Scuola a casa e socializzazione

Una delle paure più diffuse riguardo l’home schooling, e una delle perplessità più forti di chi ne valuta la fattibilità, riguarda la socializzazione con i coetanei e il timore che, in un contesto a-scolastico, il bambino ne risulti deprivato.

È naturale in una società il cui modello di accudimento dominante a basso contatto veicola insistentemente come valori pedagogici supremi “l’indipendenza” e “la socializzazione con i pari”. In effetti, se con indipendenza si intende il “fare da soli” secondo tempi e aspettative predefinite dall’adulto e non “scegliere per se stessi” secondo la propria reale maturazione, le due cose sono funzionali l’una all’altra.

Un bambino precocemente e prevalentemente “orientato ai coetanei”* è sicuramente meno “richiedente”, apparentemente più autonomo, oggettivamente meno impegnativo.

È altresì opinione comune che socializzare, ovvero trascorrere del tempo con i coetanei, sia premessa imprescindibile e necessaria alla socializzazione, ovvero la capacità di relazionarsi con altri esseri umani e l’apprendimento dei valori sociali.

Queste premesse conducono inevitabilmente a una sorta di “ossessione collettiva” riguardo la socializzazione il più possibile precoce e il più possibile intensa dei bambini. “Farli giocare insieme” diventa un imperativo categorico che non trova mitigazione nemmeno nell’evidenza che dimostra come, almeno per i primi due (o tre) anni di vita, i bambini, anche condividendo uno stesso ambiente, non giochino affatto “insieme”, ma anzi parallelamente uno all’altro (gioco parallelo appunto).

In quest’ottica la scuola viene considerata il contesto esistenziale principale dei bambini fin dalla prima infanzia, e si trova naturale e auspicabile che vi trascorrano un terzo della propria giornata (il terzo principale, considerato che per almeno altre 8 ore dormiranno e nelle restanti saranno presumibilmente stanchi, oppure, ancora, si vedranno impegnati in altre attività condivise con i pari – corsi, sport, pomeriggi di gioco…).

Ma una socializzazione siffatta risponde davvero ai bisogni del bambino? Sortisce davvero gli effetti “pro-sociali” desiderati? Quali costi comporta? È esente da rischi?

Tali domande non sono volte a screditare l’esperienza scolastica. Tutt’altro: comprenderne la valenza positiva è essenziale anche, e forse soprattutto, per chi si orienti all’educazione parentale. È però necessario porsele, indipendentemente dal percorso di apprendimento che si sceglierà, sia per venire incontro ai bisogni sociali reali, e non presunti, del bambino, sia per non farsi condizionare nella propria scelta da premesse infondate e non rispondenti ai propri reali convincimenti, per quanto largamente condivise.

Prima di tutto, nell’ottica di una scolarizzazione precoce funzionale alla socializzazione, è lecito chiedersi quanto un contesto strutturato come quello scolastico davvero rispecchi la realtà sociale “esterna”. È davvero rispondente alla realtà delle relazioni sociali spontanee essere divisi per classi di età? Noi, adulti, intessiamo amicizie a seconda dell’anno di nascita, invece di poterci basare su affinità e simpatie spontanee?

In un contesto a-scolastico al bambino viene riconosciuta la stessa libertà che rivendichiamo per noi stessi: intessere amicizie spontaneamente con chiunque avverta più affine o comunque in generale con chi eserciti su di lui un richiamo, non solo basandosi sulla prossimità fisica (essere “nella stessa classe”) o sulla coetaneità.

La possibilità di interagire all’interno di piccoli gruppi e in contesti spontanei e informali, invece che all’interno di un grande gruppo-classe, facilita l’emergere di rapporti sociali più autentici e significativi, appunto in quanto liberamente scelti e spontaneamente instauratesi.

Siamo poi certi che il contesto scolastico, in cui la libertà di movimento e di interazione viene, dalle elementari in poi, confinata agli “intervalli” e anzi sancita qualora “invada” i momenti didattici, sia il migliore per godere dello “stare insieme”?

Oltre alle potenzialità sociali offerte dal contesto scolastico, quantitativamente innegabili (andare a scuola offre “tanti bambini” con cui stare “per tanto tempo” ogni giorno) è giusto interrogarsi anche sui suoi limiti oggettivi, ostacolanti la socializzazione o, peggio, facilitanti forme deviate di socializzazione.

