Il bambino prematuro, un po’ di storia

Come siamo giunti alle conoscenze che abbiamo nel campo della neonatologia?

Che cosa ha portato a cercare nuove soluzioni per facilitare la vita di tanti bambini che nascono prematuri?
Spesso sembra che le nozioni di cui disponiamo nel campo della prematurità siano scontate, che sia naturale fare di tutto per salvare un bambino che ha deciso di nascere troppo presto, ma se analizziamo le fonti a disposizione ci rendiamo conto che la storia della neonatologia è una storia recentissima, e che solo negli ultimi anni ha fatto passi da gigante!

Prima del 1800, nella storia, il neonato non era curato dai medici. A quell’epoca sopravvivevano solo i neonati più forti fisicamente. La mortalità infantile era elevatissima ed aumentò in maniera esponenziale con l’ingresso delle donne nelle fabbriche, che portò all’abbandono dell’allattamento in favore di altri sistemi di alimentazione artificiale.

In questo periodo incrementò l’abbandono dei bambini negli orfanotrofi e ci fu una drastica riduzione della natalità.

L’analisi di questi fenomeni e la paura della depopolazione fece nascere un movimento che aveva lo scopo di preservare la vita di tutti i neonati, anche quelli nati prematuri. La sensibilizzazione verso questo problema crebbe sempre più e il mondo dell’ostetricia iniziò ad interessarsi dei neonati.

Il professor Tarnier ideò la prima incubatrice adottando un modello costruito per l’allevamento dei pulcini. Grazie a questa invenzione la mortalità dei bambini di basso peso si ridusse notevolmente.

Il primo articolo che testimonia di una incubatrice è del 1857. L’ossigeno ai prematuri fu per la prima volta utilizzato dal professor Tarnier nel 1878. Il suo successore, considerato il primo neonatologo della storia, fu Pierre Boudin: fu lui a creare la prima “Unità di cure speciali per prematuri”.

Boudin comprese l’importanza di tre momenti che sono tutt’ora il cardine dell’assistenza al neonato: ambiente termico adeguato privo di sbalzi di temperatura, importanza del latte della propria madre (o donato da nutrici), prevenzione delle infezioni con il lavaggio delle mani.

Sua è l’osservazione delle dinamiche della relazione mamma-bambino a seguito della separazione avvenuta dopo la nascita e dell’aumento di casi di abbandono di bambini nati prematuramente.

Grazie ad altri pionieri della neonatologia alla fine del 1800 la tutela si estese anche al parto e gli orfanotrofi furono sostituiti da ospedali per mamme e bambini. Crebbero i parti ospedalieri e da allora in poi i pediatri assunsero un ruolo rilevante nelle cure dei neonati. Purtroppo però in questi centri la mortalità infantile raggiungeva il 50% e ben il 78% nei prematuri.

Numerosi studi e invenzioni fecero in modo che dopo la Seconda Guerra Mondiale la neonatologia esplose e si riuscirono a salvare molti bambini, anche di peso alla nascita inferiore a 1800 grammi.

Nel 1953 Virginia Apgar portò alla ribalta il concetto di “paziente attivo” al momento della nascita, e gli tolse lo status di oggetto passivo del parto, introdusse il punteggio Apgar, tutt’ora in vigore per la valutazione del benessere del neonato.

Alla fine degli anni Settanta si ottenne una sopravvivenza del 50% dei bambini che pesavano 900gr alla nascita ed erano alla 27^ settimana di gestazione.

Negli anni Ottanta i genitori vennero coinvolti maggiormente nelle decisioni riguardanti i propri figli, e contemporaneamente prese piede la Kangaroo Mother Care: il contatto pelle a pelle tra genitori e bambino.

Le cure intensive subirono quindi un lento processo di umanizzazione e nacque un programma di assistenza individualizzata neonato per neonato (developmental care).

Le scoperte degli ultimi 20 anni hanno fatto in modo che sopravvivessero sempre più neonati di basso peso, fino ad arrivare, oggi, al 50% di possibilità di sopravvivenza di un neonato di 24 settimane, mentre nel 1960 questa percentuale era relativa alla sopravvivenza dei bambini di 29 settimane.

Negli ultimi anni, contemporaneamente alle percentuali di sopravvivenza dei bambini piccolissimi, è aumentato il tasso di prematurità, passando da un 1,8% del 1990 a un’incidenza attuale del 2,5% circa.

Alessia Motta, Raffaella Doni

Fonte: Maria Serenella Pignotta, All’alba della vita, ed. Le lettere


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  • Andrebbe sottolineata l’importanza del latte materno donato per evitare delle patologie, alcune potenzialmente molto gravi, che colpiscono i molto prematuri. Purtroppo leggo che in molti casi in ospedale ancora si dà il formulato (e in alcuni casi mi dicono che viene preparato in modo un po’ dubbio)

  • Sono consapevole della fortuna che abbiamo oggi ad avere reparti tecnici e medici preparati a salvare in ostri piccoli…! Ma è importante ricordare anche l’importanza di sostenere il contatto e l’allattamento materno soprattutto per questi bimbi…! Ospedali che hanno la Banca del Latte e che investono personale e mezzi nel sostenere l’allattamento materno dei piccoli prematuri o con patologie sanno che questi investimenti iniziali vanno poi a produrre in guadagno che si traduce in minori giorni di ricovero e in minor costi per terapie del piccolo e del futuro bambino, ragazzo e adulto… E’ importante ricordare che il latte materno ed il contatto materno contribuiscono in modo determinante a dare benessere del bambino (ed anche alla sua mamma), per dare spazio e valore a quella Prima Relazione. Sto giusto lavorando ad un post per il blog di Spazio Neomamma che parla di questa cosa, se qualcuno vuol dare il proprio contributo può scrivere a spazioneomamma@yahoo.it. Grazie

  • Alessia

    Mia figlia è nata con quasi 2 mesi d’anticipo. Pesava 1,570 kg.
    Questa è la nostra testimonianza http://amamakabeira.blogspot.it/2012/04/marsupioterapia-la-nostra-esperienza.html