Cibo e bambini, il gusto

Oggi, dopo le grandi abbuffate delle festività e all’indomandi dell’ Epifania, parleremo dello sviluppo del gusto.

Sappiamo che già in epoca fetale, a partire dalla 14esima settimana di gravidanza, il bambino percepisce i sapori della dieta materna attraverso il liquido amniotico, poi da lattante attraverso il latte materno. Ma l’incontro con i sapori avviene durante lo svezzamento, nel momento in cui il genitore guida l’esperienza gustativa, compiendo scelte alimentari che saranno determinanti per lo sviluppo del gusto a lungo termine.

Il senso del gusto ha la funzione di analizzare il contenuto di un alimento sia riconoscendo le sostanze chimiche di cui è costituito, sia permettendoci di capire quando esso è “cattivo”, potenzialmente tossico o avariato.

I nostri gusti fondamentali sono 5: dolce, salato, amaro, acido e “umami”. Quest’ultimo termine deriva dalla parola giapponese “delizioso” ed è associato all’amminoacido L-glutammato contenuto nella carne e nei prodotti fermentati. Il nostro apparato gustativo si è evoluto in modo da attirarci verso cibi dolci ad alto valore energetico: la ragione è che nel passato le risorse a disposizione erano poche e quindi bisognava fare scorta di calorie.

Mangiare dolci provoca nel nostro corpo una serie di reazioni che ci fanno sentire bene: si elevano i livelli di endorfine e viene rilasciato nel sangue il triptofano, sostanza che stimola sensazioni di benessere. L’eccesso di stimolo, tuttavia, come in ogni dipendenza, richiede dosaggi sempre maggiori, con inevitabile acquisto di peso e problemi ai denti.

I comportamenti acquisiti nei primissimi anni permangono poi da adulti: importante è quindi proporre nella dieta ordinaria cibi vari per un apporto nutrizionale equilibrato.

Inoltre i bambini sono attratti anche dalla forma e dal colore dei cibi…ma di questo parleremo nel prossimo articolo…

I recettori del gusto, contenuti nelle papille gustative di lingua e palato, catturano il sapore che attraverso lo stimolo nervoso viene poi trasmesso al cervello.

Per lo sviluppo del gusto sono determinanti:
– una componente genetica , che ci differenzia per la percezione maggiore di determinati gusti (c’è ad esempio chi è più sensibile all’amaro/dolce);
– la dieta della madre durante la gravidanza, quando le molecole passano il filtro placentare e vengono a contatto del feto attraverso il liquido amniotico;
– la dieta materna durante l’allattamento al seno;
– l’incontro con gli alimenti nello svezzamento, mediato dalle interazioni sociali, in cui il bambino impara come e cosa mangiare.

Quando un bambino non vuole mangiare alimenti nuovi il fenomeno è detto “neofobia”, e si sviluppa solitamente dopo i 15-18 mesi quando il piccolo cammina e mangia in maniera autonoma.

E’ un meccanismo innato, che ha permesso la sopravvivenza in ambienti ricchi di pericoli, preservando la salute del bambino. Pertanto, chi non ha fatto esperienza di determinati alimenti come i vegetali, nei primi due anni di vita, con un gusto amaro dato ad esempio dai polifenoli e flavonoidi, (contenuti anche nei cavoli, spinaci, cipolla, fagiolini, uva, prugne, fragole) tenderà a rifiutarli.

Il rifuto è inversamente proporzionale al numero di volte in cui si è offerto il cibo. Per superare la diffidenza si dovrebbe provare a offrire quel determinato cibo in piccole quantità almeno 7-8 volte, senza mai forzare il bambino, ma provare a fargli assaggiare gradualmente l’alimento.

Detto questo volevo augurare a  voi e ai vostri bimbi un gustoso nuovo anno!

Ilaria Cianfarani

Bibliografia:

Lo sviluppo del gusto nel bambino di Greco e Morini
-“Mangiando s’impara” di Margherita Guidetti- Psicologia contemporanea Luglio/Agosto 2011
-“De gustibus: l’influenza sociale nella costruzione dei repertori alimentari” di Guidetti e Cavazza- Psicologia sociale settembre-dic 2010

N.B.: In questo articolo  la dott.ssa Ilaria Cianfarani – laureata in psicologia dello sviluppo e della salute in età evolutiva, professionista che si occupa di puericultura e sostegno alla famiglia, nonché insegnante AIMI di massaggio infantile –  mette in luce l’importanza delle modalità con cui si alimenta un bambino sin dalla primissima infanzia, con un occhio attento anche al contesto nel quale si svolgono i pasti, per riuscire a creare un rapporto equilibrato con il cibo.


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