Ma su questo punto ci soffermeremo la prossima volta 😉

Irene Malfatti

*espressione con cui Gabor Maté e Gordon Neufeld nel loro I vostri figli hanno bisogno di voi indicano lo svilupparsi del legame di attaccamento principale del bambino rivolto al gruppo dei pari, che sostituisce i genitori nelle funzioni di guida e diventa fonte dominante di ascendente sulla crescita e lo sviluppo del bambino stesso


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  • Nicla

    Vorrei soffemarmi sulla prima parte di questo articolo, quella che parla di come noi spingiamo i nostri figli a socializzare con i pari per renderli autonomi. Ecco a me questa cosa dà da pensare. Quando ero ragazza (per tutta l’adolescenza e anche oltre) mi sono sentita ripetere dai miei genitori che davo troppa importanza agli amici e troppa poca alla famiglia. Non avevo mai pensato però che erano stati loro, i miei genitori, a spingermi in quel mondo fatto di miei pari e lontano dalle loro coccole… però l’hanno fatto, anche se mi rendo conto che non ci avranno ragionato su. Quanti genitori di oggi si riconoscono nella mia esperienza? Quanti hanno sentito i loro genitori troppo lontani e distanti, invece che una presenza affettuosa, il punto di riferimento nella loro vita? Quello che è andato perso per me, non voglio sia perso per i miei figli e, anche se non credo farei mai home schooling, spero di non far loro sentire che li voglio allontanare….

  • Alexandra

    Credo che questo “bisogno di socializzazione” sia il frutto della nostra società di figli unici e di famiglie non-allargate: non è tanto di “giocare con gli altri”, che ha bisogno il bambino, ma di un contesto in cui si vive (semplicemente, anche facendo le cose per conto suo, come effettivamente fanno i più piccoli) a fianco di altri, e ci si abitua a vedere altri, a capire che sono diversi, che hanno anche loro i loro bisogni, che ci sono quelli più grandi, quelli più piccoli, quelli che hanno più bisogno, quelli meno, quelli che ci piacciono e quelli meno, quelli che ci capiscono e quelli no, insomma, un ambiente umano abbastanza vario per permettere al piccolo di relativizzare la sua visione delle cose, adeguarsi agli altri, di non essere sempre solo nella prospettiva della relazione “preferenziale” con i genitori o i nonni, o anche stando da solo con una babysitter. Nelle famiglie in cui ci sono tanti bimbi di età diverse, tante persone, questo succede naturalmente.
    Non credo che la “socializzazione” renda un bimbo più autonomo, può anche benissimo succedere il contrario, se viene “arruolato” a fare sempre le cose con e come gli altri. Ma di sicuro gli apre una finestra sul mondo. Se c’è modo di offrirgli gruppi più spontanei, bene. Ma se parliamo di bimbi in età scolastica, allora francamente, a me l’idea di confondere la figura del genitore con quella dell’insegnante, e di non dare al bimbo questo inserimento in una struttura che comincia ad assomigliare al mondo reale, non piace molto.

    • In tutta onesta’ fatico a cogliere questa somiglianza tra scuola e mondo reale, come pure a credere che il contesto scolastico offra più varietà di incontro rispetto al “fuori”. Mi sembra anche che l’istituzione scolastica non sia la migliore per quanto riguarda l’emergenza e la conciliazione di bisogni individuali diversi. Solitamente per ragioni di praticità e organizzazione i bisogni sono generalmente subordinati a regole uniformizzanti: questo non incoraggia certamente il riconoscimento delle diversità.
      Riguardo al sovrapporsi di ruoli genitore/insegnante… Non la vedo, nel senso che il genitore resta tale, resta facilitatore all’apprebdimento come lo e’ stato nei primi anni.
      Non è comunque assolutamente detto che sia l’unico insegnante.
      Come del resto non lo è nei primi anni di vita.

