Mamma in gravidanza, fare spazio è così difficile?

I nove mesi di gravidanza, si sa, regalano momenti di sospensione e di nuove emozioni.

Accade che alla scoperta di aspettare un bimbo, mille e più pensieri ci balenano per la testa affollando i nostri emisferi di dubbi, paure e voglia di scoprire.

Succede anche che a molte di noi l’idea di rallentare i ritmi frenetici e spesso disfunzionali proprio non va, ecco perché alla scoperta della gravidanza continuiamo a viverci dicendo, a noi stesse e agli altri, che in fondo nulla è cambiato.

Illusione spesso effimera, altre volte più duratura che ci preclude, ahimè, quel tempo fisiologico e nutriente per “fare spazio”. E non parlo solo di uno spazio uterino, funzionale per accogliere la crescita del nostro bambino, ma di uno spazio che coinvolge mente e cuore, in uno scambio continuo che profuma di nuovo e di mai vissuto prima.
E allora come fare per sentirsi “comodi” in questa avventura che ci fa ri-nascere come donne, ci trasforma in mamme senza snaturare la nostra natura, rischiando poi di non riconoscerci? Ogni donna è portatrice sana di una diversità che rende il cammino verso la maternità un percorso unico e scarsamente replicabile perché racconta di noi, della nostra storia e delle nostre radici.
Ma ritorniamo allo spazio, quello psichico, che si apre per accogliere e contenere un miracolo così grande che necessita di un intero corpo fisico e psicologico per crescere, nascere e continuare a crescere.

Nei corsi di accompagnamento alla nascita e alla maternità che conduco, raccolgo quotidianamente storie di mamme che condividono il loro modo squisitamente soggettivo di “fare spazio”. E dai loro racconti colgo spesso la difficoltà a legittimarsi una maternità non sempre vissuta nelle modalità comunemente accettate da una società giudicante e spesso poco attenta.

Le mamme necessitano di un loro tempo, accogliente e morbido come il loro corpo, che gradualmente si trasforma per accogliere, in uno scambio che nutre e genera. E allora “fare spazio” diventa un momento consapevole e sostenuto perché accettato nelle sue funzionali differenze, e la mamma – libera di scegliere – può godere di questa trasformazione perché custode di competenze e di vita.

Cecilia Gioia


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