Sviluppo del bambino: il gioco

Oggi sappiamo quanta importanza riveste il gioco nello sviluppo del bambino, molti tra genitori e specialisti si occupano di quali giochi siano più idonei e stimolanti per la sua crescita.

Ritengo che il bambino per giocare abbia bisogno semplicemente di avere il mondo a sua disposizione, nel senso che l’ambiente circostante sia disponibile ad essere esplorato, osservato, toccato.

Quando ci avviciniamo al mondo ludico del bambino è importante capire bene cosa intendiamo. Potremo senz’altro dire che il mondo ludico dei bambini non ha confini, il mondo stesso e la vita sono per loro cesto inesauribile di scoperte!

Ma inizierei col fare chiarezza su alcuni aspetti : c’è una differenza significativa tra gioco e giocattolo, anche se spesso li confondiamo. Se il giocattolo può essere certo uno strumento, un ponte per, è però spesso anche qualcosa che si esaurisce in se stesso, e ciò lo si riconosce bene dal tempo di attenzione limitato che il bambino gli riserva prima che finisca insieme a tutta la massa indistinta di giocattoli che possiede.

Il gioco al contrario può iniziare, finire ma non si esaurisce mai, si reinvesta, richiede la nostra attiva partecipazione (ad esempio costruire qualcosa, lanciare una palla, saltare una corda) e spesso lo si può fare solo con la collaborazione degli altri.

Mentre il giocattolo è un oggetto, il gioco è un’azione; mentre il giocattolo stimola il senso del possesso (“questo è mio, non te lo do!”), il gioco favorisce la condivisione: molti giochi si possono svolgere solo insieme agli altri (pensiamo al gioco del nascondino).

Non è un caso che sebbene l’uomo si sia servito di strumenti ludici sin dai tempi più antichi, il giocattolo ideato per il bambino, così come lo intendiamo oggi, compare con la Rivoluzione Industriale, momento in cui il bambino viene “allontanato” dal mondo dell’adulto, si trova ad essere sempre più solo e nasce l’esigenza che si “trastulli” con qualcosa mentre l’adulto si occupa di altre attività (nasce nello stesso periodo anche la carrozzina, e con essa la graduale perdita di un accudimento ad alto contatto corporeo).

Anche qui, senza estremismi, non vorrei negare a nessuno di possedere o regalare giocattoli, ma è importante ridimensionarne e ricollocarne il valore e, soprattutto, osservare e favorire il fatto che un bambino giochi piuttosto che possieda giocattoli.

E per giocare non è necessario avere dei giocattoli.

Qualsiasi materiale, qualsiasi attività quotidiana può essere un ottimo gioco.

La realtà è il primo ed essenziale gioco per lo sviluppo del bambino.

Oggi invece abbiamo costruito al bambino un mondo parallelo al nostro dove non ci sono sapori né profumi, immagino tutto il mondo dell’industria infantile con le verdure di plastica, le cucine dove non ci si brucia, dove non c’è il caldo, il freddo, dove i coltelli non tagliano, interi kit di attrezzi da lavoro finti (martelli, seghe…), il tutto racchiuso in una cameretta adibita per lui; uno spazio dedicato, protetto dove non vi è imprevisto, dove non si rischia, e dove aggiungerei non si disturba.

Ma non è questo quello che serve al bambino.

Lui vuole fare con noi, vedere il fuoco, toccare il metallo, poter girare con noi una minestra, sentirne gli aromi, gli odori, impastare ecc…e magari anche avere la possibilità di farsi male.

Solo attraverso queste esperienze dirette il bambino è in grado di costruire significati e competenze, di coordinare e calibrare il movimento della sua mano (aspetto motorio) con la volontà della sua mente (aspetto mentale) con il “clima” che lo circonda (aspetto emotivo).

Questa integrazione di corpo, mente ed emozione è fondamentale nello sviluppo del bambino e avviene principalmente attraverso l’esplorazione dello spazio e l’interazione con l’adulto.

Il mondo virtuale oggi, offre sicuramente nuove e interessanti opportunità anche per i bambini, ma è fondamentale che a ciò si affianchi e abbia la prevalenza una intensa attività di esplorazione e sperimentazione della realtà, in cui le emozioni e anche le sensazioni più viscerali possano incontrare una realtà che risponda.

Insomma col fuoco è necessario forse bruciarsi un po’, o almeno apprezzarne l’insostenibile calore per acquisire poi la giusta distanza da prendere.

Osservando i bambini sto arrivando a mettere in discussioni tutte le teorie sul gioco del “far finta che” e sul mondo della fantasia così centrali per la psicologia evolutiva.

I bambini, credo, hanno piuttosto un grande bisogno di realtà, e di qualcuno che li aiuti a penetrarla e a comprenderla. Il ricorso alla fantasia è pertanto una modalità senz’altro utile di elaborazione, ma secondaria al fatto che qualcosa nella e della realtà non è stato “masticato e digerito” adeguatamente, per cui si fa necessario il mondo del “far finta di” per tentare una seconda opportunità di elaborazione.

Con ciò non voglio dire che la finzione, o la possibilità di rappresentarsi ciò che non c’è in altro modo, non siano aspetti importanti, tutt’altro: sono fondamentali.

