Il bambino che legge da piccolo avrà più successo?

…Nel 1981, David Elkind, professore alla Tufts University, psicologo esperto dell’età evolutiva, scrisse un libro intitolato The Hurried Child, lamentando le ripercussioni di una spinta forzata e prematura verso l’età adulta esercitata dai genitori sui figli. All’epoca, la sua era ancora una voce isolata, ma il messaggio dimostrò una notevole forza trainante e il libro divenne un bestseller.

Tuttavia, quando nel 2006 fu pubblicata una nuova edizione che ne celebrava il venticinquesimo anniversario, Elkind diede uno sguardo al paesaggio circostante e decise che, per molti aspetti, le cose erano andate persino peggio di quanto avesse descritto nel libro.
Il desiderio dei genitori della borghesia abbiente di aiutare i propri figli a farsi strada è comprensibile. Sono noti a tutti i pronostici secondo cui, nell’economia recessiva e delocalizzata di domani, i nostri figli potrebbero essere la prima generazione di americani in condizioni economiche peggiori rispetto ai genitori. E in questa grande vasca d’angoscia, sono stati versati altri due ingredienti, che ancor di più hanno contribuito all’innalzamento della temperatura.

Primi, gli sviluppi nella ricerca scientifica sul cervello, che hanno offerto indizi allettanti sulla meravigliosa magia che è all’opera nella materia grigia dei nostri bambini. Seconde, le forze di mercato che hanno sfruttato tali indizi utilizzandoli per vendere miliardi di dollari di giochi e programmi educativi, spesso vantando affermazioni che si spingevano ben oltre le conclusioni cui erano giunti gli scienziati che avevano effettuato la ricerca originaria.
A motivo di tutta quest’ansia, nonché della patina di scienza “esatta” che rivestiva il nascente campo della ricerca sul cervello umano, molti genitori hanno fatto proprie affermazioni supportate da una quantità infima e inadeguata di dati, ignorando decenni di solida ricerca in campo cognitivo e comportamentale, ben dimostrata ma all’apparenza poco “esatta”, le cui scoperte si sarebbero rivelate assai più utili e istruttive.

Si consideri uno studio dell’Università di Washington, pubblicato ad agosto (2007 ndt), che valutava l’impatto sullo sviluppo del linguaggio di dvd educativi, ispirati alla “scienza del cervello”, come la serie dei famosissimi Baby Einstein. Ebbene, i ricercatori scoprirono che nella fascia d’età fra gli 8 e i 16 mesi, ogni ora al giorno trascorsa davanti a questi video si traduceva in un 17% in meno nell’acquisizione di nuovo vocabolario.

Eppure, milioni di genitori hanno istupidito i loro piccoli di fronte alla tv, davanti a sequenze di forme fluttuanti e suoni tedeschi, tutto nella convinzione che stessero espandendo le abilità intellettive della loro preziosa prole. Senza considerare che, persino nell’area della ricerca scientifica sul cervello, uno degli studi più attuali e interessanti suggerisce che gli adolescenti più brillanti, di fatto, abbiano avuto il loro periodo di maggior sviluppo cerebrale molto più tardi rispetto ai bambini con intelligenza media. Ne riparleremo più avanti, per ora basti la massima da adesivo: Ridono bene gli studenti che ridono ultimi!!
È fine agosto (2007 ndt), e il 76enne Elkind, capelli bianchi a punta, cammina per il campus della Tufts University. È la giornata di orientamento delle matricole e il posto è affollato di genitori che aiutano i propri ragazzi a trascinare bauli nei dormitori. Questo giorno rappresenta il punto d’arrivo di ciò che molti di loro hanno sognato, e in alcuni casi per cui hanno brigato, sin da quando questi ragazzi erano all’asilo: ossia l’ammissione a un college prestigioso.

Ma l’umore di Elkind è affatto diverso. Dopo aver insegnato al Tufts per 29 anni, è appena andato in pensione. Dice di aver voluto lasciare quando ancora “aveva tutte le rotelle a posto”, ma anche, aggiunge, “non c’era più gusto”. Era stanco di studenti che hanno adottato le tattiche dei loro genitori, ritraendosi di fronte alle critiche e cercando di influenzarlo per gonfiare i voti, a volte persino assicurandosi l’intervento dei genitori stessi.

