Insegnare ai bambini grazie al divertimento

Qualche settimana fa abbiamo parlato dei rischi di burnout connessi all’homeschooling, rimandando a questa volta la riflessione su come prevenirlo.
La strategia più efficace a mio parere è… divertirsi. So che può apparire semplicistico e riduttivo, eppure credo profondamente che il principale criterio di valutazione e il principale obiettivo di un percorso di apprendimento naturale sia proprio questo: divertirsi.
A questo punto di solito arriva qualche adulto molto serio a ricordare che la vita non è solo divertimento, che si devono insegnare il senso del dovere, del sacrificio, il valore dell’impegno…. Ed è vero: è necessario all’occorrenza sapersi sacrificare, porsi un obiettivo e affrontare il percorso necessario a raggiungerlo anche nelle sue tappe meno piacevoli, impegnarsi per riuscire.

Dubito però che siano capacità trasmissibili per allenamento: creare doveri artificiosi non instilla il senso del dovere, non facilita il riconoscimento dei doveri che sentiamo come autenticamente nostri… al più, può rendere il dovere un automatismo. Ma potrebbe anche sortire una ribellione altrettanto indiscriminata ad ogni tipo di impegno o necessità, come reazione a una sovraesposizione schiacciante. Il punto per me è che dovere, sacrificio, impegno, sono buone cose non tanto se fini a se stesse, quanto piuttosto come strumenti utili a perseguire sogni, realizzare progetti, alimentare passioni.

Preferisco dunque un’educazione che abbia cura di non far dimenticare cosa sia progettare e appassionarsi. Credo che, conoscendo bene i fini da perseguire – ritrovando in se stessi memoria di cosa erano la felicità e l’entusiasmo della scoperta, l’elettrizzarsi per una scoperta – sia più semplice acquisire una buona padronanza anche dei necessari mezzi (laddove realmente necessari… perché se si può fare qualcosa divertendosi, non c’è alcuna ragione di non farlo… il fatto che la vita non sia tutta divertimento e gioia rende doveroso l’impegno a renderla divertente e gioiosa ogni qualvolta sia possibile).
Ho dalla mia parte niente meno che Einstein (a suo tempo scolaro infelice!): “E’ un grande errore pensare che la gioia della scoperta e della ricerca possano essere promosse da mezzi coercitivi e dal senso del dovere”.
Il divertimento, così sottovalutato, così addirittura guardato con sospetto e liquidato come “dimensione residuale” (“prima il dovere e poi il piacere”) merita invece di essere assunto come caposaldo dell’apprendimento. O forse, più che assunto, sarebbe onesto dire “riconosciuto”: tra le competenze innate dei bambini figura quella di sapere bene che niente come il gioco – il divertimento- permette di imparare cose nuove e di perfezionarsi negli apprendimenti acquisiti.
Sia ben inteso: divertimento non è intrattenimento. Il bambino non deve essere intrattenuto come spettatore passivo. Così come mangiare non è essere imboccati a suon di “ecco un aeroplanino carico carico di…”, apprendere non è fruire di escamotages orientati a rendere più appetibili le nozioni da mandare a mente. Nessun aeroplanino carico carico di matematica. Paragono situazioni così distanti (in realtà per noi non sono distanti… poi parleremo di come fare homeschooling con un toddler che gira per casa… il legame tra autosvezzamento e “autoapprendimento” sono all’ordine del giorno!) perché in entrambi i casi è l’adulto a mettersi al centro.

