Se il bambino NON vuole fare scuola a casa

Quando si parla di “mandare a scuola” i bambini si dà spesso per scontato che non vogliano andare, si mette in conto una resistenza, almeno iniziale, da parte loro, e si considera che il compito dell’adulto sia vincere questa resistenza, perché “a scuola si deve andare”.

Solitamente i genitori sono sereni rispetto a questo: reputano giusto che siano loro a dover decidere di mandare i figli a scuola. A dire il vero non è sempre così, per moltissimi genitori la scuola non è una scelta ma un obbligo che si impone ai genitori stessi…Chiaramente però questa è una convinzione basata su un fraintendimento di base – “obbligo di istruzione” non è “obbligo di scolarizzazione”– e nei fatti la scelta di scolarizzare i figli è comunque una scelta genitoriale, che venga fatta con consapevolezza delle alternative, oppure che venga vissuta come scelta obbligata.

La decisione opposta – non mandare i figli a scuola – viene però vissuta con più interrogativi, presenta più criticità. Si tratta in realtà di un’assunzione di responsabilità identica e speculare alla decisione di scolarizzare, ma, poichè è oggettivamente una scelta minoritaria e poiché la responsabilità di una simile decisione resta nell’ambito familiare e non viene condivisa con l’istituzione scolastica, se ne avverte maggiormente il peso; ci si chiede (o ci viene chiesto) se sia giusto “privarli dell’esperienza scolastica” , anche se – nel caso opposto – pochissimi sono i genitori che si chiedono se sia giusto privare i figli dell’esperienza di apprendimento a-scolastico.

Se queste riflessioni hanno già un peso quando restano nell’ambito “ideologico”, ovviamente il loro peso aumenta quando la riflessione diventa pratica: cosa fare se il proprio bambino non vuole fare scuola a casa?

E’ difficile confrontarsi con questa eventualità.

Eppure è estremamente probabile doverlo prima o poi fare, e credo sia importante non aggiungere alla difficoltà oggettiva altri pesi. Che il bambino richieda di affacciarsi alla scuola non è da intendersi come fallimento del percorso di home schooling, non è una prova della propria inadeguatezza, non significa “aver sbagliato tutto”.

Al contrario, la richiesta può avere una lettura opposta: “Ho assunto così tanta sicurezza e ho potuto sviluppare così tanto amore per l’apprendimento che sono curioso di esplorare come si apprende a scuola, non ho paura di avventurarmici”. È un successo. Come lo è l’atteggiamento opposto – “imparo tanto bene a casa che non sento (ancora? Mai? Bene comunque!) il bisogno di vedere cosa fanno a scuola, sto già facendo quello che voglio fare”. La prima cosa che si impara “senza scuola” è che non c’è sempre (anzi, raramente c’è) una sola risposta giusta.

Benissimo, ma all’atto pratico, è giusto che decidano loro di andare a scuola?

Le valutazioni sono molteplici.

La prima è che un percorso di apprendimento che si proponga come obiettivo principale di permettere al bambino di imparare (crescere, essere, vivere…) in libertà non può essere imposto, non senza snaturarne l’essenza stessa.

D’altro lato credo sia necessario valutare che una scelta, per essere realmente libera, deve poter essere compiuta tenendo conto delle implicazioni che comporta. Non è detto che il bambino – specialmente se piccolo – possa realmente scegliere. Potrebbero sfuggirgli le conseguenze, immediate e non, che la scolarizzazione può comportare in termini di apprendimento, di socialità, di affettività.

Se reputiamo che la scuola sia un contesto inadeguato allo sviluppo naturale delle sue potenzialità in questi diversi campi allora la scelta se frequentarla o no contemplerà/riguarderà quei casi in cui la sicurezza è prioritaria rispetto alla libertà.

Sono situazioni che ogni genitore, per quanto il meno restrittivo possibile si riproponga di essere, esperisce: ci sono dei casi in cui non posso lasciarti fare perché ti faresti male. Per poter garantire il tuo diritto alla scoperta devo avocare su di me – adulto, genitore – la responsabilità di proteggerti dai pericoli che non sei in grado di prevedere. Devo tener conto delle informazioni che ancora non possiedi.