Sostiene che se questi genitori si concedessero il lusso di non preoccuparsi più per le lettere di ammissione al college quando i figli siedono ancora sul seggiolone, tutti starebbero molto meglio. Persino la giustificazione che spinge a gettare i bambini nella competizione così presto, quella di migliorare il loro futuro economico in un’epoca di grande incertezza, gli sembra priva di fondamento.

Coloro che con più probabilità avranno successo nell’economia di domani, fondata sul capitale delle conoscenze e delle competenze, non saranno anime stanche costrette sin dalla più tenera età a destreggiarsi nel memorizzare nozioni, quanto piuttosto persone creative, capaci di risolvere i problemi e avere un pensiero indipendente.
La pensione ha concesso a Elkind più tempo da dedicare al suo orto, e per tutta l’estate l’ha curato con dedizione, lo dimostra il suo incarnato colorito. E persino nelle sue piante di pomodoro ha trovato echi del messaggio che ha divulgato per gran parte della sua vita professionale: “Un giardiniere non può affrettare la maturazione dei pomodori!”.
Basta trascorrere abbastanza tempo nelle preschool (materna dai 3 ai 4/5 anni circa, ndt) delle zone residenziali per non poter fare a meno di ascoltare questo o quel genitore che si produce in una vanteria mascherata da lamento a proposito dell’impossibilità di far giungere abbastanza in fretta i libri che servono ai loro avidi piccoli lettori di 3 o 4 anni!

Di fatto, è probabile che non ci sia proprio niente di cui vantarsi. I ricercatori che per anni sono stati immersi nella lettura di studi scientifici, affermano che solo una minuscola percentuale di bambini, forse il 3%, più o meno, possono essere classificati come veri lettori precoci. Questi piccoli lettori di 3 o 4 anni comprendono la relazione fra lettere e suoni e il contesto in cui si trovano, ed è probabile che manterranno il loro passo accelerato anche negli anni futuri del loro percorso scolastico.

Ottimo per loro; leggere è la porta d’accesso a molto dell’apprendimento importante nella vita, perciò qualche anno in più non potrà nuocergli.

D’altro canto, la maggior parte di tutti gli altri lettori precoci, che suscitano sorrisi di soddisfazione sui volti dei loro genitori, non leggono affatto. Sono solo la mera dimostrazione che è possibile memorizzare una gran mole di parole attraverso la vista. Anziché comprendere i diversi suoni e i segmenti che compongono la parola GATTO, e capire che ogni lettera ha il suo nome e il suo suono o gruppo di suoni, questi bambini, come i nostri antenati, lo vedono solo come un simbolo da associare al felino peloso. Se si cambia la prima lettera con una F, è probabile che continuino a pensare ancora al felino, almeno finché non avranno memorizzato la nuova parola. Gli studi hanno dimostrato che i progressi nella lettura precoce in questi bambini di solito svaniscono pochi anni dopo.
Se i genitori, o i professionisti ingaggiati da loro, vogliono investire del tempo per inculcare nei bambini l’apprendimento rapido della lettura, anche se vedranno sparire tale primato più in là negli anni, cosa può esserci di male se non una perdita del proprio tempo? Eppure le cose non stanno così.
Tanto per cominciare, si consideri l’impatto delle aspettative accademiche sull’esperienza della materna. La psicologa Kathy Hirsh-Pasek della Temple University e due sue colleghe hanno confrontato bambini che frequentavano preschool orientate ai risultati accademici con altri che frequentavano preschool orientate all’aspetto sociale. A 5 anni, i bambini del gruppo “accademico” conoscevano più numeri e lettere dei loro coetanei nel gruppo “sociale”, ma queste conquiste svanirono più o meno in prima elementare. Inoltre, i bambini del gruppo “accademico” sembravano meno entusiasti e meno creativi in fatto di apprendimento.
Quando frequentavo il kindergarten (materna preparatoria alla prima elementare, dai 4/5 anni ai 6 circa, ndt), ci si aspettava che imparassi a giocare con gli altri bambini e che prendessi confidenza con l’alfabeto grazie a delle lettere gonfiabili (ricordo ancora che la Signora “A” diceva “Ahi!” tutto il tempo e il Signor “V” aveva un bel vestito di velluto viola).