Lui a sapere quanto devi mangiare, o quanto devi imparare, lui a congetturare modi per farti accondiscendere ai suoi progetti. Non è questo il divertimento da offrire ai propri figli perché possano imparare più gioiosamente e meglio. Il divertimento è un processo attivo, deve essere concesso al bambino di farsene protagonista e fautore. Non fruitore.
La distinzione non ha rilevanza puramente ideologica. A nessuno piace essere costretto, tantomeno manipolato. Il gioco non deve ridursi a “schermo” di una lezione, non fingete di giocare per “istruire”. I bambini lo avvertirebbero infallibilmente, ritraendosi istantaneamente. Dal gioco e dall’apprendimento.
Oltretutto, non c’è alcun bisogno di rendere appetibile l’apprendimento. Lo è per sua stessa natura. L’essere umano è naturalmente orientato ad imparare, e lo fa tanto più facilmente e proficuamente quanto più viene lasciato libero di farlo, e di assaporare la gioia di farlo.
Ricordate “la formula magica” citata nello scorso articolo? “Non importa il curriculum che adotti ma l’atmosfera che crei”.
Questo vale per ogni percorso di apprendimento, ma ancor più per l’homeschooling. Esistono tanti tipi di homeschooling quante sono le famiglie che lo praticano, ma tutte hanno qualcosa in comune: la volontà del genitori di “esserci” per i loro figli. Esserci davvero, essere presenti autenticamente, non può prescindere dallo star bene nella situazione in cui si sta vivendo. Non può prescindere dal trovarla piacevole, appassionante…. Divertente.
Questo è fondamentale per una buona riuscita della scuola familiare. Fondamentale per la sua riuscita didattica, oltre che per tutto il resto. Come scrive Jamie Martin nel già citato Secrets of a successful homeschool mom “il principale compito del genitore homeschooler è nutrire la relazione. L’apprendimento sboccia quando la relazione educativa è nutrita. Il potere della relazione apre le porte all’apprendimento”.
Non è possibile non imparare, qualunque cosa si stia facendo. Dunque, perché non concedersi di imparare facendo qualcosa che ci piaccia? Ricordate Il cono di apprendimento di Dale: gli apprendimenti connessi all’esperienza reale sono meno soggetti ad oblio. A maggior ragione se quell’esperienza ha avuto una forte connotazione emotiva. Ancor di più, ovviamente, se tale connotazione emotiva è stata positiva.
E’ importante uscire dalla logica accademica. Questa è in fondo la parte più difficile.
Avere un programma non è in assoluto sconsigliabile, ma è raccomandabile che sia “vago”, centrato non sui contenuti, ma sulle competenze. La competenza – meta in quel momento è imparare a scrivere? Lasciamo che il bambino la concretizzi con i suoi contenuti. Imparerà l’ortografia anche scrivendo storie su quello che più lo appassiona. La competenza – meta è l’alfabetizzazione? Arriverà a riconoscere le lettere anche improvvisando una caccia al tesoro alfabetica (“vince chi trova/ disegna/fotografa più oggetti che iniziano con la tale lettera….” – la caccia al tesoro può ovviamente applicarsi a qualunque ricerca, inerente a qualunque disciplina).

Miriamo alla padronanza delle frazioni? Cucina e matematica sono parenti strette. E così via…. Tutto può essere uno strumento di apprendimento. Il mondo è pieno di cose interessanti.
Se avvertiamo l’esigenza di “equilibrare” le varie competenze non interrompiamo un’attività appassionante per “fare altro”. Ci sarà occasione nei momenti (o giorni…) successivi di proporre – se proprio non ci fidiamo ad aspettare che si propongano…- attività che promuovano altre aree di competenza.
Detto questo nessuna illusione: non sarà tutto divertente, sempre. L’homeschooling, come percorso di apprendimento che si propone di ancorarsi strettamente alla vita, è, come appunto qualunque cosa nella vita, fatto di alti e bassi. Momenti entusiasmanti e momenti di crisi. Ma i primi e i secondi sono strettamente connessi, e i primi – il deposito interiore di entusiasmo, benessere, bellezza – sono ottimi trampolini di lancio per superare i secondi.
Perciò, divertitevi!!!
E dopo, se si va, raccontatemi quali sono stati i vostri momenti più belli. E cosa avete imparato, mentre eravate occupati a goderveli.

Irene Malfatti


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