Diagnosi di ADHD nei bambini che vanno a scuola

Con la riapertura delle scuole il nostro prehomeschooling torna a farsi notare. Statisticamente la terza domanda che gli estranei pongono a mia figlia, dopo come ti chiami e quanti anni hai, è “perché non sei a scuola?”.

La poverina si impegna anche a spiegare e a ribattere alle obiezioni che le vengono poste (“Non ti piace giocare con gli altri?” “Sì che mi piace, ma non si gioca mica solo a scuola”).

Spesso non spuntandola con lei attaccano con me – assai meno dialogica e generosa di lei – e mi spiegano sottovoce quegli aspetti di insostituibile utilità che la scuola avrebbe e che io – che distratta! – evidentemente non devo aver considerato.

Questa mattina è stata la volta del “così impara a stare ferma e seduta” (facevamo colazione al bar, e in effetti, avendo il bar un prato proprio davanti, non stava ferma e seduta). Ci ho pensato, perché l’interlocutrice aveva assolutamente ragione: non stare seduti e fermi rappresenta un bel problema. Un problema psichiatrico, nientemeno.
La ADHD (Attention-Deficit/Hyperactivity Disorder – sindrome da deficit dell’attenzione e iperattività) è un’epidemia dilagante, e crescente. Negli Usa è esplosa da decenni e viene comunemente trattata con il Ritalin, un farmaco appartenente alla “stessa famiglia” della cocaina. In Italia abbiamo già importato la diagnosi, e anche da noi pare che sia un disordine tutt’altro che raro.
Nessuno sa stabilirne con certezza le cause. Viene imputata a un “disordine neurologico” di causa biologica, genetica o “giù di lì”. Il “giù di lì” non è solo espressione della mia scarsa dimestichezza con l’universo della neurologia, è nei fatti la posizione scientifica ufficiale: essendo la causa biologica supposta e mai trovata, la diagnosi di ADHD si fonda su un “all’incirca” scientifico.
Una dichiarazione certa in realtà c’è, e proviene direttamente da Leon Eisenbeg, padre scientifico dell’ADHD” che ha affermato all’età di 87 anni, sette mesi prima della sua morte, nella sua ultima intervista: “L’ADHD è un ottimo esempio di una malattia fittizia”.
Altrettanto certo è che “Sono state scoperte relazioni illecite fra psichiatri, governi e case farmaceutiche. Negli Stati Uniti infatti sono attualmente in corso varie in cause legali che coinvolgono l’Associazione Americana degli Psichiatri (APA) e l’Associazione degli utenti CHADD, per collusione con la casa farmaceutica Novartis (ex Ciba-Geigy) che produce il Ritalin.

L’accusa per gli psichiatri è di avere preso soldi dalla multinazionale del farmaco per formulare criteri diagnostici sempre più elastici e inclusivi per favorire la vendita del Ritalin.”. (articolo completo qui).
Brutto, vero? Molto brutto. Ma cosa c’entra con la scolarizzazione (e la non-scolarizzazione)? In realtà, “c’entra” molto. In primis perché i primi a suggerire una diagnosi di ADHD sono quasi sempre gli insegnanti.
Non credo che questo sia casuale, né che dipenda da imperizia o superficialità genitoriale. Nell’emergere di altre problematiche, fisiche o psicologiche che siano, quasi sempre il genitore è il primo ad allertarsi, capisce che “qualcosa non va” e sull’onda di questa intima consapevolezza si orienta dallo specialista di riferimento.

Un genitore ha una competenza circa le acquisizioni del proprio figlio (e, anche se non sempre ne è consapevole, anche riguardo al suo stile di apprendimento) inarrivabile per un insegnante (proprio in virtù della sproporzione nel rapporto numerico adulto-bambini), lo accompagna nei suoi apprendimenti con una continuità impensabile a scuola

Quindi perché mai, se davvero il bambino avesse una sua congenita incapacità ad imparare, non dovrebbe accorgersene ben prima dell’inizio della scolarizzazione? Perché i “deficit di apprendimentonascono quasi tutti a scuola. E non certo perché il bambino inizi ad imparare a scuola… a scuola non inizia l’apprendimento, ma l’apprendimento eterodiretto.