Ma il concetto odierno della tipica preparazione che ci si aspetta dall’ultimo anno della scuola materna è ben più rigoroso. Parte di questo cambiamento nelle aspettative ha a che fare con le pressioni esterne esercitate dagli standard federali e dei singoli Stati, nonché dal regime di controllo dei test. Tuttavia, tendo a credere che in parte sia dovuto alle aspettative dei genitori. Se questi hanno speso soldi e tempo per istruire i figli prima che inizino il percorso formale scolastico, non saranno certo contenti di vedere che al Kindergarten imparano le stesse cose.

E che dire, invece, dei bambini che non hanno avuto lo stesso arricchimento didattico? In alcune comunità, è facile vedere genitori che fanno restare i figli un anno di più alla preschool, soprattutto se sono maschi, per permettere loro di poter sostenere meglio gli standard più rigidi del kindergarten. Ma in questo modo, con più bambini che entrano al kindergarten un anno dopo i loro coetanei, la tendenza potrebbe essere proprio quella di creare aspettative sempre maggiori per tutti.
Uno studio ormai classico degli anni Trenta, condotto dal noto ricercatore e educatore dell’Illinois, Carleton Washburne, mise a confronto le traiettorie di bambini che avevano iniziato a leggere a età diverse, fino a 7. Washburne concluse che, in generale, l’età migliore per imparare a leggere è attorno ai 6 anni. Tra la fine delle elementari e il periodo delle medie non trovò differenze apprezzabili nei livelli di lettura fra chi aveva iniziato presto a leggere e chi lo aveva fatto più tardi, se non per il fatto che i lettori precoci sembravano meno motivati e meno entusiasti nel leggere.

Anche ricerche più recenti sollevano dubbi sulla precocizzazione della lettura. Uno studio transculturale, condotto su bambini europei e pubblicato nel 2003 dal British Journal of Psychology, rivelò che i bambini a cui era stato insegnato a leggere a 5 anni avevano più problemi di lettura di quelli che avevano imparato a 7. La scoperta confermò quanto affermato in un reportage del 1997 in cui si criticava il modello britannico che spingeva alla lettura precoce.
Cosa ci dice tutto questo? Nel suo nuovo e interessantissimo libro Proust and the Squid: The story and Science of reading brain, Maryanne Wolf offre alcune risposte. La vera lettura richiede l’integrazione di funzioni complesse che appartengono a aree diverse del cervello – visiva, uditiva, linguistica e concettuale – e ha bisogno di tempo. La velocità alla quale queste diverse regioni possono essere integrate dipende dal processo di mielinizzazione, nel quale gli assoni dei neuroni (prolungamento a coda del neurone che conduce il segnale alle altre cellule ndt) si rivestono di una guaina spessa che permette l’effettiva trasmissione neuronale.

