Scuola a casa e rapporti in famiglia

Mi è successo spesso, accennando al fatto che le mie bambine non siano scolarizzate (o prescolarizzate, insomma, che stiano a casa con me) che l’interlocutore mi chiedesse, con espressione visibilmente smarrita: “Ma non si annoiano? Ma cosa le fai fare tutto il giorno? Io con i miei figli non so mai cosa fare”.

E’ una perplessità che trovo molto indicativa.

Indicativa di una società in cui il tempo debba essere in qualche modo organizzato, riempito, eterodiretto. Il tempo di tutti, ad ogni età. Il tempo dei bambini, soprattutto, deve in qualche modo essere “riempito” di attività stimolanti, formative, educative, o, nei momenti di svago, di proposte già confezionate di intrattenimento.

E’ sicuramente vero che i bambini (e non solo loro!) abbiano diritto a vivere il loro tempo in modo significativo, stimolante, arricchente. Quello che non manca di stupirmi è la sfiducia nelle loro competenze in merito. Nelle loro, e in seconda battuta nelle proprie capacità di genitori di offrire loro questo tipo di tempo formativo e partecipato.

In realtà questa visione è coerente con la spinta sociale alla delega al professionista che imperversa già fin dalla gravidanza. Se è il ginecologo l’unico che può certificare il “corretto svolgimento” di ogni gravidanza, se è il pediatra l’unico a poter stabilire se un bambino cresce “abbastanza” (se non addirittura se il latte materno è abbastanza o “è buono”), la logica conseguenza è che sia assolutamente necessario anche un professionista (o più di uno, visto che anche le ore extrascolastiche sono comunemente impiegate in attività strutturate sotto la guida di un istruttore) che organizzi il tempo del bambino e stabilisca se “impara”.

Sull’onda di questa spinta alla delega, cui fa da cassa di risonanza l’imperativo del “socializzare con i pari” che induce i genitori a credere che il bisogno primario dei bambini sia passare quanto più tempo possibile con i coetanei, si crea facilmente uno stato di cose in cui la necessità di delega si autoalimenta, uno stato di cose in cui meno si sta insieme più e difficile essere a proprio agio stando insieme, e in cui il genitore, spinto a sentirsi incompetente riguardo ai propri stessi figli, finisce per vivere il tempo passato con loro con sensazioni di spaesamento, inadeguatezza, crescente disagio.

A corollario di questo, e coerentemente con questo, emerge il timore che qualora il genitore non deleghi funzioni comunemente delegate come l’istruzione ma se ne occupi in prima persona possa scaturirne un aumento della conflittualità familiare, e che dunque l’educazione parentale diventi essa stessa causa di scontro e in ultima analisi un fattore a detrazione del buon mantenimento di un legame di attaccamento sereno e funzionale.

In realtà questo può facilmente accadere se si interiorizzano all’interno della famiglia i modelli di cui sopra. Certamente se un genitore si proponesse di “fare l’insegnante” seguendo modalità direttive, l’home schooling potrebbe certo divenire occasione e causa di tensioni. A dirla tutta ciò accade anche con il semplice svolgimento dei compiti a casa, quando il genitore si sente chiamato ad agire come figura affine all’insegnante assumendone vicariamente l’autorità e la prescrittività.

Fortunatamente, credo che la stessa scelta dell’home schooling prenda le mosse da una visione assolutamente alternativa a questo stato di cose. Ad una diversa concezione del tempo condiviso, dell’apprendimento, del ruolo stesso del bambino in merito ad entrambi.

Jon Holt, il “padre” dell’home schooling, scrive nel suo “Teach Your Own”: “Non avete bisogno di sapere tutto per insegnare ai vostri figli. L’home schooling non è non deve essere come la scuola e il genitore non deve essere il classico insegnante. Potrete invece essere una guida, e accompagnare i vostri figli nelle loro ricerche ed esplorazioni, anche sugli argomenti che non conoscete. A volte hanno bisogno semplicemente di parlare, di scherzare, di giocare. A volte hanno bisogno di tenerezza, simpatia, conforto. La maggior parte del tempo hanno bisogno di far parte della vostra vita, o almeno di non venirne esclusi. Di frequentare alcuni dei posti nei quali andate voi, di vedere alcune delle cose che vi interessano, di conoscere alcuni dei vostri amici, di sapere cosa facevate da bambini, o prima che loro nascessero. Hanno bisogno di una risposta alle loro domande. Hanno bisogno che, se non conoscete la risposta, sappiate dire “non lo so”. (…) Hanno bisogno di avere qualche amico della loro età, non decine, ne bastano due o tre. (…) E soprattutto hanno bisogno di intimità, solitudine, calma, di momenti in cui non c’è niente da fare. Hanno bisogno di saper giocare cosi’ come hanno bisogno di saper leggere.”

