 ottobre 2010).

Questa legge ha il merito di aver colmato un “vuoto legislativo” che riguardava le persone con disturbi specifici dell’apprendimento, ma così sono aumentate le segnalazioni, alle quali però non corrispondono casi reali.

E’ importante aumentare le competenze dei docenti, offrendo loro la migliore metodologia di supporto per arginare il problema legato alla sproporzionata segnalazione dei Disturbi Specifici dell’Apprendimento nei diversi momenti del percorso scolastico.

E’ indispensabile rispettare i tempi dei bambini, cui si chiede sempre più spesso di anticipare i tempi di acquisizione di competenze, il che porta a confondere una semplice questione di maturità con un disturbo intellettivo.

E’ utile evitare di anticipare i tempi di inserimento del bambino alla scuola elementare. Circa il 3% dei bambini anticipatari vivono un disagio generalizzato che sarà presente per tutto il percorso scolastico.

E’ l’ora di comprendere che non bisogna medicalizzare tutti gli aspetti della vita, nostra e dei bambini, perché la salute non è una condizione transitoria tra una malattia e l’altra.

Dott. Eugenio Serravalle
autore di Bambini super-vaccinati

www.eugenioserravalle.com

Per approfondire l’argomento leggi La dislessia, di Eva Benso.


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  • tiziana catanzani

    Gentile dott. Serravalle,
    come madre di una bambina dislessica, che proprio per l’ignoranza di cui lei stesso parla, ha sofferto per anni proprio a scuola le difficoltà di stare dietro agli altri (“grazie” invece alla mancanza di segnalazione da parte di docenti che non sapevano nulla della faccenda) mi preme di riportarle per intero il comunicato stampa dell’AID ,Associazione Italiana Dislessia, che si è mobilitata contro questa campagna discreditante dell’Istituto di Ortofonologia ;
    Associazione Italiana Dislessia del 16/12/2011 COMUNICATO STAMPA del 16/12/2011 Non è affatto vero che in Italia ci siano troppi bambini con Diagnosi di Disturbo Specifico di Apprendimento (dislessia, disortografia, discalculia), come ha sostenuto oggi Federico Bianchi di Castelbianco, direttore dell’Istituto di Ortofonologia di Roma, in una conferenza stampa a Montecitorio.

    Secondo l’Associazione Italiana Dislessia la situazione è opposta: la diagnosi di Disturbo Specifico di Apprendimento, così come riportato dai dati scientifici nazionali e dalle Linee Guida pubblicate dall’Istituto Superiore di Sanità, dovrebbe riguardare il 3,5% dei bambini in età scolare, ma in realtà riguarda meno dell’1% dei bambini. Questo significa che solo un bambino su quattro riceve una diagnosi appropriata e quindi l’aiuto di cui ha bisogno.

    “Diffondere informazioni scorrette, non sostenute da dati pubblicati e verificabili “dice Roberta Penge, neuropsichiatra infantile dell’Università Sapienza di Roma” contribuisce ad aumentare i pregiudizi rispetto a questo disturbo spesso misconosciuto o confuso con altre difficoltà, aumentando la sofferenza dei bambini che ne sperimentano le conseguenze insieme alle loro famiglie”. Per ogni ulteriore informazione: Katia Pellegrini Ufficio Stampa AID – Associazione Italiana Dislessia Piazza dei Martiri, 1 / 2 tel. 051.199.800.63 e-mail: ufficiostampa@dislessia.it

    Riporto questo comunicato stampa per dovere di chiarezza e per chiedere anche a voi un messaggio chiaro rispetto all’ennesima campagna volta a togliere attenzione e importanza ad un aspetto ad oggi poco conosciuto e che con tanta fatica, proprio grazie alle associazioni, dopo dieci anni di duri sforzi, ha raggiunto la dignità di una legge. Gli studi riportati dal Prof. Bianchi non hanno valore scientifico, si tratta di una statistica per giunta molto discutibile .
    Inoltre vorrei puntualizzare che ad una diagnosi di dislessia non corrisponde alcuna medicalizzazione, il bambino viene solo messo in grado, con strumenti didattici e percorsi personalizzati idonei, di essere al passo con tutti. Ecco perché è importante la corretta informazione del pubblico. Tiziana Catanzani

