Il bambino che fa scuola a casa e la psicomotricità

In questi giorni ho dedicato molti pensieri a una mamma molto preoccupata delle conseguenze della sua scelta di non imporre alla figlia la frequentazione della scuola materna.

Tali preoccupazioni, per lo più suscitate da previsioni terroristiche di chiunque abbia optato per la scolarizzazione (anche riguardo scolarizzazione e homeschooling sembra imperare la logica del derby, secondo cui per legittimare le proprie scelte sembra essere necessario demolire quelle altrui, tanto più se minoritarie e relativamente nuove – o almeno socialmente percepite come tali – come lo è appunto l’homeschooling) l’hanno spinta a richiedere il parere di un esperto, di uno psicologo che la aiutasse a focalizzare le presunte carenze a cui la bambina sarebbe potuta andare incontro a causa della mancata frequentazione della materna.

L’esperto (che in quanto psicologo non era tale riguardo questioni inerenti pedagogia e didattica) è stato – cosa già rara – possibilista, ma le ha raccomandato di integrare con corsi pomeridiani quelle “discipline” che la bambina non avrebbe avuto modo di approcciare alla scuola dell’infanzia. “Come la psicomotricità”, ha detto.

Voglia scusarmi la mamma in questione se mi avvalgo della sua esperienza come trampolino per una serie di riflessioni. A lei va tutta la mia simpatia e tutto il mio incoraggiamento per la loro avventura di crescita (scolastica o non che sia!).
Dunque, è necessario che un bambino, soprattutto se non scolarizzato, “vada a psicomotricità”. La cosa mi ha fatto sorridere. La psicomotricità è una disciplina che si propone, attraverso il movimento e il gioco, di favorire uno sviluppo armonico della personalità intesa come unità di mente, corpo e sentimento.
Mi ha fatto sorridere perché non conosco nessun bambino che, in modo del tutto istintivo e con enorme competenza, non si proponga esattamente lo stesso. Ogni bambino che gioca libero di muoversi, e che muovendosi e giocando inevitabilmente sente e impara, fa psicomotricità.
Sia ben inteso, con questo non intendo assolutamente sminuire il valore della disciplina, o negare che sia un’ottima cosa proporla nelle scuole dell’infanzia (proposta concretamente, intendo: purtroppo l’effettiva realizzazione dei progetti di psicomotricità dipende sempre dalle risorse della singola scuola… risorse spesso tristemente esigue…), tanto meno scoraggiare la frequenza di corsi di psicomotricità, che possono rappresentare grandi occasioni di divertimento.
La mia incredulità si concentra sull’idea che a una bambina non scolarizzata si debbano dare “ripetizioni di psicomotricità” per non “deprivarla”. Ma di cosa si troverebbe deprivata questa bambina, essenzialmente? L’esperienza che un bambino può fare del proprio Sé corporeo è davvero minore, in un contesto non scolarizzato? L’evidenza mi sembra suggerire il contrario.
Ogni bambino ha profondamente chiaro – a livello profondo, innato – la stretta correlazione tra corpo e mente, il loro reciproco influenzarsi, la loro unità nel concorrere all’acquisizione di nuove cognizioni e competenze.
A ben guardare, l’introduzione del dualismo tra corpo e mente si ha proprio con la scolarizzazione.
Fin dalla pre-scolarizzazione, addirittura. Lo si nota nelle “minuzie”, forse (ma non vi è dubbio che i bambini sappiano cogliere l’importanza e l’indicatività dei dettagli assai meglio di quanto non riesca a fare uno sguardo “adultistico”): come rileva Grazia Honegger Fresco (Dalla parte dei bambini) alla scuola dell’infanzia l’importanza della dimensione “tattile”, fisica, affettiva dell’incontro viene marginalizzata nelle pratiche quotidiane.

Esempio significativo è il fatto che non rientri nelle competenze delle maestre cambiare, in caso di necessità, i bambini, ma che questo compito sia demandato alle collaboratrici scolastiche. Eppure a quest’età la cura del corpo è ancora una dimensione fondamentale, e le modalità con cui l’adulto di riferimento se ne fa carico connotano il rapporto educativo quanto e più di attività più “intellettuali”.