L’home schooling non è certamente l’unica via percorribile per muoversi in una direzione che consenta ai propri figli di fare questo. Sarebbe sciocco voler dare anche la più pallida sensazione di decretare che chiunque non faccia home schooling non goda del tempo con i propri figli o non faccia in modo di mantenere vivo e attivo il legame di attaccamento con loro, o di crescere felicemente e in libertà.
Dato uno stesso obiettivo, i modi per conseguirlo sono molteplici. Ogni famiglia sceglierà il più consono per i suoi membri. Non esistono due famiglie uguali (nemmeno se fanno entrambe home schooling!). Non esiste (mai) una ricetta valida universalmente per tutti.

Ma l’home schooling però può facilmente inserirsi nell’ambito di una scelta orientata a questi obiettivi, può essere visto come una declinazione possibile del ritorno all’empowerment* relativo alla cura e all’educazione dei propri figli.
Empowerment che inizia proprio da una diversa visione del tempo insieme. Una visione che non contrapponga “qualità” e “quantità” (contrapposizione ormai così culturalmente diffusa da portare spesso a disconoscere la lampante evidenza del fatto che i momenti “di qualità” non si presentino a comando…), una visione che sottragga lo scorrere del tempo alla frenesia produttiva e lo restituisca alla sua godibilità.
E che restituisca al bambino, innanzitutto, il ruolo di artefice del suo proprio tempo e non di semplice “fruitore di contesti precostituiti, e con esso la dovuta fiducia nelle sue innate competenze, la più forte delle quali è la capacità di apprendere dal contesto che lo circonda e la selettività con cui è capace di individuare, nel contesto, gli stimoli più adatti a rispondere ai traguardi di apprendimento che di volta in volta si prefigge.

In quest’ottica, credo che la positività dell’influenza dell’home schooling sui rapporti familiari diventi lampante.

Un’educazione parentale incentrata anzitutto sull’ascolto e sulla libertà non può che approfondire e e mantenere un dialogo costante e profondo, un imparare insieme e gli uni dagli altri, in un clima che sicuramente facilita una connessione profonda tra i diversi membri della famiglia.

La stessa possibilità di crescere come soggetti artefici del proprio destino non può che aprire all’altro (all’altro in generale, non solo all’altro “più prossimo” con cui ci si relaziona all’interno del nucleo familiare), predisponendo a creare legami profondi col prossimo, a non accontentarsi di forme di socializzazione superficiali.
Ancora Jon Holt, nel già citato libro, descrive così il genitore “adatto” all’home schooling:

“I genitori che desiderano istruire personalmente i propri bambini dovrebbero: Innanzitutto, amare la loro compagnia, la loro presenza fisica, la loro energia, le loro sciocchezze, la loro passione. Devono apprezzarne la conversazione e le domande, ed essere felici nel cercare una risposta. Devono considerare i propri figli come degli amici, degli amici molto cari. Sentirsi felici quando li hanno vicini e sentirne la mancanza quando non ci sono. Devono avere fiducia in loro in quanto persone, rispettare la loro fragile dignità, trattarli con gentilezza, prenderli sul serio. Devono sentire nel proprio cuore lo stupore dei propri figli, la loro curiosità, il loro entusiasmo di fronte al mondo.”
Credo che niente più di questo possa garantire un clima familiare sereno, per tutti.
Un clima in cui non sia solo bello imparare, ma anche, e soprattutto vivere.
Del resto, le due cose sono strettamente imparentate.