  • tiziana catanzani

    E questa è la replica (che fa un po’ di chiarezza) del prof. Giacomo Stella, fondatore dell’AID e ordinario di psicologia clinica presso l’Università di Modena, pubblicata il 20 dicembre nel sito del Corriere on line: Troppe diagnosi di dislessia?
    La replica
    Da quando i dislessici hanno una legge che li tutela avevo deciso di non reagire più alle sciocchezze che ogni tanto vengono dette o scritte da tromboni che citano ricerche senza mai presentarle nelle sedi di confronto scientifico, o da insegnanti che si sentono privati della loro arma letale (la bocciatura) nell’educare i loro studenti. Discutere e ragionare con chi oppone chiacchiere e fanfaronate ai risultati di anni di ricerche è una perdita di tempo inutile perché queste persone in genere non vogliono ascoltare e non vogliono documentarsi. Ma la pagina che avete pubblicato sul vostro giornale sulla dislessia rappresenta una svolta nei panorama dei “negazionisti”: non dice infatti che la dislessia non esiste, ma dice che” la dislessia è troppo diffusa per essere vera”. Argomento ideologico e non scientifico molto pericoloso perché sarebbe come dire che un fenomeno viene accettato solo se è piccolo, invisibile, così non dà fastidio. Storicamente è sempre stato così con le minoranze e con i diversi. E in effetti è lo stesso argomento che si usa con gli extracomunitari: vanno bene e ci servono se sono pochi e non si vedono. Se diventano troppi, ci costringono a cambiare le nostre abitudini e questo ci disturba.

    Se i dislessici diventano troppi allora la scuola è costretta a cambiare, magari a introdurre i computer per tutti o ad aggiornare la didattica, o a ripensare ai criteri di valutazione. Come si da dire dire che sono troppi? Quali dati si portano? Magari ne suggerisco qualcuno: l’ufficio scolastico regionale dell’Emilia Romagna nel 2009 ha svolto una ricerca alla quale hanno partecipato il 51% delle scuole pubbliche e paritarie di ogni ordine e grado della regione. In totale i dislessici diagnosticati sono 4452, che corrisponde allo 1,47% della popolazione scolastica della stessa regione. Questi sono numeri certi e corrispondono un terzo circa di quelli citati come percentuale attesa. Dove sono tutte queste diagnosi? Forse dà fastidio e manda in confusione la domanda diffusa di tante famiglie che non riesce a ricevere risposte dai servizi impreparati ad affrontare il problema sia in termini numerici che clinici.

    Il 3 % della popolazione scolastica italiana corrisponde a 240.000 bambini e studenti. Non sono né tanti né pochi, sono bambini e famiglie che combattono quotidianamente oltre che per vincere la difficoltà di apprendere e stare al passo con le richieste della scuola, anche contro l’ignoranza di chi parla di malattia, di medicalizzazione e di ospedalizzazione delle scuole. Di chi , come te, alimenta la confusione fra ADHD e dislessia, parla a vanvera di inutilità della rieducazione e di uso dei computer che oggi tutti i bambini usano dappertutto tranne che nella scuola. Anche in questo caso ci sono tonnellate di documenti prodotti dalla ricerca che dicono che la dislessia non è una malattia, ma l’espressione di una piccola differenza di alcune aree del cervello che non impedisce di imparare, ma lo rende molto più faticoso. E in questa società che vuole tutto e subito questa fatica e lentezza non viene tollerata. Ma forse questo è un concetto troppo elaborato per chi è abituato a distinguere i malati dai sani, i neri dai bianchi, gli intelligenti dagli stupidi. In ogni caso l’Istituto Superiore di Sanità ha pubblicato le linee guida per la diagnosi della dislessia, che prevedono una precisa e (ahimè per i bambini) lunga batteria di prove metodologicamente rigorose, da cui sono assenti proprio i suoi questionari. Chi alimenta scetticismo e confusione alla fine contribuiscono a mettere pietre nel già pesante zaino che i dislessici si portano a scuola tutte le mattina.

