Bambini a scuola: come farla amare

Qualche giorno fa abbiamo dato spazio a una riflessione sul sistema scolastico che, per come è strutturato, spesso allontana i ragazzi dallo studio e dalla lettura.

Poteva sembrare un pezzo disfattista di critica fine a se stessa, ma come vi avevamo anticipato ecco le possibili soluzioni proposte da Alfie Kohn per avvicinare i bambini alla scuola.

Punto fondamentale dar loro “voce in capitolo”, incoraggiandone l’autonomia e rendendoli partecipi del processo di apprendimento.

Piuttosto avvenieristico in un sistema scolastico come quello tradizionale – e odierno. Tuttavia a ben vedere si tratta di regole di buon senso.

Proviamo a pensarci su, rivedendo anche la nostra personale esperienza…Quanto avremmo amato di più una scuola come quella descritta da Kohn?

Ecco quindi la seconda parte dell’articolo. Qui trovate l’originale in inglese, note e bibliografia.

Buona lettura!

A questo punto, ecco alcuni princìpi generali:

1. Incoraggiare l‘autonomia non significa far scegliere questo o quello. “L’autodeterminazione non è qualcosa di offerto allo studente attraverso la presentazione di un ventaglio di possibilità stabilite dall’insegnante (del tipo “Di questi sei libri quale scegliete di leggere oggi?”).

Da qui un paio di riflessioni. Primo, il vero apprendimento e l’entusiasmo hanno bisogno che lasciamo che siano gli studenti a creare possibilità, invece di limitarsi a scegliere una voce della lista; costruire è più importante di selezionare.

Secondo, la cosa davvero necessaria è che noi diamo “sostegno all’autonomia”: un concetto psicologico, non solo pedagogico, mutuato da una branca della psicologia detta teoria dell’autodeterminazione, elaborata – tra gli altri – da Edward Deci e Richard Ryan.

Sostenere l’autonomia dello studente significa soddisfarne il bisogno di avere il controllo della propria vita, dargli occasione di decidere offrendogli la guida e l’incoraggiamento necessari, ‘ridurre al minimo il peso delle valutazioni e di qualsiasi forma coercitiva in aula’, aumentando al massimo la percezione di avere voce in capitolo”.

Nel 1993 scrissi dei vantaggi di avere voce in capitolo, descrivendone – a partire dai dati scientifici a disposizione – i benefici intellettivi, morali e psicologici per gli studenti. Da allora i dati sono via via aumentati, e nel 2006 due esperti del settore ci hanno lasciato questa breve testimonianza:

La ricerca empirica ci mostra come gli studenti la cui autonomia venga incoraggiata dagli insegnanti risultino godere – rispetto a quelli con insegnanti che esercitano il controllo – non soltanto di una maggior autonomia percepita, ma anche di migliori risultati in termini di impegno in classe, espressione delle emozioni, creatività, motivazione intrinseca, benessere psicologico, acquisizione dei concetti, risultati scolastici e proseguimento degli studi.

2. Incoraggiare l’autonomia, e operare scelte, tutti insieme. Se di certo è determinante che gli studenti sappiano prendere alcune decisioni per se stessi, si dovrebbero creare molte più possibilità di risolvere le cose insieme, in classe. Di fatto si potrebbe dire che l’unione di autonomia e collettività definisca un principio più invocato che applicato nella società: quello di democrazia.

Anche durante le lezioni – assurdamente – abbreviate, ancora in voga in gran parte delle scuole superiori, dedicare parte del poco tempo a disposizione a riunioni di classe, durante le quali gli studenti possano risolvere problemi e prendere decisioni, ha un senso.

Una volta assistetti a diverse lezioni tenute da Keith Grove presso la Dover-Sherborn High School, non lontano da Boston, notando come quelle riunioni si fossero rivelate fondamentali per il suo lavoro: Grove si era accorto che lo spirito collettivo (e la partecipazione attiva) da esse scaturiti rendevano il tempo rimasto per lo svolgimento del programma effettivo assai più proficuo che se si fosse dedicata l’intera lezione a parlare a una sfilza di ragazzini muti.

Gli studenti decidevano insieme quando fosse il caso di fissare la verifica successiva (dopo tutto, cos’è meglio: che i ragazzi mostrino quello che sanno quando sono pronti o fare il gioco del “chi becchiamo oggi?”). Interessante notare come Grove definisca le proprie classi piuttosto strutturate sebbene insolitamente democratiche, e illustri il proprio lavoro come “controllo che gli studenti abbiano il controllo”.

3. Non si tratta sempre di “o tutto o niente”. I docenti che propugnano un insegnamento di tipo tradizionale a volte propongono una sostegno all’autonomia della classe caricaturale– l’assenza di stimoli intellettivi laddove i ragazzi fanno quel che gli pare- al fine di razionalizzare il rifiuto del modello.

Tuttavia sostenere l’autonomia non solo non esclude la struttura, come ci rammenta Keith Grove, ma neppure il coinvolgimento attivo dell’insegnante. Un coinvolgimento diretto, come quello per cui studenti e docente negoziano la data di consegna di un tema conveniente a entrambe le parti (al posto di un “Ragazzi, scegliete voi” si potrebbe optare per un “Decidiamo insieme”); oppure indiretto, con l’insegnante che stabilisce determinati argomenti per le lezioni e gli studenti che decidono entro i parametri fissati.

Il che, tuttavia, non significa che dovremmo esser pronti a condividere il potere con i ragazzi solo su questioni relativamente meno importanti. Avrà senso iniziare da quelle per poi tentare di coinvolgerli in decisioni più determinanti, man mano che sia voi sia loro prenderete dimestichezza con una classe democratica.