Irene Malfatti

* Con il termine empowerment viene indicato un processo di crescita, sia dell’individuo sia del gruppo, basato sull’incremento della stima di sé, dell’autoefficacia e dell’autodeterminazione per far emergere risorse latenti e portare l’individuo ad appropriarsi consapevolmente del suo potenziale.


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  • Mi trovi pienamente d’accordo. 🙂

  • Babama

    Sono molto attratta dal l’homeschooling ma sono sola su questo (compagno e famiglia mi guardano come pazza), pochi amici, posto piccolo, figlio unico….insomma ho davvero paura che non possa funzionare solo quello….allora pensavo si potrebbe magari poche ore a scuola no tempo pieno e poi io a casa ma avrebbe senso?chiedo agli esperti grazie

    • Certamente la realtà e’ sempre fatta di sfumature.
      L’educazione parentale non è un dogma, qualcosa da sposare in toto, un “tutto o niente”.
      Ogni bambino fa (anche) educazione familiare.
      La fa nel momento in cui i suoi genitori e tutti colore che ama sono determinanti nel contribuire al suo bagaglio conoscitivo e personale.
      Per cui certo che ha senso prefiggersi di integrare l’insegnamento scolastico.
      Stabilito questo, ha però senso considerare che le modalità di apprendimento acquisite in un contesto scolastico sono molto diverse da quelle incentivate da un apprendimento “naturale”, e sono modalità “competitive”.
      La motivazione estrinseca all’apprendimento – premi, voti etc- inibisce la motivazione intrinseca, ad esempio (non è un esempio casuale, ne parleremo la prossima volta).
      La strutturazione disciplinare scolastica, basata su materie ognuna a se stante i cui programmi spesso procedono slegati, non incoraggia a stabilire connessioni tra saperi che possono emergere spontaneamente in un contesto di apprendimento più libero.
      Lo stesso fatto che la scuola si basi su trasmissione di contenuti astratti può portare il bambino a dimenticare (perché nei suoi primi anni ogni bambino è supremamente competente sul trarre insegnamenti, comprendere cause e astrarre regole dalla realtà concreta) come si apprende dalla concretezza delle cose.
      Non è facile insomma far coesistere una scolarizzazione tradizionale con una “strada diversa”.
      Vale sicuramente la pena provarci, questo di sicuro.

  • Cinzia Gurgone

    Quanto scrivi è molto interessante e mi trovi assolutamente d’accordo.
    Mio figlio frequenta il secondo anno di materna e prima di mandarcelo ci ho pensato tanto, perché non lo facevo a cuore leggero. Infatti mi sono scontrata con una realtà che non condivido in fatto di educazione. Ma, per quanto l’homeschooling mi attirasse moltissimo, non mi sentivo in grado di gestirla per tantissime ragioni.
    Il primo anno ha frequentato pochissimo, solo qualche ora e non tutti i giorni ed è stato un bene, perché una delle maestre non era degna di chiamarsi tale e mio figlio soffriva molto (io ho sofferto anche l’omertà degli altri genitori, ma è una storia lunga e questo non è il contesto giusto). Quest’anno quella maestra non c’è più ma da un punto di vista educativo non ci siamo. Mio figlio continua a frequentare poco, non fa il tempo pieno, non vuole e a me sta bene così. Ma quando senti un bambino che ti dice: “Ma perché mamma devo chiedere il permesso alle maestre per fare un determinato gioco, perché devo sempre fare tutto quello che dicono le maestre anche quando non voglio, perché devo fare la pipì insieme agli altri anche se non mi scappa” e quando scopri che lo mettono tutti i giorni in punizione e poi le stesse maestre ti dicono che “dovrebbe frequentare di più perché rispetto agli altri è piccolo” (nel senso che è disobbediente e cerca di opporsi alle “regole”), allora capisci che il tuo cuore di mamma aveva ragione.
    Se non fosse che non c’era più posto, quest’anno mio figlio starebbe frequentando una scuola Montessori e siamo in attesa che ci confermino l’iscrizione a partire dal prossimo anno, per puoi continuare li con la primaria. L’homeschooling resta sempre il mio sogno, ma penso che la scuola montessoriana possa rivelarsi una validissima alternativa. Libertà di apprendimento, niente voti, premi e punizioni. Ci spero tanto.