    Giacomo Stella
    Fondatore Associazione Italiana dislessia, Ordinario di Psicologia clinica, Università di Modena e Reggio Emilia

  • tiziana catanzani

    Questo passaggio è da sottolineare: ” una svolta nei panorama dei “negazionisti”: non dice infatti che la dislessia non esiste, ma dice che” la dislessia è troppo diffusa per essere vera”. Argomento ideologico e non scientifico molto pericoloso perché sarebbe come dire che un fenomeno viene accettato solo se è piccolo, invisibile, così non dà fastidio. Storicamente è sempre stato così con le minoranze e con i diversi. E in effetti è lo stesso argomento che si usa con gli extracomunitari: vanno bene e ci servono se sono pochi e non si vedono. Se diventano troppi, ci costringono a cambiare le nostre abitudini e questo ci disturba.

    Se i dislessici diventano troppi allora la scuola è costretta a cambiare, magari a introdurre i computer per tutti o ad aggiornare la didattica, o a ripensare ai criteri di valutazione. Come si da dire dire che sono troppi? Quali dati si portano?”

  • Sabrina

    Questo articolo è pieno di inesattezze!!! Prima di pubblicare informazioni così fuorvianti sarebbe opportuno verificare le fonti. È un dato assolutamente sbagliato che il 23% dei bambini ha una diagnosi di Disturbo Specifici di Apprendimento. Basterebbe contattare una qualsiasi Agenzia Regionale Sanitaria per averne conferma. Ma ben più grave è dire che i bambini con diagnosi di dislessia vengono etichettati e viene minata loro l’autostima!!! Una valutazione diagnostica descrive solo le caratteristiche di apprendimento del bambino, permettendo di potenziarne i punti di debolezza, ma anche di valorizzare i punti di forza (che sono molti). L’autostima viene seriamente minata se NON si riconoscono le reali caratteristiche di apprendimento del bambino, e allora lui confonderà il suo essere semplicemente dislessico, con l’essere stupido, e magari verrà erroneamente creduto pigro o svogliato. Nessuno vuole medicalizzare i bambini, la Legge 170/2010 crea solo una maggiore attenzione ai diversi stili di apprendimento e offre la garanzia di un percorso scolastico sereno e proficuo ai bambini dislessici (e in generale con DSA), garantendo strumenti di studio adatti a loro. E anche in questo caso non è nulla di medico, ma solo un computer per scrivere, schemi per lo studio o più tempo per le prove. Creda le famiglie dei bambini dislessici sanno di avere bimbi sani e intelligenti; le misure compensative e dispensative previste dalla legge permettono loro di far vedere quanto valgono e di non essere più misconosciuti. Sabrina – Org. a Sostegno della Dislessia

  • saretta

    qualcuno spieghi a serravalle che la medicalizzazione con la dislessia non centra nulla. e nemmeno coi virus e i vaccini. grazie.

  • saretta

    per approfondire leggete i libri di Stella, altro che chiacchere a vanvera. tipo “come leggere la dislessia e i DSA” ed Giunti (concorrenza, ma almeno le informazioni sono corrette e complete)

    • redazione

      Risposta del Dott. Eugenio Serravalle:
      Il termine negazionismo ha una forte connotazione ideologica. La negazione di fenomeni storici accertati, contro ogni evidenza del fatto storico stesso, rivela un approccio ideologico al problema di cui si dibatte che è lontanissimo dall’ambito scientifico, se è vero che la scienza è la ricerca della verità e non la fonte della verità. Con convinzione, rifuggo da sempre da proiezioni e modelli matematici in medicina. Non mi sono mai fidato di chi ha numeri precisi e statistiche perfette su aspetti che riguardano la salute e la malattie delle persone, quando ancora non c’è accordo su cosa sia la salute, e cosa la malattia (quante definizioni esistono?)

