Bambino “capriccioso” a tavola: ascolto e rispetto

Negli articoli precedenti abbiamo parlato di come l’alimentazione infantile richieda la presenza fiduciosa del genitore, in cui il bambino si rispecchi e trovi conferme dei propri bisogni.

L’appetito è fortemente influenzato da fattori genetici: ogni bambino mangia in modo diverso, come gli adulti d’altronde, ma anche l’ambiente è determinante nel comportamento alimentare e alcune pratiche, usate sicuramente a fin di bene, possono rivelarsi controproducenti.

Diversi studi hanno mostrato come, nel momento del pasto, l’iperprotezione ed il controllo costante del genitore con richieste, ordini insistenti e critiche sono fortemente correlati a comportamenti conflittuali di rifiuto alimentare (non riconducibili a cause organiche). Gonzales afferma per l’appunto che “il problema del bambino che non mangia sorge da uno squilibrio tra quello che il bambino mangia e quello che sua madre spera che mangi”.

Bisogna evidenziare che nello sviluppo le difficoltà alimentari transitorie sono assolutamente fisiologiche, soprattutto nei periodi di cambiamento, definiti da Brazelton “touchpoint”.

Ad esempio tra i 7-9 mesi in concomitanza con l’inizio dello svezzamento e la comparsa della “paura dell’estraneo” (indice psichico dell’inizio del processo di separazione-individuazione), e nella fase di passaggio all’alimentazione autonoma.

Verso i 18 mesi, infatti, il bambino comincia ad esprimere i suoi bisogni di “far da solo”, la sua individualità, anche attraverso comportamenti di opposizione, di ribellione, i cosiddetti capricci dei terribili due anni.

In questo periodo, la relazione della diade mamma-bambino vive un momento critico, dove si deve negoziare il controllo della situazione alimentare. Per non far diventare questo passaggio un “braccio di ferro” quotidiano è fondamentale la sensibilità e la disponibilità materna nel riconoscere e sostenere le iniziative del piccolo.

Il bambino che inizia a mangiare da solo passerà in una fase di sperimentazione ed esplorazione dove a volte mangerà poco cibo, si sporcherà e molta pappa andrà buttata a terra. Se la mamma si dimostra calma e fiduciosa verso le sue capacità motorie, linguistico-espressive e di autoregolazione nel pasto, il bambino imparerà gradualmente a mangiare in modo adeguato.

La dott.ssa Clara Davis, pediatra di Chicago, nel lontano 1939 pubblicò uno studio in cui in un istituto si era data libertà assoluta ai bambini nell’alimentazione offrendo loro 33 pietanze diverse scaglionate per 3-4 pasti al giorno, annotando tutto ciò che veniva mangiato. I bimbi coinvolti erano 15 e furono seguiti dall’età dello svezzamento, così da non avere alcun pregiudizio nei confronti del cibo, fino ai 6/7 anni. I cibi erano preparati nel modo più naturale possibile, senza sale né zucchero aggiunti.

I bambini venivano assecondati in tutto, senza nessun commento o critica rispetto a quello che facevano, ed erano aiutati dall’infermiera soltanto se lo richiedevano, indicando loro stessi il cibo desiderato. I piatti venivano tolti dopo che il bambino aveva finito di mangiare, in genere dopo mezz’ora di tempo al massimo.

A volte i bimbi mangiavano tanto, altre volte quasi niente. I risultati della ricerca misero in luce che i bambini si erano alimentati benissimo, erano cresciuti in modo eccellente, sani e con evacuazioni regolari. Con questo esperimento la Davis volle dimostrare come anche l’uomo, al pari di tutti gli animali, possiede meccanismi innati di autoregolazione, cioè sappiamo istintivamente di cosa e quanto il nostro organismo ha bisogno. Gli studi sull’argomento furono poi ripresi e ampliati negli anni Novanta da altre ricerche sul comportamento alimentare (1).

Concludendo, ai fini della costruzione di un rapporto equilibrato con il cibo e di un sano sviluppo dell’autonomia del bambino si possono indicare come buone pratiche:

– mangiare tutti insieme alla stessa tavola, a vantaggio sia dell’apprendimento imitativo sia della presenza affettiva e partecipante del genitore (perchè autonomia non vuol dire solitudine!);

– offrire cibi sani e naturali, che stimolano la capacità innata di autoregolazione dell’organismo;
– rispettare sempre il bambino;
– non forzare mai, se ha fame mangia;
– non promettere premi o ricompense, non usare il cibo come merce di scambio;
– aiutare soltanto quando è lui a farci capire che ha bisogno;
– aver pazienza e fiducia nelle capacità del bambino.

Perchè come affermava la grande Maria Montessori:
Ogni aiuto inutile è un ostacolo allo sviluppo.

Ilaria Cianfarani

Se volete leggere qualcosa in più sull’argomento:

La pappa è facile!
Psicologia contemporanea, luglio-agosto 2009: “Quando il bambino rifiuta il cibo” Ammaniti- Ambruzzi- Lucarelli- Cimino
Carlos Gonzales, Il mio bambino non mi mangia, Bonomi editore

Note:

1. Birch-Johnson-Andersen (1991); Shea- Stein- Bash (1992).

N.B.: In questo articolo  la dott.ssa Ilaria Cianfarani – laureata in psicologia dello sviluppo e della salute in età evolutiva, professionista che si occupa di puericultura e sostegno alla famiglia, nonché insegnante AIMI di massaggio infantile –  mette in luce l’importanza delle modalità con cui si alimenta un bambino sin dalla primissima infanzia, con un occhio attento anche al contesto nel quale si svolgono i pasti, per riuscire a creare un rapporto equilibrato con il cibo.


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  • Dott. Emanuela De Bellis

    Complimenti per l’articolo, molto accurato e stimolante. Vorrei aggiungere alla riflessione l’importanza di ascoltare le proprie emozioni come genitore: spesso comportamenti di alimentazione forzata provengono da timori di inadeguatezza di cui non si è pienamente consapevoli. Altrettanto spesso comportamenti alimentari infantili ormai stabili nel tempo sono legati ad aspetti emotivi non riconosciuti né dal bambino né dal genitore.
    L’uso dell’ascolto (di se’, dell’Altro) è sempre primario quando ci accostiamo all’infanzia, anche quando si parla di alimentazione.