Quasi sempre i sintomi compaiono al momento dell’iscrizione all’asilo o nei primi anni di scuola, quando il bambino manifesta una scarsa adattabilità alle regole sociali . Oppure, che è lo stesso, una scarsa corresponsione alle aspettative dell’insegnante riguardo al comportamento da tenere. Aspettative formulate non tanto in ragione del singolo bambino, quanto in ragione delle necessità funzionali al contesto.
Vediamo quali sono i criteri diagnostici per “aggiudicarsi la diagnosi”:

– ha difficoltà a mantenere la concentrazione
– è incapace di prestare attenzione ai dettagli o commette errori per disattenzione
– sembra non ascoltare
– fatica a seguire le istruzioni
– ha difficoltà organizzative
– evita o non ama compiti che richiedono un impegno mentale sostenuto
– si distrae facilmente
– giocherella con mani e piedi, si agita sulla sedia
– ha difficoltà a rimanere seduto
– corre e salta in maniera eccessiva
– ha difficoltà a svolgere attività tranquille
– agisce come se fosse spinto da un motore
– parla troppo
– risponde precipitosamente ancor prima che le domande siano completate
– ha difficoltà ad aspettare o rispettare i turni
– interrompe e si intromette spesso nei discorsi altrui

Ho scoperto di conoscere decine di bambini ADHD. E anche moltissimi adulti. Io stessa devo avere una forma intermittente della sindrome che affiora in quei contesti che mi vedono relegata al ruolo di ascoltatrice immobile di conferenze il cui argomento – o il modo in cui viene trattato – non mi interessa affatto. In buona parte mi sembra in effetti una calzante descrizione di una qualunque persona insofferente e annoiata.
Altre caratteristiche elevate a criteri diagnostici mi sembrano invece caratteristiche proprie dell’infanzia tutta. Cito Stefano Scoglio, autore di Non è colpa dei bambini (libro che verte su disattenzione, iperattività e ADHD, orientato a dimostrare “l’inconsistenza dell’interpretazione patologica dell’ADHD”): “Quelle descritte sopra sembrano proprio essere caratteristiche che definiscono il bambino in quanto tale”.
Ma se quella che viene patologizzata è in effetti l’infanzia stessa, in tutte quelle sue peculiarità impegnative o fastidiose per l’adulto, e se queste peculiarità sono considerate “sintomi” soprattutto nel contesto scolastico, non sarà il contesto scolastico stesso a richiedere abilità (cognitive e sociali) nettamente in contrasto con la stessa natura (cognitiva, emotiva, affettiva-relazionale…) del bambino?
Non sono la prima ad avanzare l’ipotesi (questo naturalmente non desta alcuno stupore).

Holt (in Teach Your Own) raccomanda “estremo scetticismo” verso questo tipo di diagnosi e invita i genitori a considerare che “quasi certamente è la scuola stessa con le sue tensioni e le sue ansietà a creare le difficoltà di apprendimento che i bambini sperimentano e che la migliore terapia per loro sarebbe ritirarli dalla scuola”.
Armstrong (medico e specialista in disabilità di apprendimento) suggerisce che sia necessario e prioritario concentrarsi “sul vero problema della dismaestria”: “Le scuole liquidano milioni di bambini come limitati quando in realtà sono trasformati in disabili solo da metodi di insegnamento scadenti” . E ancora: “A me sembra chiaro, dopo quindici anni di ricerca e pratica nel campo dell’apprendimento, che si debbano incolpare le nostre scuole per i fallimenti e la noia che devono affrontare milioni di bambini”.
“Trasformare in disabili” non solo sulla carta, in ragione di una diagnosi, ma dalla diagnosi il presunto “deficit” si concretizza nella vita del bambino, che finisce per diventare proprio quello che gli è stato detto di essere. “Etichettare è disabilitare”.
A questo etichettamento si oppone Jan Hunt (Genitori con il cuore): “Se proprio dobbiamo etichettare qualcosa, che sia l’ambiente scolastico e non lo studente. Invece dei ‘bambini iperattivi’ dobbiamo preoccuparci delle scuole passivo-coercitive”.
Anche Hunt non crede alla correlazione tra difetti “genetici” e disturbi di apprendimento. Hunt, rilevando come negli homeschoolers le difficoltà di apprendimento siano rare (“eccetto per quei bambini che hanno lasciato da poco la scuola convenzionale”), ne deduce che il problema vada ravvisato non in misterioso “disordine neurologico” (non quantificabile e non dimostrato) ma nell’ambiente educativo scolastico: “Le difficoltà di apprendimento sono in realtà la comprensibile risposta di ragazzi normali costretti a conformarsi alle condizioni anormali delle classi scolastiche convenzionali (competizione forzata, inattività fisica, frammentazione tematica e contenuti lontani da interessi ed esperienze concrete dello studente, esami frequenti ed inquisitori, poco tempo trascorso in famiglia, poche possibilità di relazionarsi con persone di età diversa, poca possibilità di confronto e cooperazione tra compagni… )”.
Ma se il contesto cui adeguarsi è patologico, il mancato adeguamento ad esso non è forse segno di ostinata, tenace, buonissima salute?