      Non mi appassiona questa polemica su quanti siano davvero i bimbi dislessici: è naturale che le famiglie che vivono questo problema, spesso trascurato o affrontato malissimo nelle nostre scuole, ne ribadiscano l’importanza. A loro va tutta la mia comprensione e solidarietà. Ed auspico interventi utili a supportare al meglio i bambini.

      Ma, onestamente, sono troppi i bambini che visito in ambulatorio etichettati con Disturbi Specifici dell’Apprendimento che in realtà non possono essere definiti “malati”. Nel mese di ottobre un bambino che ancora non aveva compiuto sei anni è stato “definito” dislessico dalle maestre di una affollata prima elementare, ultimo esempio, questo sì, di una confusione che etichetta sempre di più bimbi sani come malati. La mia paura è che ci si affidi ad una medicina che non fa praticamente distinzione tra sani e ammalati, e che, anzi, punti sempre più spesso a conquistare i sani che a curare gli ammalati. Con la conseguenza di far ammalare i sani (sempre che davvero si possa considerare malato un bambino dislessico). Nella generalizzazione con cui viene visto il bambino oggi, la sua “normalità”, la vita quotidiana, è sempre più minacciata da paradigmi interpretativi. Col risultato che gli atti di tutti i giorni risultano comportamenti “a rischio”. E la medicina stessa contribuisce a farti sentire sempre a rischio.

      Non sai ancora leggere? Sei a rischio. Non stai fermo al tuo posto? Sei a rischio. Ti muovi di continuo? Ti muovi poco? Giochi? Non giochi? Mangi troppo? Mangi poco? Non hai fratelli? Ne hai troppi? Abiti in città? Abiti in campagna? I tuoi genitori litigano? Non parlano? Sono troppo giovani? Troppo avanti con gli anni? Ti lasciano ai nonni? Ti mandano all’asilo? Non frequenti i coetanei? Sei comunque a rischio… E la medicina fornisce una veste scientifica e autorevole per allestire improbabilità statistiche con l’obiettivo di far condurre una vita di ammalato a persone perfettamente sane.
      biblio:
      L’amara medicina R. Volpi Mondadori

  • Lulù

    Carissimo Dott. Serravalle….ha mai sentito parlare del Prof Giacomo Stella??? Potrebbe essere utile che lei si informasse prima di affermare che i bambini DSA vengono “medicalizzati” e/o che sono “affetti” da dislessia……ma da dove salta fuori questa sua affermazione che le segnalazioni non corrispondano ai casi reali??? E chi è che ha fatto usta statistica??? C’è un giro un tipo (dice di essere un dottore!!) che per rifocillare la sua “struttura” ormai obsoleta sta PROVANDO a sminuire le difficoltà VERE di apprendimento parlando di difficoltà “COMUNI”….ovviamente è una cosa del tutto inesistente ma alla quale qualcuno, che sia in buona fede o per proprio interesse, ha voluto dar adito. Mi creda…….quello che affermano son sciocchezze….non ci sono studi scientifici alla base diq auto affermato, non ci sono ricerche e non ci sono statistiche effettuate. La legge 170 dell’8/10/2010 stabilisce tutto ciò che è necessario e le linee guide, del luglio del 2011, ampliano enormemente il vuoto esistente……e nonostante questo si è certi che la dislessia sia assolutamente sottostimata…….ma questo viene affermato con studi, ricerche e statistiche………questi si che è riscontrabile!!!! So che non pubblicherete…….ma avevo necessità di dirvi come stanno realmente i fatti…….visto che ,mi pare che le informazioni in vostro possesso siano proprio scarse! Lucia Fusco, dislessica (con un terribile passato scolastico alle spalle) e logopedista (specializzata in DSA).