  • Alexandra

    Beh, il mondo è abbastanza così, si, un pò meno uniforme, molto più costrittivo, ma i bisogni subordinati a regole uniformizzanti sono omnipresenti.
    Non so, se non nella famiglia allargata, dove si possa trovare uno stare insieme costante come nella scuola (non incontri, stare tutto il tempo o quasi a contatto).

    • È proprio quella socializzazione così intensiva del “sempre o quasi” che mi lascia molto perplessa. Non mi sembra ce ne sia bisogno (non per instaurare rapporti significativi e duraturi, non per scoprire le regole sociali e il rispetto dell’altro, non per incontrare la diversità) e non mi pare si ritrovi altrove una condivisione così intensiva di spazi e luoghi (nemmeno al lavoro, nella vita “vera” si siede attaccati al collega per otto ore senza potersi alzare). Non serve passare il grosso della propria giornata in una stanza con venti coetanei per sviluppare le abilità sociali. È una vera e propria iper socializzazione che percorsi alternativi non ripropongono proprio perché scelgono di non riproporli, trovandola eccessiva e non sempre o non soltanto positiva.

  • Alexandra

    8 ore senza alzarsi, direi proprio di no, ci sono le pause da ricreazione (quand’ero piccola io, che si stava a scuola fino alle 16.30) mezz’ora ogni ora e mezza, 1 ora e 1/2 per pranzo), ecc. Ma stare ammucchiati in 50 o più in uno stanzone, come no, basta vedere un call center, una sala di redazione di un’agenzia stampa, alcune officine, e lì si che stai avvitato alla sedia per ore e ore. Stare seduti al banco non serve a socializzare, ma a acquisire un sapere condividendolo con altri, che non è esattamente la stessa cosa: la socializzazione è solo uno degli ingredienti.
    Non sto dicendo che sia l’unica via percorribile, ma che mi sembra una cosa piuttosto sana, non eccessiva, sopratutto se si contrappone ad un tete-à-tete da solo col genitore per tutto il tempo necessario all’apprendimento.

    • Le pause mi sembrano irrisorie rispetto a quello che sarebbe il bisogno di movimento di un bambino. Che il sapere si assorba secondo trasmissione verticale, con lezione frontale, con programma prestabilito svincolato dall’interesse dei bambini, e che l’apprendimento sia trasmesso in modo astratto nonostante il pensiero in quella fase evolutiva sia concreto mi sembrano altrettanti elementi che allontano la scuola non solo dalla vita ma anche dal bambino “vero”. Dunque no, non li trovo così sani.
      Come non trovo sani gli ambienti di lavoro che descrivi: vogliamo davvero prepararceli a tre anni?
      Parlo chiaramente di scuole tradizionali. Esistono poi metodologie didattiche differenti, ognuno potrà valutare l’offerta didattica disponibile, non sto dicendo che la scuola familiare sia l’unica alternativa.
      L’home schooling pero’ non è affatto un rapporto esclusivamente a due col genitore per tutto il tempo, proprio no. Il genitore non scimmiotta l’insegnante nella sua trasmissione verticale di sapere.

  • Alexandra

    Ah, si, forse non stiamo parlando della stessa scuola. E neanche degli stessi bambini. Una cosa è il bimbo di 3 anni, un’altra quello di 6-7. Alla scuola materna (francese, pubblica, sistema tradizionale, dopo 1 anno di “scuola novella” nella quale non si stava per niente seduti, se non per terra in cerchio tutti insieme, o dove ti pareva), non credo di essere mai rimasta seduta più di mezz’ora di seguito, e gran parte delle attività non eravamo seduti per niente.
    Alle elementari, un pò di lezione frontale non fa male, un pò di sapere neutro, oggettivo, con gradualmente meno sfumature affettive, che diventerà una base per il pensiero libero e democratico.
    Il mondo è quello che è, siamo noi a viverlo in modo sano o meno. Più siamo sani e forti noi, più il mondo lo diventa.
    Per me, il bimbo (non piccolo piccolo) tenuto a casa mi sa tanto di bimbo “tenuto in cassaforte”.