Come spesso accade in questo tipo di situazioni si possono trovare soluzioni che tengano conto della libertà senza rinunciare alla sicurezza agendo sul contesto. Nella fattispecie può essere legittimo che il bambino scelga di andare a scuola, ma il genitore dovrà comunque assumersi la responsabilità di scegliere quale tipo di scuola.

Esiste, è raggiungibile, un contesto scolastico che tenga conto delle esigenze del bambino, che possa salvaguardarne il più possibile la libertà, che si adatti al bambino e che non pretenda di adattare il bambino alla sua organizzazione? Se la risposta è sì, si potrà sicuramente esaudire la richiesta del bambino. Se trovassi una scuola valida, rispettosa, libertaria, e ne vietassi una desiderata frequentazione credo che la mia doverosa responsabilità rischierebbe di snaturarsi in prevaricazione.

Se l’alternativa all’home schooling è però solo la scuola tradizionale, con tutto quello che comporta, il genitore deve potersi sentire in diritto di avocare comunque a sé la responsabilità della decisione ultima, di proteggere il bambino, di non accollargli una scelta molto grande i cui confini il bambino non può ancora abbracciare.

John Holt in Teach your own dà una risposta simile (o meglio: la mia risposta è simile alla sua…):

Che fare se i bambini vogliono andare a scuola? E’ una domanda difficile (e se è difficile per lui!!) . C’è più di una buona risposta, e spesso sono risposte in conflitto tra loro. I genitori potrebbero argomentare, e spesso lo fanno, che dal momento che credono che la scuola può, e probabilmente farà, ai loro figli danni profondi e durevoli, hanno il diritto di ternerli fuori, anche se vogliono andare, come farebbero se dovessero dire loro che non possono andare a giocare su un cumulo di rifiuti radiottivi. Questa motivazione avrà maggior peso nel caso di bambini più piccoli, tanto da non potersi aspettare che capiscano come la scuola potrebbe danneggiarli. Se invece bambini più grandi sostengono con determinazione e continuità, e con buone motivazioni, di voler andare a scuola, io direi di lasciarli andare. Quanto più grandi? Quali sono le buone motivazioni? Non lo so. Una cattiva ragione potrebbe essere “Gli altri bambini mi hanno detto che alla mensa scolastica puoi avere il latte al cacao”.

E’ dunque importante decidere in base alla situazione concreta. Al bambino concreto. “Il bambino è il libro”, come sempre.

Mi resta però da aggiungere che, anche nel caso un bambino sia piccolo, anche nel caso le motivazioni con cui perora la sua richiesta di andare a scuola siano deboli, sia doveroso prestare loro la stessa attenzione che andrebbe prestata a qualunque espressione di un bisogno. Non sempre la richiesta concreta coincide con il bisogno che la sostanzia, e non sempre esaudire la richiesta equivale a soddisfare il bisogno reale che la motiva, né, al contrario, non ritenere possibile esaudire la richiesta deve equivalere a non soddisfare il bisogno che la richiesta veicola.

Quale bisogno esprime il bambino, nel momento in cui chiede di andare a scuola? E’ un bisogno soddisfabile in modi diversi dall’andare a scuola? Quali alternative si possono trovare? Ha bisogno di socializzare con un gruppo di coetanei più esteso? Di avere contesti di vita in cui muoversi senza i genitori? Di avere una programmazione didattica più regolare e “guidata”? Di imparare da più persone, desidera accrescere il numero dei suoi “mentori”?

Questi sono tutti bisogni che siamo – socialmente – abituati a identificare con la scolarizzazione (e se lo facciamo noi adulti non stupisce che lo faccia il bambino, effettivamente la scolarizzazione potrebbe apparire come il modo più “immediato” di rispondere a questi bisogni – resta da valutare cosa ne sia, dei bisogni che invece non troverebbero più risposta in un contesto scolastico, come anche è doverosa la riflessione sulla reale qualità delle risposte che il contesto scolastico può offrire a questi bisogni -), ma che possono essere soddisfatti in molti altri modi.

