Il parto naturale vuole il giusto ambiente

La natura ha predisposto che il mammifero femmina in travaglio di parto potesse interrompere il processo che porta alla nascita qualora avvertisse un potenziale pericolo, per potersi mettere al sicuro e cercare un luogo ed un momento più favorevoli per dare alla luce il proprio cucciolo.

Si tratta di “sopravvivenza”!

Noi esseri umani, non dimentichiamolo, siamo dei mammiferi a tutti gli effetti, per quanto evoluti e razionali, e la natura ha predisposto i medesimi meccanismi anche per noi…

Vi siete mai chieste come mai quando arrivate in ospedale dopo aver trascorso parte del travaglio a casa vostra le contrazioni inspiegabilmente rallentano o momentaneamente si interrompono?

 
Oppure come mai in situazioni potenzialmente “stressanti” il travaglio stenti a procedere, la dilatazione non prosegua e le contrazioni diventino inefficaci?

L’ADRENALINA, ormone della fuga, è responsabile di questo meccanismo di difesa.

Nella fisiologia l’adrenalina viene secreta a picchi durante l’apice delle contrazioni, nella fase di dolore più forte proprio grazie al dolore. Questo picco è responsabile a propria volta della secrezione, sempre a picco, di ossitocina, precursori delle prostaglandine ed endorfine.

Ossitocina e prostaglandine sono responsabili del proseguimento del travaglio, poiché preparano e permettono la contrazione successiva in tutta la sua forza ed efficacia.
Le endorfine sono le nostre morfine naturali, perciò hanno azione analgesica.

Quando il travaglio procede secondo fisiologia, ogni picco di ormoni in corrispondenza dell’apice di una contrazione prepara la contrazione successiva e permette che il travaglio progredisca nel tempo, il tutto in maniera tale che la donna possa sopportare e gestire il dolore che avverte.

Quando intervengono delle fonti di “stress” l’adrenalina non viene più prodotta a picchi ma a valori basali alti che inibiscono la produzione di ossitocina, prostaglandine ed endorfine, in modo che il travaglio rallenti o si blocchi per evitare che il bambino nasca in una situazione potenzialmente “pericolosa”, stressante o negativa per lui e per la madre.

E’ il caso ad esempio di un ambiente poco familiare ed accogliente, estraneo o percepito come potenzialmente stressante.

Ecco cosa intendo per “ambiente”: non solamente un luogo fisico, ma qualcosa di molto più ampio…
– Una sala parto che sembra una sala operatoria: fredda, spoglia, sterile (anche l’arredamento gioca un ruolo importante per far percepire un luogo come accogliente e sicuro)..
– La presenza di troppe persone, specie di estranei.
– Persone che parlano tra di loro, di fatti loro.
– Una comunicazione scarsa e inefficace (il linguaggio medichese destabilizza e confonde, non viene compreso appieno e spesso viene avvertito come allarmante).
– Una porta aperta (e quindi poca intimità e privacy).
– Rumori disturbanti, chiacchiere.
– Un clima freddo (la dispersione di calore del corpo e i relativi meccanismi di compenso rappresentano un forte dispendio di energia per il corpo…Energia che in quel momento dovrebbe essere impiegata per il travaglio…).
– Scarsa preparazione alla nascita, carenza di informazione e di consapevolezza.
– Atteggiamento di delega e passività.
– Mancanza di informazioni chiare e comprensibili riguardo la propria situazione e il benessere proprio e del nascituro.
– Eccessiva medicalizzazione, specie se non necessaria e se non giustificata o compresa adeguatamente: troppe visite vaginali, uso eccessivo del monitoraggio, uso di farmaci per incrementare le contrazioni, posizione obbligata a letto, manovre o farmaci per accelerare il travaglio e la dilatazione…
– Mancanza di appoggio e sostegno, non solo fisico inteso come consigli sull’uso di una posizione o un movimento o sull’applicazione di un particolare rimedio, ma anche emozionale, sensazione di abbandono.
– Atteggiamento di eccessiva imposizione da parte del personale sanitario.
– Impossibilità di movimento e posizioni libere, impossibilità di scelta….

Quante volte capita di trovarsi in situazioni simili?
Quante di noi si sono sentite in balia degli eventi piuttosto che protagoniste attive del proprio parto?

Se il nostro corpo o la nostra mente percepisce come stressante la situazione o l’ambiente in cui si trascorre il travaglio, inevitabilmente le contrazioni rallentano o divengono inefficaci e la dilatazione si arresta, anche se il dolore permane e aumenta…

La contrazione ha un andamento particolare, ad onde: aumenta gradualmente partendo da una situazione di totale rilasciamento del muscolo uterino fino ad un picco di massima contrazione per poi ridiscendere dolcemente ad una nuova situazione di rilasciamento.

Ciò permette di sopportare e gestire il dolore poiché esso arriva poco alla volta ed ha un picco della durata di pochissimi secondi per poi piano piano sparire. Nella pausa tra un’onda e l’altra siamo messe nella condizione di non avvertire nessun dolore e ricaricarci e riposarci preparandoci alla contrazione successiva.