  • Laura

    segnalo la replica rispetto all’articolo (non questo) in cui si criticano le eccessive diagnosi di dislessia: http://www.corriere.it/salute/disabilita/11_dicembre_20/troppe-diagnosi-dislessia-replica_b39dd896-2b22-11e1-b7ec-2e901a360d49.shtml

  • saretta

    cioè ha copiato la risposta da un libro? aaaaahhh ecco 🙂

  • Maddalena

    Ma che cosa scrivete!!!vergognatevi. Per fortuna che noi siamo genitori informati e attenti. Non potete parlare di dislessia tanto per….dire qualcosa!!!! In più insistete con queste motivazioni pietose e carenti sotto ogni punto di vista.

  • Lulu’

    Carissimo Dottore……le chiedo….ma chi le ha detto che i bambini dislessici sono malati? Dove lo riscontra, lo legge, lo evidenzia, lo estrapola? Questa e’ una SUA tesi o ipotesi……la realta’ e’ tutt’altra!!! I bambini dislessici non prendono farmaci, non hanno febbre e non hanno esantemi. Perche’ non risponde alle nostre osservazioni adeguatamente entrando nel merito anziche’ parlare di negazionismo, di disaccordo con cifre e numeri,di troppi malati, Ecc?? Puo’ anche aver ragione su quello che dice ma questo cosa c’entra con i dislessici? Questa ‘litania’ della troppa medicalizazzione la conosciamo bene e ne conosciamo bene le origini….purtroppo!!!!

  • Maria Concetta

    Buonasera dott. Serravalle. Ho appeno letto il suo intervento e anche la sua replica. Lei sostiene che i bambini con Disturbi specifici siano in aumento, in verità potrebbe sembrare cosi’, io ritengo, da genitore, con esperienza decennale, diretta, in quando madre di due figli dislessici, una di 22 anni e l’altro di 10, quindi con età diversa, posso in qualche maniera contraddirla. La verità è che grazie agli sforzi e le lotte di molti genitori, professionisti e di associazioni finalmente, su questi bimbi si è acceso un potente riflettore. ESISTONO ed in quando ESISTONO devono essere aiutati. E’ vero che il rischio potrebbe essere, in particolare, nelle scuole, che si possa generalizzare. Cioè vedere la dislessia dove non c’è, ma è anche vero che la semplice parola di un insegnate non baste, e non deve bastare per dire che un bambino è dislessico o meno. Tanto è vero che i nostri figli, per avere la certificazione, si sottopongono ad un iter diagnostico molto severo, fatto da, solo ed elusivamente, professionisti. Tranne che che lei sostenga che i professionisti non siano in grado di somministrare i test il problema non sussiste. Gli insegnanti e guarda caso anche i pediatri hanno il compito di individuare eventuali bambini dislessici, basandosi su problemi concreti, che mi dispiace dirle non consistono il una lenta lettura o a qualche errore ortografico. La tempestività dell’individualizzazione e il recupero riabilitativo può essere determinante. Nella scuola di mio figlio, quest’ultimo frequenta la quinta c’è un’altro bambino, che frequenta la quarta. Nonostante siano entrambi disgrafici sereveri, in mio figlio, tempestivamente individuato e trattato non è mai venuta fuori la sua disgrafia, è compensato. Purtroppo l’altro bambino è severo, ha seri problemi di letto-scrittura tali da non potere seguire i tempi scolastici. Mi viene da dire che avrei gradito per quel bambino, delle insegnati, come quella a cui Lei fa riferimento, che insegnanti superficiali, che hanno permesso che il bambino peggiorasse, senza avere l’adeguato aiuto. La saluto e le auguro un Buon anno e mi permetta di augurarle anche una conoscenza un po più approfondita della realtà in cui i nostri figli e di conseguenza noi genitori siamo costretti a vivere lottando quotidianamente contro una scuola ancora non pronta ad accogliere modi diversi di apprendere, ed adesso anche contro chi cerca di sminuire, come lei, il problema.