    • No, stiamo parlando proprio dello stesso bambino. A sei-sette anni l’immobilita imposta non è meno dannosa di quanto non sia il trascorrere otto ore in un’aula sovraffollata a tre anni.
      Che l’insegnante veicoli sapere neutro non è affatto detto, e mi sembra un nonsense che si creda che la trasmissione verticale di contenuti e saperi sia alla base del libero pensiero. Mi sembra che un contesto in cui il bambino deve imparare quello che gli si dice quando gli si dice tutto incoraggi meno che lo spirito critico e la libertà di pensiero che starebbero alla base di una vera democrazia partecipata.
      Il mondo e’ quello che è’, dici. Non lo trovo esatto: il mondo non è tutto uguale, ognuno può cambiare il suo angolo di mondo. La sola possibilità non è adeguarsi supinamente. Per altro, quale sarebbe un modo sano di adeguarsi a un mondo insano? E perché mai la forza si svilupperebbe solo conformandosi in modo totale?
      L’immagine del bambino “in cassaforte” mi risulta ovviamente disturbante perché trasfigurante una realtà che è ben diversa… Mi fa sorridere (un po’ amaramente) che tra un bambino chiuso in classe ad obbedire e uno che vive fuori traendo il sapere dalla concretezza delle sue attività e la spontaneità dei suoi interessi quello “chiuso” sembri il secondo.
      In ogni caso ribadisco: la scuola familiare non è certo l’unica possibilità. La scuola pubblica rappresenta una risorsa, ma lo sarebbe ancora di più se fosse più a misura di bambino, se fosse ripensata in modo meno istituzionale e più autenticamente partecipativa.

  • Alexandra

    Boh, sarà che per me leggere, scrivere, disegnare sono stati tra i più grandi piaceri della vita, almeno fin quando non sono stata in grado di viaggiare per il mondo, e queste cose, se non seduti e con un minimo di silenzio, non vedo come le si possano praticare. Stare seduti non è fine a sé, è funzionale.
    Probabilmente hai in mente una scuola immensamente più rigida e costrittiva di quella che ho vissuto io (seppur stando in 35 in classe).
    Di com’ero a 6 anni, me lo ricordo molto chiaramente. La parte di insegnamento verticale, nella scuola, per me, era una goduria totale, che solo mi raccontassero più cose possibile, erano solo cubetti con i quali potevo costruire tutto quello che volevo nella mia testa, più ce n’erano, magari anche diversi e contrastanti tra loro, alla faccia della tanto celebrata “univocità” da osservare nei confronti dei piccoli, e meglio era, poi con i miei genitori avevo tutto lo spazio per discuterle, rielaborarle, arricchirle. Questo intendo per “vivere in modo sano”. La scuola è neutra e funzionale, se nessuno viene a metterti una pressione angosciante circa il suo peso, sull’ubbidienza fine a sé, sui voti, ma te la dà per quello che è, allora non è più tutto quel malsano.

    La vita affettiva e quello che ti porta la famiglia viene in più. Peraltro, se ricevi del sapere non veicolato dalle persone che ti amano, ti proteggono, ti portano per mano, in qualche misura ti affranchi anche dalla loro onnipotenza ed omniscienza, e tutto diventa più interessante.

    Che la “socializzazione forzata” nei primi anni possa essere “non a misura di bambino”, posso anche in parte ammetterlo, ma il sapere, all’età delle elementari, no, il sapere a fiotto continuo, in dose massiccia, è un desiderio intenso, profondo e la capacità ad assorbirlo è pressoché illimitata. Dover ubbidire ad una maestra per ottenerlo è totalmente irrilevante, accessorio, tanto, non interferisce con la tua vita dell’anima. Più sai, meno ti senti piccolo, meno ti senti dipendente. Io ho una bimba che si avvicina ai 2 anni, e ancora prima di saper afferrare qualcosa con le mani manifestava fastidio all’essere dipendente. Adesso, è veramente eclatante. Il mondo deve essere suo. Il fatto che la mamma sappia o sappia fare meglio di lei le sta fortemente antipatico. Più sa, più sa fare, più è contenta. Non vuole imparare da me, vuole giocare con me con il suo sapere e saper fare.
    Quello che ritengo molto importante, è che il bambino abbia, appunto, tempo e spazio per elaborare, per conto suo, in tranquillità, invece di essere imbrigliato in un programma di attività stakhanoviste, socializzanti o meno.