Dico però che, in parole povere, il ricorso al mondo della fantasia è sempre secondario ad un fallimento della realtà, non un’attitudine innata del bambino.

Il bambino si aspetta che il mondo sia lì vivo e vegeto per lui.

Ogni volta che il bambino ricorre alla fantasia, è stato fatto in qualche modo fuori dalla realtà.
Ogni volta che, al contrario, un bambino si avvicina ad un oggetto o a una certa situazione, in quel momento si attiva in lui tutta la sua capacità di iniziativa, di interesse, tutta la sua spinta vitale.

Qualsiasi intervento dell’adulto in questo particolare momento ha un’incidenza incredibile nello sviluppo del bambino e nella costruzione del suo senso della realtà.

Da madre riconosco che ci sono momenti in cui si ha paura che nostro figlio si faccia male nel maneggiare un oggetto considerato pericoloso oppure ad avvicinarsi a una strada e tante altre situazioni, ma ritengo anche che a noi spetta il difficile compito di calibrare bene questa mediazione.

Ecco perché anche qualora un bambino si avventuri in qualcosa che noi riteniamo pericolosa o non adatta, si dovrebbe sempre intervenire in “punta di piedi” riconoscendogli il grande interesse che può suscitare quella cosa a cui lui ha deciso di avvicinarsi, mettendolo al contempo in guardia o dicendogli che può far male, ma con la massima serenità.

Sarebbe auspicabile che da parte dell’adulto venisse prima la capacità di accettare la spinta vitale del bambino e solo dopo eventualmente indirizzarla altrove qualora ritenga sia pericolosa.

Troppo spesso invece interveniamo perentoriamente, magari urlando “Stai attento!” o ripetendo un sacco di “Noo” o ancora peggio commentando con frasi del tipo “Lui non si ferma mai!” “Smetti di toccare tutte le cose” ecc…

Riempiamo di significati, riempiamo gli spazi, occupiamo tanto di quel “suolo” che spetterebbe solo al bambino!

Capisco che non tutte le cose siano condivisibili coi bambini, ammetto che alcune cose per loro siano difficoltose, e che nelle nostre città molti luoghi non sono pensati per i bambini, però dico anche che se si permette loro di sperimentare pian piano con noi ogni volta una piccola parte di quello che noi facciamo, loro non avanzeranno pretese più grandi dei loro limiti, perché ne avranno fatto esperienza e quindi li conosceranno.

Loro sanno bene ciò che sono in grado di fare e ciò che non sono in grado di fare. Ogni volta che un bambino cerca di fare cose che al momento sembra non gli competano, creando poi dei pastrocchi, spesso è quando intorno a lui si è venuto a creare (da parte dell’adulto, intendo) un clima di sfiducia, quando ad esempio non si ha abbastanza tempo e pazienza per accettare la sua collaborazione, o si teme che sbagli e lo liquidiamo dicendogli che non può fare, che è difficile e che lasci fare a noi.

E così puntualmente lui, ribellandosi al fatto di non essere riconosciuto nella sua capacità di collaborare, tenta di fare più di quanto sia nelle sue possibilità, di mostrare e ostentare competenze non ancora acquisite, e quindi poi finire per sbagliare, o farsi del male.

Ma in questi casi mi è stato spesso chiaro (purtroppo col senno di poi!) che l’errore è stato in realtà indotto dalla incapacità dell’adulto di considerare la sua competenza. Molti genitori, in situazioni di questo tipo, sul finale commentano anche con frasi del tipo “ te lo avevo detto che ti facevi male, che non eri in grado…” non rendendosi conto invece che è stato il clima di sfiducia e l’aspettativa dell’errore a generare poi di fatto l’errore, e non tanto la reale incompetenza del bambino.

Purtroppo questo diventa spesso un circolo vizioso, dove l’adulto preannuncia “ora cadrai”, il bambino cade, e nell’adulto si rafforza la convinzione di avere avuto ragione, senza accorgersi che è stata in realtà la sfiducia a creare il malestro, e così proseguendo su questo falso sentiero, sempre più spesso l’adulto preannuncerà e predirà ciò che deve accadere, offrendo al bambino una realtà sempre più impregnata del pensiero e dell’azione di qualcun altro.

Siamo molto sollecitati oggi a trovare una “giusta pedagogia”, a capire quali metodi e indirizzi educativi siano più efficaci e idonei, quali pratiche, quali parole usare coi bambini; dovremo forse cercare di farci un po’ più da parte, lasciare, attendere, essere spettatori attenti ma silenziosi, che consentono che l’essere in crescita si dispieghi, si esaudisca, crei significati suoi, e possa trovarci disponibili ogni volta che sente la necessità di ricorrere a noi.

Ornella Piccini


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  • Anch’io credo che il gioco sia un’attività fondamentale nello sviluppo di ogni bambino. Quando mia figlia Sara era piccola cercavo di passare con lei più tempo possibile; volevo stimolare la sua creatività e per questo le compravo giocattoli educativi da un negozio online e lei ne era ben contenta!

  • Grazie per i consigli. I giocattoli educativi sono molto importanti per lo sviluppo del bambino. anche mi piacciono per i miei figli i giocattoli in legno.

    Dome