Perché queste regioni cerebrali possano interagire in modo efficiente è necessario che un neurone parli con l’altro in rapida successione, e perché ciò avvenga nel modo migliore, gli assoni hanno bisogno di molta mielina. Il tasso di mielinizzazione può variare, ma la Wolf afferma che di solito queste regioni cruciali del cervello completano il rivestimento mielinico in un’età compresa fra i 5 e i 7 anni, con i maschi che si trovano con più probabilità verso il limite superiore.
Questo spiega perché molti bambini possono destreggiarsi con alcuni aspetti della lettura, come quello visivo, già da molto piccoli. Gli altri aspetti, però, come la consapevolezza fonemica (l’idea che una parola sia composta da suoni discreti), di solito richiedono più tempo per essere assimilati. La Wolf, neuroscienziato cognitivo e professoressa dell’età evolutiva alla Tufts, racconta che un suo collega una volta chiese a un bambino del kindergarten quale fosse il primo suono della parola “gatto”, e questi si animò tutto e rispose: “Miao!”.
“Vi sono davvero delle buone ragioni per cui, nel resto del mondo, non si impara a leggere prima dei 5 – 7 anni”, afferma la Wolf. “In alcuni Paesi, come in Austria, non si insegna a leggere fino a 7 anni”. E, per quanto possa valere, l’ Austria ha un tasso pro capite di premi Nobel ben più alto di quello del Giappone, la terra che ha inventato Junior Kumon (programma di apprendimento precoce per bambini dai 3 ai 5 anni ndt).
Dopo aver passato in rassegna la letteratura scientifica disponibile, la Wolf conclude così il suo libro: “Molti sforzi per insegnare a leggere prima dei 4 o 5 anni sono precipitosi e affrettati da un punto di vista biologico e potenzialmente controproducenti per molti bambini”. Secondo la professoressa, il pericolo nell’affrettare la lettura è quello di chiedere al cervello di molti di questi bambini di fare qualcosa per cui non è ancora pronto; “Si corre il rischio di far sentire il bambino un fallimento prima ancora di iniziare”. E mentre le conquiste dovute a una lettura precoce possono svanire, il danno prodotto dall’etichetta di “bambino lento” nei primi anni di vita rischia di essere permanente.
Eppure, non abbiamo tutti sentito parlare dei “periodi sensibili”, dalla nascita ai 3 anni e dai 3 anni ai 6, in cui il cervello umano si accresce alla massima velocità e ha la plasticità maggiore, nonché la migliore capacità di apprendere nuove abilità? Quando si tratta di imparare una lingua straniera, sappiamo tutti che un bambino di 3 anni sarà sempre migliore di un adulto di 43. Non ne consegue, forse, che anche altre abilità legate all’apprendimento saranno più vive quanto più si è piccoli?
Di nuovo, le cose non stanno proprio così. Non v’è dubbio che se si desidera che il proprio figlio sia bilingue o trilingue è meglio iniziare prima, ma ciò potrebbe dipendere dal fatto che, storicamente, il linguaggio, come la mobilità e la visione, è un’abilità da cui le specie dipendono per la propria sopravvivenza. Come dice la Wolf: “Non siamo nati per leggere”, né, tantomeno, per giocare a scacchi o fare lunghe divisioni. Sono abilità senza le quali le specie sono sopravvissute a lungo, e i ricercatori hanno scoperto che non esistono periodi sensibili per apprenderle.
Questo non vuol dire che una precoce esposizione all’apprendimento non sia importante per i bambini, è anzi vitale, solo dovrebbe essere del tipo giusto, e fatta nel modo giusto. Molti studi mostrano che la cosa migliore che un genitore possa fare per i propri figli è offrire un ambiente ricco, vitale, che li nutra con amore, leggere loro spesso ed esporli al linguaggio parlato in modo organico. Leggere libri a voce alta è più efficace se il genitore utilizza le parole della pagina per aiutare il bambino a creare connessioni con il suo mondo. “Pooh e Pinky si sono persi nel Bosco dei Cento Acri, ti ricordi una volta in cui ci siamo persi nel parco?”. Secondo la Wolf, Le rime e i giochi di parole che si trovano in filastrocche e canzoncine per bambini sono molto utili per preparare un bambino alla lettura.
È sempre lei a sostenere che il miglior indice di predizione della resa scolastica in un bambino non sia tanto l’abilità di lettura, quanto l’ampiezza e la ricchezza del suo vocabolario. E, come per molti altri ambiti della vita, i bambini i cui genitori si preoccupano di curare molto questo aspetto, sono proprio quelli per cui è il caso di temere meno.

Betty Hart e Todd Risley, veterani della ricerca sulla prima infanzia, hanno condotto un meticoloso studio longitudinale analizzando l’incremento del vocabolario in bambini provenienti da diverse estrazioni sociali: borghesia professionista, classe operaia e famiglie con sussidi statali. I risultati sono stati impressionanti, nonché deprimenti per chiunque abbia a cuore l’equità sociale. I ricercatori hanno scoperto che i bambini erano in larga parte il prodotto di ciò a cui li esponevano i genitori: dall’86 al 98% delle parole presenti nel loro vocabolario erano parole utilizzate anche dai genitori.

Verso i 4 anni, il bambino medio di una famiglia di professionisti avrebbe ascoltato quasi 45 milioni di parole, il bambino medio delle classi lavoratrici 26 milioni, mentre quello delle famiglie assistite dallo stato sociale 13 milioni. Questo significa che, paragonati ai bambini abbienti, quelli poveri avrebbero iniziato la scuola con un impressionante deficit di 32 milioni di parole esperite attraverso il linguaggio. Come può l’intera carriera scolastica di questi bambini non trasformarsi, per certi versi, in un deprimente tentativo di recupero?
Se i genitori crescono i propri figli in un ambiente amorevole e vivace, leggendo loro con regolarità e parlando con intelligenza, allora possono in tutta tranquillità mettere da parte le flash cards (carte che consentono di far memorizzare una quantità di informazioni a bambini molto piccoli che ancora non leggono – ndt).