    • Sono punti di vista. Io non ho in mente una scuola in particolare, ne’ mi rifaccio alla mia esperienza scolastica che sarebbe sbagliato proiettare e che dunque è irrilevante (sia nelle sue parti negative che positive, la decisione non riguarda me e non è effettuata sulla base del mio vissuto… A dire il vero, la decisione non è neppure mia, io mi limito ad essere aperta a soluzioni alternative alla scolarizzazione).
      La scuola nella sua struttura non è neutra. I suoi elementi costitutivi (voti, autorita’…)non sono neutri.
      La sete di sapere, la curiosità, la voglia di imparare sono beni preziosissimi. Un modo forse anche piu interessante di imparare non e’ assorbire ma scoprire… questo avviene soprattutto con forme didattiche diverse dalla lezione frontale. Scrivere disegnare e leggere sono cose meravigliose, lo possono essere ancor piu se fatte con modi e tempi scelti in liberta’, con diversita’ di materiali, in un modo che coinvolga anche sensorialita’ e creativita’.
      Un modo molto gratificante di diventare indipendenti e’ avere potere decisionale sul percorso da seguire, un cobtribuire a tracciare la rotta… una didattica basata su un programma standardizzato fatica a consentirlo.
      Amore e sete di sapere sono valori che non e’ detto che solo la scuola inventivi, e che anzi una scuola siffatta può disincentivare, quando non spegnere. Ci sono interessanti ricerche su come il sistema dei voti e delle verifiche, legando l’apprendimento a valori estrinseci, ne indebolisca il valore intrinseco. ne riparleremo presto.

  • francesca m

    Io penso che la scuola familiare sia possibile solo in pochissimi casi, perchè prevede che i genitori abbiano le competenze per essere insegnanti. Io, anche se ho potuto studiare, non ho nessuna formazione didattica e non saprei da dove iniziare per insegnare a scrivere, a leggere, a contare ecc. (e inoltre questo non è il mio lavoro che tra l’altro svolgo volentieri e mi pare veramente inconciliabile la scuola familiare con l’indipendenza economica della donna, cosa che credo basilare, perchè alla base della parità).
    Inoltre credo che la scuola pubblica sia uno dei punti più importanti per garantire pari opportunità alle nuove generazioni, nel senso proprio che i bambini potendola frequentare prescindono dal grado di cultura e dalla ricchezza della propria famiglia. Prima della pubblica istruzione, per dire, i figli dei panettieri facevano i panettieri ecc. E sì c’era la trasmissione del sapere verticale, ma era il proprio sapere, e in quanto tale era più limitato di quello che possono fornire diversi maestri oltre ovviamente ai genitori.
    Diciamo che forse il vero problema è che oggi i bimbi devono stare troppe ore a scuola e che le mattinate a scuola con un approccio didattico e scientifico e i pomeriggi liberi a casa sarebbero l’ideale per la loro formazione.

    • Nella realtà non è assolutamente detto che sia la madre ad occuparsi dell’insegnamento e che per farlo non debba lavorare. In realtà anche l’assunto che vede come indipendente solo la donna che lavora fuori casa e’ per me discutibile, ma è un discorso molto complesso e che non inerisce l’educazione parentale, dunque lo tratterei impropriamente in questa sede. Mi sembra ci sia stata una vivacissima e stimolante discussione in merito proprio nello spazio rubriche del bambino naturale.
      Per quanto riguarda l’home schooling ne esistono tante forme quante sono le famiglie che lo praticano.
      Non è necessario che i genitori siano insegnanti perché il loro ruolo non è quello del l’insegnante ma del facilitatore, e gli strumenti didattici non sono solo quelli scolasticamente intesi.
      Detto ciò nessuno disconosce il valore della scuola pubblica (per quanto in realtà sia sempre più penalizzata e carente di risorse fondamentali, per cui il suo valore è in realtà disconosciuto dalle politiche sociali stesse) ma si può pur riconoscendolo optare per percorsi alternativi.

