Scuola a casa ed eccesso di presenza e protezione

Ho l’impressione che, di tutte le possibili critiche che un genitore può sentirsi rivolgere (e sono tante!) le più acerrime siano quelle riguardanti la sua “troppa presenza”.

Questo non riguarda in realtà specificamente l’home schooling, sono anzi critiche che riguardano principalmente l’attachment parenting, gli atteggiamenti educativi verso neonati e bambini nei loro primi anni di vita, quando la questione scolarizzazione non dovrebbe essere ancora sollevata, ma che di riflesso investono anche la dimensione dell’educazione parentale…Del resto se già nei primi mesi di vita “troppa presenza” del genitore viene giudicata deleteria, figurarsi più avanti….
Nell’immaginario comune l’home schooling viene metaforizzato come “nido”, come “cova”, come “incubatrice”. Un luogo protetto, forse troppo caldo, forse troppo stretto, in cui si viene trattenuti in virtù di valori come protezione (sottinteso “eccessiva”) e sicurezza, a discapito della possibilità di lanciarsi in liberi voli.
E’ un’immagine che mi suscita un profondo malessere, e una buona dose di ribellione a fronte di quella che avverto come un palese distorcimento della realtà dei fatti.
In primo luogo, vale sempre la pena ricordare che “esistono tanti home schooling quante sono le famiglie che li praticano”. Parlarne come se fossero un fronte compatto, omogeneo, come se tutti i genitori home schoolers agissero secondo gli stessi proponimenti, con gli stessi metodi, in virtù di un ideale monolitico e condiviso…. Beh, significa non avere assolutamente chiara la strutturale specificità di un percorso di apprendimento descolarizzato.
E’ pur vero che facendo home schooling il tempo passato “in famiglia” è molto. Non è tutto il tempo, non è sempre, e del resto in una modalità in cui gli ambiti esistenziali non sono schematicamente separati (scolastico, extrascolastico, familiare, extrafamiliare…) il tempo in famiglia non è affatto da intendersi come “tempo passato soltanto con i familiari”.

Ma, si potrebbe obiettare, resta comunque “molto tempo”. Quanto meno, molto più della “media”. Quindi viene definito “troppo”. Al di là dell’ovvia puntualizzazione del fatto che ciò che viene ritenuto “normale” non è necessariamente giusto, sano o naturale, resta da indagare questo supposto “troppo”.

E’ curioso che il contesto prescolastico (e non solo, anche oltre, se non nella pedagogia tradizionale, sicuramente in pedagogie più attente alla naturalità dello sviluppo del bambino, come la pedagogia waldorf) venga organizzato il più possibile in aperta mimesi rispetto alla realtà familiare (gli asili montessoriani e quelli steineriani fanno dei loro punti di forza proprio la ri-creazione di un ambiente similfamiliare in cui il bambino possa essere coinvolto in attività quotidiane ed esprimere così la sua naturale propensione all’imitazione) e al contempo si demonizzi “l’eccesso” di tempo trascorso in famiglia.

Come è possibile che la copia sia benefica, se il modello è nocivo? Cosa significa un genitore “troppo presente”? Si intende ingombrante, invadente, limitante? Queste sono però caratteristiche piuttosto slegate dalla quantità del tempo in cui il genitore è presente. Riguardano piuttosto il “come”.
Un clima familiare improntato all’ascolto e al rispetto non soffre di “eccessi”. Non si riportano danni per essere troppo ascoltati, troppo rispettati. E nemmeno “troppo” amati, se l’amore non si sostanzia in possesso, se riconosce l’altro nella sua reale alterità e si pone con lui in un rapporto autenticamente dialogico in cui “Io e Tu sono due esseri sovrani, l’uno non cerca di condizionare l’altro né di utilizzarlo” (Martin Buber).

Se questo non avviene non è la quantità del tempo a migliorare le cose… E anzi “l’oggettizzazione dell’Altro” viene facilitata dal ritmo frenetico, dal tempo stringente, che non permette l’instaurarsi di un autentico incontro.
Quando si parla di “troppo” il discorso dovrebbe sempre vertere sulla qualità, e slegarsi dalla quantità. Non c’è una dose raccomandata di genitorialità sicura da prescrivere al bisogno.
Si inserisce qui l’accusa al genitore di “non lasciare andare il bambino”. Di “volerselo godere per egoismo”. Tanti inserimenti scolastici sembrano basarsi sull’assunto che se tutti stanno bene c’è qualcosa che non va. Se un bambino sta bene con la mamma, e lei con lui, se non dovendo necessariamente lasciarsi non desirano lasciarsi, questo viene definito “morboso”. E’ il mito del sacrificio: perché un’esperienza sia formativa deve prevedere uno sforzo. Se non c’è uno strappo “non si lascia andare”.
Ma accompagnare a scuola, “lasciare a scuola”, non necessariamente è “lasciar andare”. Stando al principio che “il solo bisogno superato è quello soddisfatto” è piuttosto vero il contrario: non è la precocità con cui si sospinge un bambino al distacco forzato a renderlo autonomo e indipendente. L’indipendenza autentica non può prescindere dalla libera scelta.

Quanto più è sicura la base di partenza, tanto più fiducioso sarà il lanciarsi in volo, per riprendere la metafora iniziale. Volo che per definizione necessita di un cielo da esplorare, non di un altro nido-aula in cui la durata della permanenza sia prefissata.
Se per invadente e limitante si intende un modello di genitore “elicottero”, eccessivamente direttivo, eccessivamente sorvegliante, molto focalizzato sullo stabilire e mantenere dei limiti… questa è una descrizione poco compatibile con la pratica dell’home schooling.