Questa lontananza fisica tra educatori ed educandi va crescendo nel passaggio ai successivi cicli scolastici. Sembra assodato che l’incontro – della cui promozione la scuola rivendica quasi il monopolio, come se al di fuori di essa non fosse possibile incontrarsi – possa essere solo “incontro di menti”.
Il corpo non sembra avere ruolo. Non ha posto, in classe. Fisicamente, ma anche ideologicamente. Sembra indiscusso l’assunto che vede l’immobilità come prerequisito essenziale della concentrazione, lo “stare seduti” come competenza essenziale da acquisire rapidamente al fine di “non disturbare” e “stare attenti”.
Attenti: menti in allerta, corpi fermi. Sembra paradossale che sfugga il nesso evidente tra inibizione del bisogno innato e fisiologico di movimento e deconcentrazione, insofferenza, in ultimo inevitabile disattenzione (proprio quella che si voleva evitare insegnando ai bambini a “stare fermi e attenti”).
Nel contesto scolastico il controllo sul corpo è pressochè assoluto. I suoi bisogni basilari (muoversi, nutrirsi, perfino andare in bagno – la pretesa di esercitare il controllo su una sfera così personale è un qualcosa a cui nessun adulto sottostarebbe mai…. Eppure è dato per scontato che gli scolari debbano adattarvisi) sono demandati a orari fissi – la ricreazione- e a tempi risicati, non di rado azzerati da “punizioni” varie (nelle loro forme embrionali largamente diffuse fin dalla scuola dell’infanzia: il tanto in voga “time out” – spesso chiamato con gli eufemismi più vari e seduttivi – che consiste nel far sedere il bambino “a riflettere” per un tempo stabilito unilateralmente dall’adulto è nei fatti una modalità punitiva incentrata sull’impedire l’azione, qualunque essa sia).
Il corpo è fatto per muoversi, ma il movimento non è contemplato a scuola. Non mentre si impara. Quando un bambino mostra un incontenibile bisogno di muoversi, quando non si adatta abbastanza all’immobilità prescritta, vengono avanzate diagnosi che patologizzino l’espressione di un naturale bisogno (un classico: la tanto abusata diagnosi di “iperattività”), diagnosi per le quali alla delega scolastica si affianca la delega al professionista di competenza – che con la sua diagnosi “dà un’altra forma di voto”- e di fronte alle quali si cerca solitamente la soluzione più contentiva possibile.

Non stupisce allora che l’espressione corporea, il suo legame con mente e cuore, debbano trovare un posto “recintato” nella programmazione (quindi psicomotricità, più avanti educazione fisica…).
La centralità del metodo intuitivo – che identifica l’insegnamento come un metodo per favorire le esperienze, in cui i bambini apprendono direttamente e spontaneamente con il loro fare e osservare – è nota da più di un secolo nel panorama pedagogico. In Italia vantiamo figure di primo piano come le sorelle Agazzi, oltre a Maria Montessori.
L’importanza dell’utilizzo delle mani, la centralità che ha, nel processo di apprendimento, la possibilità di acquisire competenze pratiche, di esercitare le capacità manuali, è innegabile. Efficacissima l’immagine della Montessori: “ Le mani sono l’organo dell’intelligenza”.
Efficacissima, ma ignorata. La scuola nella sua organizzazione fattuale incoraggia un’endemica disprassia, tramanda nozioni teoriche le quali monopolizzano tempo e contenuti, e al contempo elimina dai suoi obiettivi l’acquisizione di abilità pratiche e motorie, quasi fosse ignara di come una manualità goffa e incerta si ripercuota sull’apprendimento.

La Honegger Fresco, nel testo succitato, espone come “le difficoltà di concentrazione che tanti docenti lamentano sono spesso legate a una crescita a senso unico: tante parole, tante informazioni (…), ma nessuna risposta al piacere immediato di agire in prima persona, precocemente addormentato”.
In queste giornate estive, in cui le possibilità di movimento sono infinite, e quelle di manipolazione, scoperta, creazione, esplorazione della natura più che mai incoraggiate, e in cui ancora più facilmente del solito balzano agli occhi le strette interconnessioni tra conoscenza intellettuale e conoscenza fattuale, trovo più che mai balzana la convinzione che un’infanzia non scolarizzata possa definirsi “deprivata” e che questo possa essere ritenuto così vero da spingere a colpevolizzare pesantemente una madre (una?!) che abbia la possibilità, e insieme la volontà, di percorrere una strada alternativa.

Una strada su cui muoversi liberamente. Con la mente, il corpo, il cuore. Insieme, in una ricreazione – dal latino “ricreatio”: giocare, divertirsi- autentica, e costante.

Irene Malfatti


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  • Aspetto il giorno in cui a qualunque impiegato venga proibito di andare in bagno quando ne sente la necessità impellente. Eppure facciamo questo ai bimbi! Comunque grazie, non so se è un caso ma è più di una settimana che vedo il tema della psicomotricità riproposto in giro per il web

  • E’ un articolo molto documentato e preciso. Grazie! Vorrei aggiungere che, tra l’altro, la scuola arranca anche sui contenuti. Le nozioni non sono più patrimonio degli scolarizzati (e ricordiamo che in Italia c’è ancora una percentuale di analfabeti), perché la deprivazione corporea ha fatto calare anche le capacità logico-matematiche, linguistiche e di memorizzazione.
    Gli insegnanti di oggi sono a loro volta ex-bambini impoveriti di codici affettivi ed espressivi che hanno assimilato male anche le nozioni. E oggi o passano solo quelle o non passano più neanche quelle. Sempre nella logica del dualismo…
    Con le dovute eccezioni,naturalmente!
    Ma non sarà un caso se molte maestre della Scuola dell’Infanzia sembrano prof di latino e greco!