Scuola a casa, questione di pazienza?

Qualche settimana fa avevamo iniziato il (lungo, purtroppo le remore che frenano sono così tante…) discorso dei “vorrei fare home schooling ma non posso perché….” Ricordate?
Sembra che un altro grande “scoglio” su cui si incaglia la propensione all’home schooling sia la convinzione di non avere “abbastanza pazienza. Lo percepisco spesso parlando con altre mamme, non necessariamente di home schooling ma anche in generale… C’è la convinzione diffusa che per trascorrere con i propri figli molte ore al giorno (molte nel senso di “più di quanto non sarebbe possibile se andassero a scuola”) sia necessaria molta… pazienza, appunto.

Non so se qualcuno di voi ricorda, all’inizio dell’anno scolastico, una foto largamente condivisa su facebook: raffigurava, il primo giorno di scuola, due bambini molto imbronciati e una mamma che saltava dalla gioia. Al di là dell’ironia, il pensiero largamente diffuso è proprio questo: che la scuola familiare sia riservata ai genitori in odor di santità (mia figlia di 4 anni vi risponderebbe “proprio no, proprio!”). Deve essere una convinzione molto radicata, perché anche nel contest anglosassone sui “vorrei ma non posso” di oltremanica, di cui vi ho già raccontato la scorsa volta, le resistenze all’home schooling legate alla carenza di pazienza ricorrono in più e più partecipanti.

Parliamone, allora.

Innanzitutto, per pazienza si intende “sopportazione”? Di quella, va benissimo, a mio avviso, averne poca. Non è necessario, non è addirittura nemmeno auspicabile, che il tempo passato con qualcuno, e soprattutto con qualcuno con il quale c’è un legame così forte come un figlio, sia all’insegna della sopportazione. Non solo sarebbe sfibrante per il genitore, ma sarebbe altrettanto dannoso anche per il bambino, sia percepirsi “sopportato”, sia acquisire una concezione di amore secondo cui voler bene coincide con sopportazione illimitata e quindi, viceversa, aver presenti i propri limiti e chiedere che vengano rispettati sarebbe concepito come “disamore”.

Consentirci di provare tutte le emozioni è il primo modo di consentire al bambino a provare tutte le sue. Non è un male perdere la pazienza, non in assoluto. E’ un male perderla in modo lesivo per gli altri. E’ un male essere intolleranti, e perderla qualora ogni nostra aspettativa verso il bambino (legittima o meno che sia) venga disattesa.
Sotto questi aspetti però la scuola parentale aiuta molto gli “impazienti”. Intanto, condividere l’avventura dell’imparare permette il fiorire di una conoscenza profonda dei propri figli. Ci (nella prima persona plurale che sto usando includo tutti i genitori.

Ognuno di noi ha avuto esperienza di “educazione parentale” nei primi mesi di vita dei propri figli, ogni genitore ha avuto piena cognizione dei traguardi linguistici e motori del proprio bebè… Nell’home schooling questo tipo di partecipazione è solo… più “allargato”, nel tempo e nei vari campi di acquisizione di competenze) spalanca i loro percorsi logici, ci mette in condizione di vedere con i loro occhi e di poter valutare secondo le loro priorità, ci rende anche acutamente consci delle loro capacità e dei loro limiti, e questo ridimensiona molto le aspettative irrealistiche di cui si nutre “l’impazienza”.
Inoltre, che il tempo da passare insieme non sia quello residuale che resta dopo sei-otto ore di scuola, in qualche modo ci libera dal cappio del “tempo di qualità”. Intendiamoci: certo che facendo home schooling si intende offrire ai propri figli un tempo significativo e arricchente. Ma nessuno ci obbliga a condensarlo in poche ore. La qualità della relazione non dipende dalla concordia che riusciamo a mantenere a fine giornata, con l’ulteriore ostacolo del carico di interferenze emotive, di stanchezza e di energia repressa accumulata sui banchi.