  • Alexandra

    Sono d’accordo. Il rispetto del bambino, come persona, nelle specificità dei suoi tempi e processi propri, è necessario sempre e comunque, e una scuola che, perché obbligatoria e sostenuta dall’apparato sociale, non lo metta in conto, è malvagia. La scoperta prende molto più tempo e permette meno quantità di apprendimento, ma si può benissimo, e una scuola degna di questo nome non ne fa a meno, tenere un buon equilibrio tra scoperta, sensorialità, creatività, dialogo, e “lezione frontale”.
    Già tanti anni fa, discutevo con una professoressa delle superiori francese, che mi diceva che il ricorso a scoperta e sperimentazione aveva preso dimensioni tali che i poveri ragazzi la supplicavano per delle spiegazioni “magistrali” per poter dare coerenza al tutto e allargare la prospettiva, e le dovevano fare quasi di nascosto perché se li beccava l’ispezione era biasimo.
    Sui voti, sono d’accordissimo sul fatto che, anche se qualche verifica a volte può servire (sopratutto all’insegnante, per orientarsi), possono fare del male e vanno quantomeno relativizzati. Non confondiamo una verifica dell’apprendimento con il dare un valore al bambino stesso, come spesso succede (ma non è tanto la scuola, quanto i familiari che danno questo peso).
    Conosco persone che al solo concetto di “potere decisionale sulla rotta da seguire” dato ad un bambino, svenirebbero dall’orrore, ma credo invece che sia molto giusto. Nella misura del possibile. Se dai a decidere la rotta da seguire per girare l’Arizona a qualcuno che non sa neanche che esiste, o che sa solo vagamente che ci sono i cactus, non andrà molto lontano. Prima di andare, zaino in spalla, all’avventura, devi almeno studiarti un pò la geografia del posto, no? E se sei un bambino, sarai contento se ti raccontano la storia, se ti portano di posto in posto, e dove ci si ferma ti fanno vedere, toccare, scoprire.

    • Infatti nessun genitore home schooler lascia un bambino nel deserto zaino in spalla. Facilitare significa oltre che supportare fornire un substrato che permetta di adoperare i propri strumenti.
      Che con la scoperta gli apprendimenti siano minori non lo rilevo. Anzi mi pare che le cose imparate sull’onda di una propria motivazione, per passione e interesse, consentano apprendimenti rapidi, massivi, ed anche indelebili.
      Ti ringrazio in ogni caso per il confronto, molto interessante, soprattutto raro trovare questa disponibilità al confronto da parte di chi esclude in partenza la possibilità di fare educazione parentale.

  • Alexandra

    D’accordissimo con Francesca, sia sulla parità delle donne che sulla parità sociale (per essere chiari, il mio precedente “d’accordo” era riferito a Irena).

  • Alexandra

    Ma allora, chi? un pò mamma, un pò papà, un pò i nonni, gli zii, un precettore, chi? Il bimbo tutto da solo? Smettiamola di parlare della scuola, e cerchiamo di capire come dovrebbe funzionare questo home schooling.
    Ci sono sicuramente dei bambini che, per n. motivi, stanno meglio con l’home schooling, ma mi sembra una soluzione un pò difficile per il maggior numero.
    Sull’indipendenza della donna a casa, credo che ciascuna (o ciascuno, perché esistono anche i papà a casa) possa realizzarsi in modo diverso secondo il proprio carattere, i propri talenti e le proprie inclinazioni, e sopratutto le persone che ha accanto, perchè l’indipendenza morale e la realizzazione personale, se non sempre necessitano l’indipendenza economica, richiedono un contesto tale che il fattore economico non pesi, e non è evidente. Per me, il modello di genitori che lavorano e “escono nel mondo” a fare cose utili è un buon modello, ma ce ne sono altri altrettanto validi.

    • Non è possibile dare descrizioni prescrittive dell’home schooling, sarebbe una contraddizione in termini, non c’è una forma di home schooling giusta e una sbagliata, non c’è una regola che impone quale ruolo debba avere un padre una madre uno zio o un precettore. Ogni famiglia deciderà in base alle proprie risorse e inclinazioni. Se universalizzassi il mio modello spacciandolo per “prassi di educazione parentale” darei mostra solo di non aver compreso il senso della scelta che stiamo compiendo.
      Quanto al modello di genitori che “lavorano e fanno cose utili nel mondo” richiederebbe appunto un’analisi approfondita che ne metta in luce non solo i risvolti positivi ma anche i costi personali e familiari, ma non è appunto questo il contesto adatto.
      Anche in questo comunque sarebbe bello che ogni famiglia potesse decidere per se’.