Se l’obiettivo è avere diretto controllo su contenuti e tempi degli apprendimenti, e promuovere l’osservanza di regole prestabilite, la scolarizzazione è una validissima alleata. Propendere per un apprendimento naturale, scandito dai tempi del bambino e sostanziato dalle sue passioni e inclinazioni esclude il controllo direttivo. Per poter facilitare il bambino nella sua autonomia il genitore deve affiancarlo, più spesso seguirlo, non può frapporre la distanza necessaria al monitorarlo dall’alto.

Un bambino non scolarizzato è per forza di cose molto meno controllato di un coetaneo scolarizzato, e questo è legato a esigenze strutturali del contesto scolastico, assenti nei contesti di apprendimento non istituzionali.

Dalla costola del mito del “controllo” nasce l’accusa di dogmatismo, di rischio di uniformità valoriale. Il bambino “non confrontandosi con altri sistemi di valori” (con cui si confronta, in realtà, gli universi valoriali con cui integrare i valori trasmessi in famiglia possono essere molteplici, tanti quante sono le persone con cui il bambino instaura rapporti significativi) assorbirebbe automaticamente e acriticamente i valori familiari. Sarebbe “indottrinato”.

E’ un’obiezione complessa. Smontarla necessita di una lettura a più livelli. Innanzitutto, una certa trasmissione valoriale tra genitori e figli è inevitabile e anzi auspicabile. Ogni genitore si propone di trasmettere valori alla propria progenie.

Nel nostro Paese è data per scontata la trasmissione di valori religiosi già alla nascita: nessuno si indigna durante un battesimo perché si sta “indottrinando” un neonato. E non lo si sta facendo, infatti. La proposta dei propri valori non è indottrinamento. E’ una risorsa che i genitori, doverosamente e inevitabilmente (impossibile non essere modelli per i propri figli, anche in assenza – e forse maggiormente in assenza – di proclami espliciti, mutuano naturalmente i nostri valori dal nostro comportamento) pongono a disposizione dei propri bambini.

Ciò che rende la proposta tale e la qualifica diversamente dall’indottrinamento è la possibilità offerta al bambino di dissentire. Difficile affidare la promozione di questa possibilità all’universo scolastico, in cui il dissenso spesso si imparenta alla sanzione disciplinare.

Consideriamo anche che la trasmissione valoriale avviene tra coloro con cui si istaurano rapporti affettivamente “attivi”. In un contesto, come quello scolastico, in cui il rapporto numerico tra adulti e bambini sia tanto sbilanciato e in cui le figure di attaccamento siano soprattutto rappresentate da coetanei, può accadere che “l’orientamento ai coetanei induca ad apprendere solo tramite l’attaccamento”. Cito Neufeld e Matè (I vostri figli hanno bisogno di voi): “Gli studenti che apprendono sulla base dell’attaccamento (…) sono molto predisposti ad apprendere per imitazione, seguendo un modello, memorizzando e prendendo spunto da qualcuno. Desiderano essere all’altezza e saranno motivati al lavoro per l’approvazione, il riconoscimento e lo status che ne derivano. Il problema sorge quando tale attaccamento è verso i coetanei anziché verso figure adulte di riferimento”.

Andrei oltre: il problema non è solo quello, anche se oggettivamente la mutualizzazione di valori dai pari (che, per altro,  segue per spesso dinamiche di inclusione/esclusione dal gruppo in cui il senso critico non può inserirsi) presenta rischi.

Il problema è interiorizzare dei valori per compiacere e ricevere approvazione. E’ certamente sconsigliabile che questo avvenga ovunque, in famiglia non meno che a scuola. Ma la scuola – con il suo maestro unico per i 5 lunghi anni di primarie, con il sistema di valutazione che spesso sconfina dal “sapere” all’essere – è un contesto privilegiato all’emergere di una trasmissione di valori di questo tipo. Così palesemente opposta a un reale pluralismo.

Un’ultima accusa (ultima tra quelle di cui discuteremo…Le fantasie di colpevolizzazione non hanno limiti) riguarda la presunta rimozione della difficoltà intrinseca all’home schooling. Il genitore “spianerebbe la strada”, “impedirebbe al bambino di misurarsi con traguardi adeguati”, “abbassando l’asticella delle prestazioni verrebbe meno il valore formativo della frustrazione e del suo superamento”.

Io non sono una grande fan della frustrazione come risorsa educativa (o meglio, non credo alla frustrazione artificialmente determinata, credo che quelle naturali – e inevitabili – bastino ampiamente da sole). Ma seppure così fosse, siamo sicuri che un bambino non scolarizzato abbia “vita più facile”?

Gli sono risparmiate le difficoltà connesse all’adattamento all’ambiente scolastico (ambiente a cui non è da darsi per scontato che sia positivo adeguarsi, ambiente al quale, per adeguarsi, istinti sani come quello del movimento debbono necessariamente essere inibiti).

Non gli vengono però minimamente scontate – al contrario rispetto al coetaneo scolarizzato – quelle difficoltà legate all’autodeterminazione. Non trova un curriculum pronto a stabilire i suoi passi e la sua meta. Non trova criteri valutativi standard il cui raggiungimento lo rassicurerà. Ha la possibilità – e la responsabilità (per quanto certamente condivisa) – di diventare se stesso.
Rispondiamo da adulti: è davvero così facile?

Irene Malfatti


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  • Elena

    Ricordo un episodio della mia vita scolastica: verifica di geografia, scuola elementare: SUFFICIENTE scritto a caratteri cubitali in rosso. Vado a casa facendo i salti di gioia….l’ignoranza in quel momento mi ha salvato!! Mica sapevo cosa volesse dire SUFFICIENTE….era lungo quasi come BRAVISSIMA e per me era un sinonimo!! Fatto sta che, per come sono fatta, se avessi saputo la realtà, mi sarei demolarizzata!

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