Se il dolore fosse percepito costantemente a livelli simili a quelli del picco, probabilmente l’organismo umano non sarebbe in grado di reggere un intero travaglio.

Per sfruttare appieno la pausa tra una contrazione e l’altra è fondamentale riuscire a rilassarsi, sia fisicamente rilasciando ogni tensione muscolare, sia mentalmente lasciando vagare libera la nostra mente….A volte è anche possibile lasciarsi andare al sonno!
Per fare ciò è necessario un ambiente favorente (provate ad immaginare di dormire mentre altri parlano a voce alta vicino a voi o vi inviano messaggi allarmanti…)!!

La natura fortunatamente ci ha fornito l’equipaggiamento giusto per cavalcare queste onde piuttosto che venirne travolte. Ciascuna donna ha in se questo equipaggiamento, nessuna esclusa!

L’hanno chiamato “Teoria del cancello”.

In breve, dall’utero si dipartono solamente fibre nervose che trasportano sensazioni di dolore al cervello, alcune fibre trasmettono gli impulsi più lentamente e altre più rapidamente.
Inizialmente trasmettono solamente le fibre a conduzione più lenta, ma col progredire delle contrazioni si attivano anche quelle a conduzione più rapida che, portando lo stimolo al cervello prima delle altre, attivano un preciso meccanismo (cancello) che chiude parzialmente l’entrata dello stimolo doloroso proveniente da esse, facendo sì che il dolore aumenti gradualmente nel corso del travaglio.
Queste fibre si attivano, inattivano e riattivano nel corso di tutto il travaglio, permettendo un graduale adattamento dell’organismo materno all’aumentare del dolore: il dolore percepito ad inizio travaglio non è lo stesso di quello percepito a dilatazione completa…
Le stesse fibre a conduzione più rapida trasmettono anche stimoli diversi dal dolore: caldo, freddo, sfioramento, tatto…
Perciò se non sfruttiamo tali stimoli possiamo chiudere il cancello e alleviare la sensazione dolorosa: un impacco caldo alternato ad uno freddo, un massaggio, una carezza, la digitopressione, la riflessologia, la TENS, la vasca di acqua calda, il canto….

Come vedete l’equipaggiamento è valido, basta conoscerlo per poterne sfruttare le potenzialità!

Riappropriamoci del nostro corpo e delle nostre risorse endogene. Non deleghiamo a nessun altro ciò che compete solo noi, perché tutte sappiamo partorire: fa parte del nostro dna, siamo programmate per poterlo fare e per potercela fare!

Emanuela Rocca


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  • Nicoletta

    È verissimo, ce la possiamo fare!! Io ho provato entrambe le esperienze. Il parto della mia prima bambina è avvenuto con tutti gli elementi elencati, compresa soprattutto la mia totale impreparazione (nonostante avessi seguito il corso organizzato dalla Asl e tenuto dalle ostetriche dell’ospedale!!). E’ stata un’esperienza traumatica che mi ha causato depressione e difficoltà nel rapporto con la bambina e con mio marito. Per fortuna ho incontrato una ginecologa stupenda che mi ha ascoltata e mi ha spiegato tutte le cose scritte nell’articolo, mandandomi poi da un’altra persona stupenda che mi ha aiutata a far pace con me stessa (io mi sentivo in colpa e soprattutto violata). Così ho deciso di avere un altro bambino e questa volta mi sono preparata seguendo un corso pre-parto serio, facendo yoga e soprattutto scegliendo di farmi seguire da un’ostetrica…e cambiando ospedale ovviamente!! Tutta un’altra esperienza. Durante il travaglio sono rimasta a casa e l’ostetrica e mio marito mi sono stati semplicemente vicini, aiutandomi con qualche massaggio. Riuscivo davvero a dormire fra una contrazione e l’altra quando erano ogni 10 minuti!! È stato bellissimo, una dimensione spirituale che ancora mi porto dentro. Poi il trasferimento in ospedale, lì ho avuto paura e i fantasmi del passato si sono ripresentati, ma grazie al sostegno dei miei due pilastri (marito e ostetrica), ho superato anche quella. Ho avuto la fortuna di partorire in acqua, con luci soffuse e la musica che avevo ascoltato durante la gravidanza!! Ho sentito la potenza del mio corpo, la mia competenza e quella del mio bambino, eravamo in sintonia e lavoravamo insieme perché lui potesse uscire da me! Appena nato mi è stato dato in braccio e l’ho tenuto tanto…altro che vederselo portare via subito, quello è proprio un trauma! Per due ore siamo stati vicini e lui ha poppato beatamente. Ho sentito il suo pianto solo dopo, quando lo hanno preso per lavarlo e visitarlo, fino ad allora era proprio beato!! È stata l’esperienza più bella della mia vita! Non è solo una questione di bellezza, ma anche di benessere, perché posso confermare che l’attaccamento è maggiore, si è più in sintonia, più sicure di sé e più pronte a rispondere ai bisogni del cucciolo. Spero che una nascita così possa essere un giorno garantita a tutte le donne e a tutti i bambini!