  • Alexandra

    Escludere? “mai della vita”, per tradurre letteralmente l’esclamazione transalpina. Meno che mai a priori. Trovo che la scuola per tutti sia un gran bene, e che non sia giusto considerarla quel sistema repressivo ammazzacervellodeibambini, ma se ci sono famiglie che hanno voglia, che sono in grado, e sopratutto i cui bambini sono più felici con l’home schooling, perché no? Avevo letto di una famiglia che si è trasferita su un veliero per via di un figlio con un disturbo respiratorio, e facevano home schooling, ho incontrato una famiglia che si era data un anno per fare il giro del mondo e facevano home schooling, (fichissimo!), o più banalmente di un padre imprenditore che ha scelto di fare home schooling al figlio perché si trovava male a scuola. Per carità!
    Che sia meglio per tutti, invece, non ne sarei convinta.

  • Alexandra

    ma qualche esempio?
    comunque, non credo che sia proibito l’home schooling, solo soggetto ad una autorizzazione, a tutela di un minimo di garanzie per il bimbo, sbaglio?
    Ormai, sono forse più le famiglie che hanno bisogno di “parcheggiare” (termine agghiacciante) il figlio mentre sono al lavoro, di quelle che gli impedirebbero di andare a scuola per tenerlo a lavorare nei campi o in panetteria, ma meglio non correre il rischio … Ho incontrato una ragazza diciottenne a cui i genitori dicevano “tanto, sei carina, ti sposerai e starai a casa, non hai bisogno di studiare” …

    • Certamente esistono forme di tutela del bambino (la famiglia deve comunicare al direttore scolastico di riferimento la sua intenzione di fare suola parentale, deve certificare di avere le necessarie competenze e risorse, e per quanto gli esami di idoneità annuali non siano obbligatori lo studente dovrà sostenere gli esami di fine ciclo -quello di idoneità alla prima media, quello di ammissione all’esame di terza media, e quello per il conseguimento della licenza media-) e in generale qualora ci siano fondati dubbi sull’assolvimento dell’obbligo di istruzione (che non coincide con l’assolvimento della frequenza scolastica) le autorità scolastiche hanno assolutamente modo di allertare i servizi sociali di competenza per verificare la situazione. Sono però realtà molto diverse da quella di chi sceglie l’educazione parentale, come giustamente tu stessa hai rilevato.
      Non c’è però bisogno di alcuna autorizzazione perché la scelta all’educazione parentale e’ un diritto costituzionalmente riconosciuto, i genitori non abbisognano di ulteriori permessi.
      In merito ai quesiti giuridici sollevati rimando allo scorso articolo verteva proprio sugli aspetti “tecnico-legali” dell’educazione parentale.

  • Gina

    Oltre ad essere d’accordo con quanto detto da alexandra e francesca mi lasciano perplessi due punti ancora:
    vedo che la scuola viene considerata tutta negativamente, qualunque essa sia, e invece come alexandra ho ben presenti alcuni tipi di scuole che di repressivo hanno davvero ben poco.
    L’altra perplessità riguarda una domanda mia: perchè mai la scuola dovrebbe non permettere al bimbo anche un’interazione diversa?Cioè, esistono i pomeriggi, il weekend, le vacanze e tutti i contesti extrascolastici per fare esattamente quello che fanno i bimbi che rimangono a casa. O sbaglio?
    Quanto all’influenza dei pari…..stare con i pari aiuta pure a capire come gestirli, come scegliere le persone, come rapportarsi con un gruppo, e questo perchè deve essere per forza negativo?Io presuppongo che una famiglia alle spalle che ti segue possa in assoluto annullare questa eventuale negatività.
    E anche lo stare con bimbi della stessa età….mica sempre vero, se si pensa alle classi miste della materna.