    • redazione

      Risposta dell dottor Eugenio Serravalle:
      Che ne sa un pediatra di dislessia? Ma chi è che può e deve, non riuscendovi sempre, mettere in relazione l’anamnesi familiare positiva per difficoltà di apprendimento, un ritardo semplice di linguaggio, le persistenti difficoltà a pronunciare correttamente alcune parole dopo i 5 anni e, soprattutto la compresenza di questi tre elementi in un bambino? Non tocca al pediatra identificare i casi “a rischio” e proporre una valutazione dei prerequisiti per l’apprendimento nelle sedi opportune? E a chi si rivolgono in prima battuta le famiglie quando viene posto il sospetto diagnostico?

      Non sarò stato chiaro nell’esprimere il mio pensiero sui Disturbi specifici di apprendimento, e allora provo a ribadire alcuni concetti. Chi ha voglia di confrontarsi sopporterà anche queste righe, chi ha verità preconfezionate e pensa di discutere offendendo, può ignorarle serenamente (non a loro mi rivolgo).

      1-La Legge approvata in data 29 settembre 2010 per tutelare chi presenta dislessia, disgrafia, disortografia e discalculia è sicuramente importante. Ha stanziato due milioni di euro (per il 2010 e il 2011) e prevede la didattica personalizzata, l’uso di strumenti compensativi (personal computer), nonché facilitazioni specifiche per gli esami anche universitari e per lo studio delle lingue straniere. I genitori di alunni della scuola primaria con tali disturbi potranno usufruire di permessi di orario flessibile sul lavoro per assistere meglio i loro figli nelle attività scolastiche. Inoltre è prevista una specifica formazione per i docenti, per il riconoscimento tempestivo di queste patologie e per l’applicazione di didattiche riabilitative.

      2- L’avere introdotto il “concetto di dislessia” nella mente degli insegnanti è un fatto positivo, ma studi pubblicati hanno rivelato che i sospetti diagnostici degli insegnanti sono sopravvalutati. Così come il caso del bambino (solo un esempio recente nella mia attività professionale) che ho citato. Un’indagine epidemiologica in una Scuola Elementare di Palermo che ha riguardato 276 ragazzi (138 di III elementare, 138 di IV elementare) ha evidenziato che dei 25 alunni segnalati dagli insegnanti ( 14 di III elementare e 11 di IV elementare) soltanto nove bambini (8 di III elementare e 1 di IV elementare) sono entrati nell’iter diagnostico. In tutti i bambini dislessici erano presenti dei fattori di rischio, soprattutto rischio biologico, rischio psicosociale familiare, disordine pedagogico e basso livello di scolarità della madre. E’ quanto affermano altri autorevoli studi : “La prevalenza della dislessia è (sopra)valutata al 10% dagli insegnanti ,mentre scende al 3-6% con test più selettivi . Questa discrepanza è in genere dovuta a una sopravvalutazione del problema da parte degli insegnanti soprattutto nelle classi prime. Le punte più alte di segnalazione si trovano in 1° elementare e in 1° media. Le segnalazioni in 1° elementare sono in genere relative soprattutto alle prime difficoltà di apprendimento della letto-scrittura, che sono per lo più transitorie e possono riguardare anche il 30-40% degli alunni”.

      3-Sui motivi di questa sopravvalutazione, che è, per la mia esperienza molto diffusa, ognuno dia la valutazione che crede: io continuo a pensare che gli insegnanti, come tutti noi, siano influenzati da un concetto di salute e di medicina che cerca sempre di più di trasformare i sani in malati, ma su questo non voglio aggiungere altro rispetto agli interventi precedenti.