… La dottoressa Hirsh-Pasek insiste perché i genitori lascino perdere i diversi gadget che pretendono di stimolare l’apprendimento , e permettano invece, ai bambini, di giocare con le costruzioni o, meglio ancora, si siedano insieme a loro sul pavimento a costruire capanne e rifugi con sedie e coperte. Eppure, per qualche ragione, i genitori sono giunti a credere che questo genere di giochi sia poco importante se paragonato ai “materiali” educativi ideati per massimizzare lo sviluppo cerebrale.

In realtà, la Hirsh-Pasek sostiene che questa forte spinta verso l’apprendimento precoce possa persino rallentare la normale crescita del cervello, attraverso un fenomeno conosciuto come “affollamento” neurologico, in cui le informazioni vanno a intasare quelle sinapsi che negli anni successivi sarebbero state impiegate per ben più utili compiti di natura creativa. Ricordiamo che Einstein, durante i primi anni di scuola, era considerato uno studente mediocre.
Tutto questo ci riporta a quel sorprendente studio che offriva motivo di giubilo agli studenti che “ridevano ultimi”. I ricercatori degli Istituti Nazionali di Salute Mentale hanno effettuato periodiche risonanze magnetiche su bambini e ragazzi dai 5 ai 19 anni, analizzando la relazione fra spessore del rivestimento più esterno del cervello, la corteccia, e quoziente intellettivo. Hanno scoperto che le persone con QI tale da classificarle nella categoria “intelligenza superiore” avevano cortecce cerebrali maturate molto più tardi rispetto alle persone con intelligenza media.

La corteccia dei bambini più brillanti raggiungeva il massimo di spessore verso gli 11 o 12 anni, mentre quella del bambino medio attorno agli 8. Jay Giedd, uno dei ricercatori a capo del progetto, afferma che, all’inizio, lui e i suoi colleghi erano rimasti sconcertati dai risultati, ma che, riflettendoci meglio, questi erano del tutto sensati. “Avendo questo picco di plasticità più tardi” arguisce, “il cervello si adatta al mondo di un dodicenne, che è molto più complicato, più simile a quello di un adulto rispetto al mondo di un bambino di 8 anni”.
Chi ha pazienza sarà ricompensato! “È come nella storia della tartaruga e della lepre” dice Giedd, psichiatra e specialista nelle tecniche neuro-radiologiche recenti. “Non voglio dire che i genitori di quei bambini che a 6 anni non leggono devono esultare, ma molti che non leggevano a 2 anni – che è un livello ridicolo – non solo potranno recuperare quelli che lo facevano, ma anche superarli. Il punto è che finché il cervello non è a un certo livello, gran parte dell’istruzione va perduta.”
Il pericolo è che se permettiamo alla lepre di ridefinire le sue ragionevoli aspettative, la tartaruga potrebbe perdere la motivazione e accettare le conclusioni a cui arrivano gli altri appena dopo i primi passi. Che succederebbe se un bambino che avesse il potenziale per scrivere un giorno il prossimo grande romanzo americano gettasse le armi in seconda elementare dicendo “non sono bravo a leggere”?
C’è forse una ragione per cui, dice Giedd, quei ricercatori hanno trovato che ben pochi premi Nobel erano stati bambini prodigio. Erano invece, piuttosto, degli studenti molto seri, e una gran parte sono sbocciati tardi da un punto di vista accademico. “L’idea per cui esista una catena di eventi che va dalla materna fino ad Harvard non ha alcun fondamento.”
Giedd sa come sia facile perdere la bussola nella foga della competizione. Lui e sua moglie, una psichiatra infantile, vivono a Washington D.C., nel Maryland, con i loro quattro figli, in una zona ricca e residenziale. Quando la loro figlia più grande aveva 4 anni, la portarono a un colloquio di ammissione nella preschool più prestigiosa della città. Giedd e sua moglie, entrambi ottimi studenti che speravano lo stesso per la figlia, si ritrovarono nervosi a desiderare un esito positivo del colloquio. “Fece finta di essere un cavallo per tutto il tempo”, ricorda ridendo, “e quando le chiesero quanti anni aveva, batté il piede per terra quattro volte”.
Quando seppero che non era stata ammessa, Giedd si lamentò con la moglie dicendo: “Oh, ecco, il suo futuro è sfumato!”
Non proprio. Oggi sua figlia, che ha 15 anni e non usa più i piedi per comunicare quest’informazione, è un’assidua pittrice, ottima ciclista nelle gare di cross-country e, sì, anche studentessa modello.