    • Quello che viene considerato criticamente (non negativamente) e’ il contesto scolastico in generale, che resta lo stesso in ogni scuola tradizionale (certi aspetti vengono calmierati in realtà didattiche sperimentali). Una scuola tradizionale per sua stessa natura non può non prevedere attività prestabilite su cui il bambino ha poco potere decisionale, un programma prefissato, momento prestabiliti per alzarsi, uscire, parlare, un sistema di valutazione. Questi aspetti sono strutturali alla scuola stessa.
      Non significa che la scuola sia a priori cattiva o che non ci siano differenze anche rilevanti tra una scuola e un’altra, significa solo che possono esserci fondate ragioni per preferire un percorso di apprendimento alternativo a quello istituzionale.
      Quanto alla possibilità di interagire e apprendere in orario extra scolastico “come se non si andasse a scuola” non lo vedo molto possibile. Il tempo di una giornata e’ limitato, le energie di un bambino anche, non è verosimile che nei mesi invernali esca nella natura dopo una giornata di scuola, ne tantomeno che possa seguire a casa un suo corso di apprendimenti alternativi a quelli scolastici. Inoltre la struttura scolastica struttura anche il pensiero e le modalità di apprendimento.
      Quanto alla varietà della scuola materna (e non di tutte, esistono classi esclusivamente omogenee) si limita a bambini di tre quattro o cinque anni. Un bambino che ha possibilità di interagire a suo piacimento spazia in fasce di età molto meno circoscritte.

  • Nicla

    Ho tre figli. Lisa, 9 anni, Erika 7 anni, Loris 4 anni. Non mi pare che la scuola promuova l’interazione al suo interno e i pomeriggi e i weekend sono invivibili a casa mia. Vero che io faccio un lavoro turnista che mi porta fuori casa in giorni ed orari in cui altri genitori sono a casa a godersi la famiglia… ma è vero anche che a scuola finisice alle 16.25, i bambini arrivano a casa STANCHISSIMI perchè fanno lezione fino all’ultimo minuto….e spesso dopo hanno altre attività (nuoto, danza…etc). Nel week end ci sono i compiti che in alcuni casi mi hanno occupato più di 6/8 ore in totale (come osano chiamarli giorni di riposo?? E siamo solo alle elementari!!). Nelle vacanze di Natale/Pasqua ogni singolo giorno NON festivo è dedicato ai compiti. Ai miei figli non è lasciato affatto lo spazio per altro che la scuola e dentro la scuola sono costretti dentro regole rigide e non adatte alla loro età. Si dice che i giovani oggi sono più “cattivi” di quelli di una volta: sfido io, fin da piccoli vengono buttati in un ambiente sconosciuto con degli estranei (nido), non hanno più diritto di piangere, vanno a scuola e non gli resta spazio per nient’altro e poi appena gli viene concesso un po’ di spazio è ovvio che se lo prendano!! Quando andavo a scuola io le lezioni finivano alle 12.40, poi c’era il doposcuola in cui si facevano i compiti e, dopo i compiti, facevamo un sacco di giochi. Alle 16.30 eravamo liberi da ogni impegno e lo stesso nel weekend anche se di sabato mattina si andava a scuola…. non ricordo affatto di essere mai stata impegnata quanto i miei figli…

  • Gina

    Per fortuna si tratta di un’esperienza personale, e non assoluta, il che vuol dire che, con tutto rispetto, non sempre è cos’. A scuola di mia figlia ad esempio se escono alle 16,00 è con i compiti fatti, tanto per dirne una, io sono abituata a fare un mare di cose dalle 16,00 alle 21,00 con mia figlia, magari non sarà come averli 12 ore, senz’altro, ma penso che questa rinuncia valga quel che guadagna dalla scuola, in molti sensi.
    Oltretutto anche usare termini come “venire buttati in un ambiente sconosciuto” non sono per fortuna sempre realistici, se gli ambienti sono in un certo modo e gli inserimenti vengono gestiti in un certo modo, e lo stesso valga per il non aver diritto di piangere, cosa onestamente mai vista nel mio caso. Fortunatamente possiamo disporre di esperienze variegate, e quindi credo che questi giovani “cattivi” non derivino dalla scuola in sè, ma dalla eventuale pessima gestione della scuola, o anche dell’homeschooling, in generale la “cattiveria” deriva dalla pessima gestione e basta, che sia della scuola, della famiglia, dell’homeschooling o di quel che si voglia, semplicemente dell’ambiente in cui si cresce.