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Il bambino a tavola, le “buone maniere”

bambino a tavolaIl galateo, come la buona educazione in generale, è una delle innumerevoli lezioni che i bambini apprendono sul campo, osservando noi adulti e riproducendo il nostro comportamento.

Insegnare le buone maniere non ha a che fare solo con il galateo, ma è un concetto che può essere inteso secondo un’accezione ben più ampia.

I buoni comportamenti consistono anche nel rispettare il cibo e l’acqua senza sprecarli, ricordandosi che sono risorse preziose e purtroppo non equamente distribuite. Perciò se qualcuno come noi è fortunato da potersene permettere in abbondanza, al punto di sprecarli, qualcun altro non ne ha a sufficienza per sopravvivere, ma di questo si parlerà in un’altra occasione.

Tornando al galateo inteso in senso stretto, oltre alle regole generali, secondo cui ruttini, puzzette, sputi, giochi con il cibo e gargarismi con l’acqua a tavola non si fanno, che con la bocca piena non si parla, e che ci si alza solo dopo aver ultimato di mangiare, i bambini dovranno rendersi conto che si deve rispettare e non invadere lo spazio altrui, con gomiti, gambe e braccia.

Insegnare come comportarsi quando si deve starnutire o tossire a tavola, a non interrompere gli altri mentre stanno parlando, a non strisciare rumorosamente le sedie, ad aiutare a preparare e sparecchiare la tavola, e a ripulire dopo gli spuntini, è imprescindibile: tutto ciò fa parte delle regole da conoscere a partire da una certa età.

Quale sia questa età, lo potremo stabilire solo noi genitori mediando tra le nostre aspettative e le oggettive capacità e il livello di maturità dei nostri bambini. Teniamo tuttavia presente che in genere i bambini già al momento in cui entrano nelle prime forme di comunità infantili (asili) imparano alcune regole di socializzazione che includono certi tipi di comportamento a tavola.

Comportamenti che solitamente non hanno alcun problema ad osservare all’asilo. Le difficoltà maggiori di solito si incontrano a casa, spesso tra lo stupore dei genitori disorientati da tanta contraddittorietà.

Dovremmo insegnare ai nostri piccoli ad esercitarsi (ancora una volta la nostra attenta osservazione ci sarà utile per capire quando il momento sarà quello giusto) a versarsi da bere nel bicchiere, mettendo a loro disposizione una piccola caraffa (quelle da vino da mezzo o quarto di litro andranno benissimo), il che significa accettare gli inevitabili incidenti in cui incorreranno, a servirsi da soli dai piatti da portata senza versare il cibo, e a mettere da soli nel proprio piatto la giusta quantità di pietanza che si presume siano in grado di ultimare, lasciandone a sufficienza per tutti. Se ne avanzerà, e ne gradiranno ancora, potranno prenderne una seconda porzione.

Per quanto riguarda invece l’uso delle posate, anch’esso dovrà essere appreso nel tempo e con la pratica. Non aspettiamoci che i tempi siano brevi, i bambini possono impiegare anche diversi mesi prima di acquisire le abilità necessarie per impugnare nel modo corretto le posate, e usare il coltello con una certa destrezza.

Invitiamo i fratelli più grandi a prendersi cura dei più piccoli, aiutandoli se questi ultimi si trovano in difficoltà. I bambini impareranno così a coltivare il senso della collaborazione, ma anche quelli della gratitudine e riconoscenza.

E’ desiderio di tutti che il pasto sia un momento piacevole e sereno, durante il quale a tavola la famiglia si riunisce per parlare (senza strillare o interrompere gli altri), discutere e condividere.

Cerchiamo allora, noi genitori per primi, di creare un’atmosfera serena e affettuosa, anche se a volte può essere difficile, e a comportaci con garbo anche al momento dei pasti, usando sempre le parole grazie e prego, e chiedendo scusa se necessario, perché è a noi che i bambini guarderanno, e il migliore esempio che possiamo dare loro è la nostra coerenza.

Cerchiamo di ricordare infatti che siamo noi genitori i responsabili dell’atmosfera che regna a tavola, e più in generale in casa e in famiglia, e che il momento dei pasti è senz’altro il meno opportuno per dare lezioni sotto forma di prediche.

In questo contesto devono regnare il più possibile la serenità e la pace: i pasti sono un momento per stare insieme. Se dobbiamo discutere di qualcosa di sgradevole, troviamo altre occasioni per farlo. Le lezioni sotto forma di sermoni non vanno date a tavola perché guastano l’atmosfera, il piacere del cibo e la compagnia. La cucina dev’essere il luogo da cui si irradiano positività ed energia.

Un tema scottante è quello del televisore in cucina, a prescindere dai contenuti dei programmi disponibili, su cui non voglio addentrarmi.

Noi abbiamo deliberatamente scelto di non collocare l’apparecchio in cucina, in primo luogo perché se parla la televisione staranno zitti tutti gli altri, e se il momento dei pasti, o del pasto (spesso quello serale è il solo consumato tutti assieme) è l’unico della giornata in cui la famiglia si trova riunita, non ci saranno altre occasioni di dialogo e confronto.

E’ indiscutibile l’irresistibile effetto ipnotico che la televisione esercita: in particolare riesce a catalizzare con estrema facilità l’attenzione e l’interesse dei bambini, che di fronte ad essa sono inermi e soggetti completamente passivi, docili ed affatto rumorosi. Ma quando è accesa la televisione si spegne il cervello.

Inoltre a mio modesto avviso la tv è fonte di conflitti e impedisce di entrare in contatto gli uni con gli altri, precludendo la comunicazione tra i commensali. La televisione tra l’altro, nei primi anni di vita, non svolge alcuna funzione didattica né pedagogica, non insegna nulla ai bambini che imparano invece dall’interazione con gli adulti.
Per la stesse ragioni anche libri e riviste sono banditi dalla tavola; via libera, invece, ad un gradevole sottofondo musicale e, nelle occasioni speciali, alle candele, o a un fiore al centro del tavolo.

 

Michela Boscaro

Commenti

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Data 3 maggio 2012 alle 06:53

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Data 7 maggio 2012 alle 08:51

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