La scuola non fuggirà, non sarà mai tardi per entrarci. Si possono provare a dare risposte diverse, a seconda del bisogno che pensiamo sostanzi la richiesta del bambino di andare a scuola, e vedere se possono essere, secondo lui, “risposte altrettanto buone” rispetto alla frequenza scolastica.

Se invece il bisogno fosse strettamente legato alla scolarizzazione – bisogno di sapere com’è, cos’è la scuola –  si può valutare se sia il caso di procrastinarne il soddisfacimento – come si è detto, in relazione all’età – e si può in ultimo anche soddisfarlo. Si può anche andare a scuola, ebbene sì.

Si può farlo con tanta più serenità quanto più il genitore terrà presente, e sarà in grado di far sentire il bambino garantito, su questo, che nessuna strada è senza uscita, nessuna scelta per sempre, nessun percorso irrevocabile. La scuola si può provare, si può apprezzare, si può decidere se restarci, e per quanto, o se tornare all’home schooling.

Si è liberi, insomma. In classe e fuori.

Irene Malfatti


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  • Francesca

    Mi chiamo Francesca, ho 39 anni e sono mamma di due bambini di 4 e 7 anni. Sono docente di scuola primaria.

    Ho letto diversi tuoi articoli e come insegnante mi ritengo in dovere di rispondere. Non sono d’accordo con la tua idea di scuola-lager. Da come la descrivi tu la scuola è un luogo asettico in cui i bambini vengono ignorati nelle loro esigenze affettive ed emotive, è un luogo in cui gli insegnanti sono figure fredde, distaccate, non contente del loro lavoro. Secondo te l’apprendimento a scuola è noioso, non ludico, nozionistico, “somministrato” in modo acritico e l’offerta è piatta, non si tiene conto delle esigenze e delle peculiarità di ogni singolo bambino.

    Io mi chiedo se tu sia mai entrata in una scuola, almeno, di recente.
    Innanzitutto, quali sono le tue specializzazioni? Sei definita pedagogista, immagino che tu abbia studiato Scienze della Formazione o Psicologia e seguito molti corsi di specializzazione, ad esempio quelli relativi ai BES e ai DSA.
    Ciò che mi lascia molto perplessa è che nei tuoi articoli spendi più parole a criticare la scuola e i colleghi che ci lavorano di quanto non ne spendi per portare acqua al tuo mulino e dimostrare l’efficienza del tuo personale metodo. Non posso che sentirmi leggermente rammaricata del fatto che ignori totalmente l’amore e la preparazione con cui gli insegnanti oggi fanno il loro mestiere. Hai mai sentito parlare di Lifelong Learning? Lo sai che gli insegnanti svolgono corsi di specializzazione e di aggiornamento, per volontà propria ma anche per decisione degli Istituti? E soprattutto, lo sai che i bambini ci chiamano per nome e si avvicinano a noi ogni volta che hanno bisogno di un abbraccio, una coccola o una rassicurazione e vengono accolti con tenerezza e affetto? I nostri alunni non sono il ritratto della tristezza e dell’apatia. A scuola non si fa (più) lezione dietro la cattedra, indicando la lavagna con la bacchetta. Si lavora con i vari metodi del Cooperative Learning, si apprende in modo laboratoriale e pratico, si indaga con la didattica per problemi… per non parlare delle numerose uscite per laboratori artistici, gastronomici (i nostri bambini hanno fatto il pane, raccolto il mais, vendemmiato… sì, senza genitori intorno, e nessuno ne ha sofferto) e tanto altro. E l’apprendimeto è tailor-made, nessuno viene lasciato indietro, i bisogni individuali di qualsiasi tipo sono di importanza preminente.
    Sebbene io sia insegnante non mi permetto di criticare l’homeschooling tout-court e sono più che aperta a considerare rispettabili i motivi della scelta di questa modalità, ma non accetto di sentire spiegazioni tipo “A scuola i bambini stanno male” perchè non si fonda su niente. Lei conosce le sue bambine e forse altri bambini oltre a loro, e penso che sappia bene distinguere un bambino che sta bene da un bambino che sta male.
    Mi dispiace se mi sono dilungata e se i miei toni non sono propriamente pacati, ma mi dispiace molto vedere persone che denigrano la nostra categoria senza sapere, senza conoscere.