Si ha più tempo. Anche per arrabbiarsi. Anche per fare pace. Non avremo la sensazione di “aver passato a sgridare il poco tempo in cui abbiamo visto i bambini”. E nemmeno quella di “aver sopportato di tutto per non rovinare il poco tempo che avevamo”.
L’home schooling offre più possibilità di agire per come ci sentiamo. La offre ai nostri figli (nelle modalità, tempi e contenuti di apprendimento, ma anche nella relazione, non imbrigliata nei formalismi delle regole di “condotta”) ma anche a noi.
L’home schooling, teniamolo sempre presente, è una scelta libertaria: libertà è essere “liberi tutti” (oggi linko a tutto spiano, guardate che bella la riflessione di questa mamma e scrittrice –homeschooler anche lei! ).
L’home schooling si basa altresì sull’assunto che un percorso di apprendimento naturale non possa prescindere da un forte legame tra soggetti coinvolti nell’apprendimento. Se uno dei due soggetti ha la sensazione di dover “sopportare” l’altro per molto del tempo che passano insieme, c’è bisogno di ristabilire, di risanare, la connessione tra i due. Connessione emotiva che consente di mettersi nei panni dell’altro, di vedere le sue ragioni, di non avere letture prevenute del suo comportamento (come dare per scontato che “lo fa per farmi impazzire!”), e connessione anche con se stessi, che ci permetta di scavare dietro le nostre “intolleranze” per distinguere i nostri limiti personali (sacrosanti) da quelli che ci sono stati inculcati e che ingabbiano noi per primi.
So che sembra fuori tema. Eppure, credo che non lo sia: un percorso di apprendimento autentico non può prescindere da un’educazione alle emozioni, e da lì a un’educazione (in senso etimologico di “tirar fuori”) dell’empatia. Un bambino che ha modo di imparare assieme ad un adulto capace di riconoscere e ascoltare le emozioni in circolo, proprie e altrui, sta già imparando molto. E questo è un vantaggio del contesto familiare rispetto a quello scolastico, dove, per la vastità strutturale del contesto stesso, le emozioni dei singoli alunni difficilmente avranno modo di emergere e di trovare accoglimento e ascolto senza che ne sia tralasciata nessuna, e dove anche l’insegnante, per una sorta di “imperativo categorico” che prescrive di tenere ben separate sfera privata e professionale, si sentirà tenuto ad accantonare e, almeno consapevolmente, a negare le sue emozioni.

E in questo modo anche malumori e impazienze saranno occasioni perse. E in questo modo si perderà l’occasione di imparare anche attraverso il conflitto. La scuola familiare ci lascia modo di cogliere tutti questi spunti. La “mancanza di pazienza” , che idealmente può frenarvi, potrebbe al contrario essere una risorsa. I bambini non imparano dalla nostra perfezione (starebbero freschi, altrimenti!), ma da come gestiamo le nostre imperfezioni.

C’è un’altra accezione del termine “pazienza”. Pazienza come antitesi alla fretta, come opposto dell’urgenza di poter confermare e attestare quanto hanno imparato. Pazienza come capacità di assecondare i loro tempi di apprendimento. Pazienza nel senso di agire secondo la “pedagogia della lumaca” (ma di Zavalloni parleremo più avanti… pazientate! ;D ).
Se non vi riconoscete questo tipo di pazienza, prima di tutto consolatevi: nemmeno la scuola ce l’ha. La scuola è strutturalmente impaziente. Ha dei tempi prestabiliti. Ha un programma predefinito. Ha moltissimi “passeggeri a bordo”, l’itinerario non può deviare troppo a seconda dei percorsi personali. Siete davvero più impazienti di così? Mi pare difficile.