Irene Malfatti


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  • Clara

    Mamma mia! Leggendo questo pezzo mi vien voglia di non mandare più a scuola mia figlia! E non lo dico con polemica o malizia: DAVVERO! Ho pensato molto all’homeschooling o scuole alternative come montessoriane o steineriane… sembra facile sopratutto la “scuola a casa” ma alla fine dei conti poi non mi ritengo all’altezza per insegnare così tante materie.. e sarei comunque da sola ad affrontare tutto! In più mia figlia se sono io a insegnarle le cose non è sempre disposta ad ascoltarmi o a fare quello che le dico.
    Come per tutti gli aspetti della vita forse anche per questo ci vuole una buona dose di predisposizione e dote, e forse a me mancano…
    Ogni giorno parlo con mamme che hanno problemi con la scuola perchè i figli sono disgrafici, dislessici,dis…qualcosa… E le maestre non sono nemmeno pronte ad affrontare i problemi, non sono disposte a concedere “attenzioni” particolari, sempre che le diagnosi siano veramente corrette.
    I bambini sono costretti 8 ore al giorno in classe, per un totale di 40 ore settimanali che nemmeno più i lavoratori fanno perchè hanno ottenuto il riconoscimento di pause. E io vengo additata perchè non faccio mangiare mia figlia a mensa “un momento così importante di socializzazione”!!! L’anno prossimo sarà per noi fatidico per la scuola, e qui non ho nemmeno la possibilità di scegliere il tempo normale, esiste solo tutto il giorno perchè le mamme non sono più disposte a star dietro ai loro figli!Devono lavorare..che è giusto, ovviamente, ma a che prezzo?
    Poi a volte mi dico anche che la scuola non è tutto il loro mondo e che la famiglia può fare tanto, può rimediare abbondantemente agli errori della scuola.
    Conosco maestre che hanno a cuore il benessere dei loro bambini e non sono schiacciate dalla patologica necessità di seguire pedestremente il programma che il più delle volte non tiene conto delle diverse “velocità” dei bambini.
    Il problema è voler a tutti i costi che tutti i bambini arrivino allo stesso risultato nello stesso momento e con lo stesso percorso! E’ questo che rende la scuola il luogo competitivo, stressante e “livellante verso il basso” che è diventato. Ma anche a fronte di tutto questo non mi sento in grado di affrontare l’educazione di mia figlia da sola. Spero di saper rimediare abbondantemente agli errori e mancanze della scuola. Grazie per queste pillole di saggezza che danno modo di riflettere. Clara

  • Paola

    😀
    Leggendo le definizioni, a aprte le utlime due, che non mi pare di avere avuto, le altre le avevo tutte, da piccola (e qualcuna anche adesso!!)!!!! La mia maestra aveva detto agli altri bambini della classe che io avevo “una specie di malattia” per cui non potevo stare a lungo seduta, perché aveva visto che tutta la classe tendeva ad imitarmi e a girare pa l’aula!! Però mi lasciava fare, sicura che, piano piano, avrei imparato a stare seduta più a lungo!

  • tom

    Com’è vero.
    Potessi tornare indietro non farei certo “certificare” mio figlio e lo ritirerei dalla scuola come diceva mia moglie.
    E il dottore che diceva- È sottodosato, quando le pillole non sortivano l’effetto desiderato…e il Ritalin melo mandavano dalla svizzera a 100€ la scatolina.
    Adesso a vent’anni è un disadattato che passa le notti collegato in rete x sparare ai marziani col computer…
    Che errore aver dato ascolto alle sirene del ADHD
    Ma sembrava cosi giusto…
    il mio consiglio è far finta di niente, anzi fare un po’ i tonti e i rassegnati quando si va a parlare cogl’insegnanti…
    Lasciarlo andare a giocare in cortile più che si può , che si stanchi fisicamente ed evitargli i videogiochi che per lui sono come droga

  • elisa

    sono una insegnante, madre di 4 figli e uno iperattivo diagnosticato, forse è per questo che a scuola ho una particolare attenzione per questi ragazzi, e lavoriamo molto alivello pratico (anche se insegno matematica!) è tuttta laboratoriale, i ragazzi raramente stanno seduti al banco, ma lavorano per lo più in gruppi e “costruiscono” i loro libri! metodo emma Castelnuovo…. cercate e chiedete queste scuole!

  • Georgiana

    Non ho parole… Da brivido