Traduzione dall’inglese di Michela Orazzini

Estratto da un lungo articolo pubblicato il 28 ottobre 2007 sul sito del Boston Globe , autore Neil Swidey. L’originale si trova qui.


Potrebbero interessarti anche


  • Sono una bambina lettrice precoce.
    A 4 anni ho imparato autonomamente a leggere.
    Mia mamma, insegnante, ne fu anche un po’ contrariata.
    Ho una memoria molto sviluppata, e una attitudine forte al l’apprendimento mnemonico.
    Ritengo che questa inclinazione, non particolarmente incoraggiata dai miei, sia una particolarità che mi caratterizza e penso che i miei abbiano sbagliato a non ‘puntolarmi’.
    Mio figlio maggiore è molto diverso da me, ha imparato a leggere a scuola, senza mostrare mai nessun interesse o desiderio di imparare a leggere.

    Mio figlio minore invece é come me.
    A 3 anni manifestava frustrazione rispetto al fatto che non capiva le lettere e le parole.
    A 4 anni compiuti ha imparato autonomente a leggere con un metodo simile a quello così detto ‘globale’.

    Io l’ho appoggiato.
    Ho comprato i libri di pre scuola e i giochi educativi.

    Penso che le caratteristiche dei figli vadano incoraggiate.
    Così come ho seguito il suo istinto in relazione a sonno e alimentazione, mi fido di lui per quanto riguarda i tempi di apprendimento :))

  • Elisa

    Sono una lettrice precoce, e non solo. A due anni e mezzo sapevo leggere, a quattro scrivere, a cinque anche in corsivo e facevo di conto, addizioni e sottrazioni.
    Mia madre aveva pensato di farmi fare la “primina”, ma io non avevo voglia di andare a scuola e il giorno dell’esame di ammissione feci volontariamente diversi errori. Quando poi a sei anni andai in prima, sentendo la difficoltà nella lettura dei miei compagni, giravo il foglio sottosopra, per rallentarmi.
    Ebbi voti eccellenti senza fatica fino al liceo, quando mi resi conto che si doveva cominciare a studiare per mantenerli. Studiavo con passione le materie che mi piacevano, e studiacchiavo le altre. Uscii dal liceo scientifico con un debito non colmato in matematica, e presi un’insufficienza nella terza prova dell’esame di stato. Non ero così ambiziosa da pretendere da me stessa buoni voti, così, per non fare brutta figura o perché dovessi apparire il piccolo genio di turno. Avevo maturato l’idea che studiavo per la mia vita, cose che pensavo avrebbero fatto parte della mia vita. Limiti, derivate e integrali non erano contemplati.
    Mi sono iscritta a un corso di laurea appassionante, laureata perfettamente in corso con il massimo dei voti.
    Oggi, se un libro mi interessa, lo divoro in tre giorni, se non mi va, anche se mi venisse imposto, non andrei oltre le tre pagine.
    Ho imparato a leggere così piccola perchè ero curiosa, volevo sapere cosa significassero quelle letterine, volevo capire il senso delle parole. Ancora adesso sono per natura molto curiosa e desiderosa di conoscere una gran varietà di cose in ambiti molto diversi; ma se una cosa non mi va, potrete spiegarmela per tutta la vita, non la capirò mai.
    Mio nipote di tre anni non sta fermo più di tre minuti a farsi leggere una storia, mia nipote di nove mesi, le metti davanti un librettino con le figure, gliele indichi e le chiami per nome, le chiedi di indicartele, e lei se le ricorda tutte.
    Con questo cosa voglio dire: credo che ognuno per natura abbia i suoi tempi e i suoi interessi. Credo che il lavoro di un genitore sia quello di capire quali sono gli interessi dei suoi figli e aiutarlo a svilupparli. Di certo, non liquiderei un bambino curioso per liberarmi della fatica, mia, di insegnargli qualcosa adducendo la scusa del “tanto sei piccolo”. Ma nemmeno lo metterei chino su qualcosa pretendendo che impari perchè devo gongolarmi di avere un figlio prodigio.
    Dimenticavo: tutto quello che ho imparato da piccolissima: le letterine, le addizioni (devo avere ancora da qualche parte il quaderno con i conticini e i pensierini pre-scuola) l’ho imparato avendo SEMPRE una persona al fianco, e MAI da quegli aggeggi elettronici con le voci gracchianti che vanno tanto di moda.