Se davvero lo foste, probabilmente non sareste nemmeno consapevoli dell’importanza che ha il rispetto dei tempi e delle inclinazioni del singolo… e quindi difficilmente sareste tentati dall’istruzione parentale. Quindi, probabilmente siete meno impazienti di quanto non sarebbero costretti a essere, a prescindere dalla loro indole personale, gli insegnanti che vostro figlio avrebbe in un percorso scolastico tradizionale.
Ma ammettiamo pure che possiate essere un po’ “impazienti” di (far) imparare. Anche i bambini lo sono. Sono entusiasti e golosi di cose nuove. Solitamente non amano metterci troppo per capire “come funziona qualcosa” (anche qualcosa di astratto). Troppi tentativi frustrati li inducono a lasciar perdere. Se voi siete così… avete grandi risorse. Avete moltissime affinità di partenza.
Dovete fare un uso “cooperativo” dell’impazienza, rifuggire dall’approccio prescrittivo e non porvi in contrasto. Chiunque se si sente sotto pressione “chiude la mente”, diventa impermeabile ad ogni spiegazione.
Se indugiare troppo a lungo su un argomento ostico vi crea difficoltà potete agire di prevenzione e assecondare gli interessi del diretto interessato nella scelta dei contenuti (questo sarebbe consigliabile a prescindere) o comunque “agganciare” ogni concetto a qualcosa che lo appassiona (qualunque cosa può collegarsi a qualunque altra, e questo a tutto vantaggio della permanenza delle acquisizioni, che saranno tanto più profonde e durature quanto più saranno interiorizzate nel “magazzino mnemonico semantico – la memoria che si attiva quando qualcosa si lega a un evento significativo o a una narrazione per noi suggestiva), in modo da incentivare la partecipazione, e dunque la naturale facilità di apprendere, del vostro bambino.

Non forzatelo e non forzatevi a restare su un concetto più di quanto non desideriate, piuttosto riprendete l’argomento da un’altra angolazione, usate altri metodi, concedetevi di fare tutt’altro ma restate con le antenne attivate per cogliere ogni sorprendente collegamento con quanto stavate spiegando… o semplicemente lasciate modo al bambino di farlo.
Per quanto riguarda l’impazienza sui risultati, non abbiatene timore. Siamo tutti largamente esposti a precetti educativi basati sul concetto “ora o mai più”, fin dai primi attimi di vita del bambino (“o impara subito a dormire da solo o non lo farà mai più, o lo abitui subito a stare con tutti o non ci starà mai più…).

Cercate nella vostra esperienza genitoriale tutte le testimonianze che smentiscano questo timore. Ricordatevi di tutte le volte che il vostro bambino non ha imparato qualcosa “subito oppure mai più” ma esattamente, e senza sforzo, nel momento in cui per lui era tempo di impararlo. Nell’home schooling alle volte può sembrare di “non concludere”, “non aver fatto niente”, e può succedere di avvertire fretta di conferme, urgenza di prove del fatto che “ sta veramente imparando”.

E’ normale, e in una certa misura è certamente anche giusto desiderare avere un quadro della situazione. Assecondate la vostra impazienza, ma fatelo con mezzi che non la esasperino. Il miglior modo per non scoprire tutto quello che qualcuno sa, è farlo sentire sotto esame. Lo spiega efficacemente Jonh Holt: “Anche nel raro caso che il bambino non reagisca mettendosi sulle difensive, troppe domande gli fanno a un certo punto pensare che imparare non significa scoprire come funzionano le cose, ma dare delle risposte che piacciano ai grandi”.

Non chiedete risposte che vi piacciano. Cercate gli indicatori indiretti delle acquisizioni di cui desiderate conferma, lasciatele emergere spontaneamente in quelle occasioni in cui serviranno effettivamente, concretamente, a raggiungere uno scopo che il bambino stesso si è prefisso o che la situazione concreta suggerisce. Ancora Holt: “le cose che impariamo perché, per ragioni tutte nostre, abbiamo veramente bisogno di imparare, non le dimenticheremo mai”.
E infine, non applicate lo spauracchio del “subito o mai più” nemmeno a voi stessi. Se non siete pazienti oggi, non è detto che non lo diventerete. Se non lo siete in qualcosa, non è detto che non lo siate del tutto. Lasciatevi la possibilità di imparare, di stupirvi di voi stessi, di scoprire risorse fino ad oggi inespresse. In fondo il senso dell’home schooling è proprio questo!

La prossima settimana continueremo a parlare dei “vorrei ma non posso”, che, grazie anche ai suggerimenti che mi avete offerto con i vostri commenti, saranno incentrati sulla props. Nel frattempo, se vi va, raccontatemi: chi tra di voi è impaziente, e quali strategie usa per trasformare questa difficoltà in possibile risorsa, ai fini dell’apprendimento (ma non solo)?

A voi la parola!

Irene Malfatti


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