      4- “La dislessia, benché nota da molto tempo come eventualità, è stata dichiarata “malattia” (con tanto di prevalenza diversa a secondo del contesto linguistico) solo in seguito all’estensione dell’obbligo scolastico, che è avvenuto in tempi diversi nei diversi paesi. Si potrebbe affermare quindi provocatoriamente che la “dislessia” è una condizione secondaria alla scuola dell’obbligo” (A Scabar). Poi, certo che “se un bambino non apprende può avere un problema diverso dal non averne voglia” (G.Stella).

      5- La dislessia costituisce una “via finale comune” di un problema che può avere cause determinanti multiple, spesso associate tra di loro. I fattori di rischio per un Disturbo di apprendimento sono molteplici, alcuni di pertinenza specificamene medica, altri, possono essere definire come pedagogici, emotivi, culturali, comportamentali o psico-sociali. In modo e grado diverso possono concorrere all’ insorgenza del quadro clinico. Ma bisogna medicalizzare anche questi aspetti della vita?

      Ed anche se a qualcuno dà fastidio, ecco la bibliografia:

      D. Brizzolara, G Stella. La dislessia evolutiva, pp. 411- 437. In: Manuale di neuropsicologia dell’età evolutiva (a cura di G. Sabbadini), Zanichelli 1999

      Ciotti F READING RETARDATION: TREATMENT OR PREVENTION? (Medico e Bambino 18, 36-40, 1999)

      A. Spataro, I. Mirabile. DISLESSIA: INDAGINE EPIDEMIOLOGICA IN UNA SCUOLA ELEMENTARE DI PALERMO. Medico e Bambino pagine elettroniche 2001; 4(7) http://www.medicoebambino.com/?id=RI0107_10.html

      A. Scabar. COMMENTO A:DISLESSIA: INDAGINE EPIDEMIOLOGICA IN UNA SCUOLA ELEMENTARE DI PALERMO. Medico e Bambino pagine elettroniche 2001; 4(7) http://www.medicoebambino.com/?id=ED0107_10.html

      Dott. Eugenio Serravalle
      http://www.eugenioserravalle.com

  • eli

    Buongiorno a tutti!
    Ho trent’anni e probabilmente sono dislessica. Lo dico a posteriori, perche’ fino a quattro/cinque anni fa non sapevo nemmeno cosa fosse la dislessia. Guardando al passato e alle mie capacita’ attuali, posso riconoscere molti fatti (o sontomi!?) che dimostrano la mia dislessia: ho imparato a parlare chiaramente in ritardo rispetto a molti (3-4 anni), ci ho messo tanto a imparare ad alllacciarmi le scarpe (grazie mamma per quelle a strappo), non so leggere l’oroglogio, sono lenta a leggere, non mi piace leggere, se leggo ad alta voce bene non capisco quello che leggo, faccio errori di ortografia se non controllo le parole a posteriori (magari con un vocabolario…), non riesco a prendere appunti, non so le tabelline etc.
    Purtroppo, pur non avendo ricevuto nessuna etichetta, mi sentivo a tratti incapace.
    Eppure, pur non avendo alcune delle capacita’ “fondamentali”, nonostante il mio apprendimento fosse “disturbato”, durante le scuole superiori eravamo 3/28 ad avere i migliori voti in fisica, chimica, matematica etc.
    Se la matematica non mi inganna, circa il 90% degli studenti aveva nella mia classe un apprendimento “disturbato” di fisica, matematica, chimica. Cavoli!
    In realta’, il fatto che mi sia stato chiesto a scuola quanto veniva chiesto agli altri…mi e’ andato bene e probabilmente mi ha aiutato. Forse un po’ di coscienza in piu’ su quali fossero state le mie capacita’ e non, mi avrebbe facilitato a capire/superare i miei limiti (che del resto penso sia quello che dovrebbe fare la scuola).
    La dislessia per me non e’ una malattia, ma una diversita’.
    p.s. (ce l’ho fatta a laurearmi e dottorarmi)