4. Vai ai punti precedenti: la manciata di ragioni – suggeritevi nella prima parte di questo articoli – che uccidono l’interesse per la lettura non perdono forza solo perché agli studenti viene conferita maggior autorità, individuale e collettiva, nella gestione dell’apprendimento.

I premi, ad esempio, restano controproducenti anche qualora fossero i ragazzi a scegliersi la caramella. E resta motivo di preoccupazione che una lezione di scrittura creativa si basi sostanzialmente su parametri e competenze definiti in modo restrittivo, sebbene agli studenti venga data la possibilità di scegliere tali parametri (uno dei pretendenti di Bianca ne La bisbetica domata dice “Tra le mele marce c’è poca scelta”).

Persino il sostegno all’autonomia funziona al meglio all’interno di lezioni che risultino pedagogicamente valide secondo modalità diverse – che escludano abitudini diffuse ma controproducenti.

Per finire, ecco pochi e precisi suggerimenti per accompagnare gli studenti nelle loro decisioni, nella speranza che vi siano di ispirazione per altre idee sulla stessa linea:

– Lasciate che lo studente si cimenti in un testo letterario per poi elaborare le proprie domande e definire i temi di discussione – per sé e per gli altri.

– Prima di aiutarsi l’un l’altro nella correzione del proprio testo, chiedete ai vostri studenti di trovare eventuali domande sulla struttura e sulla reazione del lettore (invece di far loro applicare le vostre regole di scrittura o, peggio ancora, valutare gli elaborati sulla base di categorie preconfezionate).

– Fateli ragionare insieme sulle idee da sviluppare nei loro scritti, dopo di che seguiteli durante la stesura chiedendo loro di rivolgersi al gruppo per idee e suggerimenti. Promuovete il confronto sulle ragioni e l’utilità di ogni proposta in modo da favorire una riflessione preziosa per tutti.

– Quando decidete di dare un riscontro ai loro diari o ad altri componimenti, iniziate chiedendo loro – individualmente o rivolgendovi all’intera classe – quale tipo di giudizio troverebbero più utile (sareste più contenti se gli amministratori assumessero lo stesso atteggiamento nel dare riscontro al vostro operato?)

– Lasciate che siano gli studenti a decidere il destinatario dei loro elaborati, così come il genere di componimento relativo a un testo letto (ad esempio rappresentazione, editoriale, discorso)

Chiedete periodicamente ai vostri ragazzi, durante le riunioni di classe, come trovano l’andamento delle lezioni, se il processo decisionale funziona bene, se il clima favorisce l’apprendimento. Domandate loro che cosa potrebbe rendere compiti e confronti più efficaci e soddisfacenti – ma solo e soltanto se vi sentite davvero pronti a operare le modifiche da loro suggerite.

Coinvolgete gli studenti nel processo di valutazione chiedendo loro di aiutarvi a elaborare alternative alle verifiche tradizionali. “Come potreste mostrarmi cosa avete capito, in che cosa avete ancora bisogno di aiuto, che cosa dovrei rivedere io nel modo in cui ho affrontato il capitolo?”

– Ricordate che i voti non sono necessari nelle decisioni di gruppo. In sostanza non sarebbero altro che l’espressione del maggioritarismo avversario. Aiutateli ad acquisire le competenze e la propensione a un tipo di democrazia più profondo, che generi compromessi e ottenga il consenso.

Desiderare di allentare un poco il controllo significa evitare di investire troppo sul programma che avete elaborato.

Cercate in tutti i modi di compiacervi e di essere fieri del modo in cui aiutate i vostri studenti ad apprendere e ad entusiasmarsi dell’apprendimento, non limitatevi al semplice programma. Neppure la più stimolante delle lezioni, il compito più brillante, l’elenco di libri più completo avranno una minima possibilità di scuotere i ragazzi, coinvolgendoli e aiutandoli a sviluppare riflessioni più profonde, se siete solo voi a proporli e a imporli.

L’importante non è cosa insegniamo, ma cosa imparano, e le possibilità di un vero e proprio apprendimento aumentano di gran lunga se gli studenti hanno molta voce in capitolo sia sul contenuto, sia sul processo.

Secondo me i migliori docenti trascorrono almeno qualcuna delle loro serate a battersi la fronte con la mano – quantomeno in senso figurato – ripensando a qualche episodio della giornata. “Perché ho deciso di fare così quando avrei potuto chiedere ai ragazzi?” E pensando ad alcuni punti delle lezioni ancora da tenere: “Dovrei scegliere per i miei studenti o piuttosto con loro?”

Un professore di scrittura creativa di Washington si compiaceva di se stesso per aver annunciato ai suoi ragazzi che sarebbero stati loro a decidere come realizzare una rivista letteraria – finché, più tardi, non si rese conto di aver ristabilito esponenzialmente il controllo. “Mi ero imbarcato in un progetto di potenziale autonomia, tramutatosi in una vetrina di (mie) possibilità”. Ci vuole profondità e fegato ad aderire all’equivalente di un esercizio di pseudodemocrazia. Mantenere il potere – palesemente nei tradizionalisti, in maniera più subdola in coloro che si considerano progressisti illuminati – è cento volte più semplice che rinunciarvi.

Ma se vogliamo sul serio aiutare gli studenti a innamorarsi della letteratura, e a trovare spassoso mettere le parole nell’ordine giusto, dovremo prestare attenzione a quanto possa rendere tale risultato più o meno possibile.

Forse ci metteremo un po’, ma alla fine le nostre classi dovrebbero resettare il proprio programma di default sul motto “Lasciamo gli studenti liberi di decidere salvo nel caso in cui ci sia una buona ragione perché siamo noi a decidere per loro”.

Beatrice Cerrai


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