L’educazione dei bambini tra teoria e pratica

Quando si parla di libertà nell’educazione, di rifiuto di ogni forma di violenza educativa, di rispetto rigoroso della personalità del bambino e dei suoi diritti, capita spesso di sentire la seguente obiezione, soprattutto da parte di genitori: “Tutto ciò è assolutamente condivisibile, ma è solo teoria. La pratica dell’educazione è una cosa diversa. Nessun genitore vorrebbe essere violento con i suoi figli, ma crescere dei figli è difficile, ed a volte capita di dover ricorrere alla violenza”.

Segue, in genere, la narrazione di qualcuna di queste situazioni estreme, nelle quali sarebbe impossibile seguire i principi di una pedagogia libertaria e nonviolenta.

In genere si tratta di situazioni di due tipi.

La prima situazione è quella di un bambino che si trova in pericolo o che rifiuta qualcosa che per lui è indispensabile. Può essere che il bambino si ostini a fare una cosa che per lui è oggettivamente pericolosa, come attraversare da solo una strada molto trafficata, o che non voglia a nessun costo prendere uno sciroppo che è necessario per la sua salute. Che fare? Non bisognerà rinunciare ai nostri cari principi libertari ed esercitare una qualche pressione, forse anche una violenza?

Sarà bene spiegargli perché deve attraversare accompagnato o prendere lo sciroppo, sperando nella sua comprensione. Ma se non comprende, occorre costringerlo senz’altro.

Questo dimostra che non è possibile educare rispettando la libertà del bambino? Non proprio.

È importante distinguere l’educazione dei bambini dall’allevamento.

È educazione tutto ciò che favorisce la crescita personale, spirituale, morale, intellettuale del bambino; è allevamento, invece, la cura del suo benessere fisico, della sua crescita corporea, della sua incolumità.

La relazione tra le due cose è assai stretta, ma non fino al punto che non sia possibile distinguerle. Anche se è destinato ad essere trasceso dall’educazione, l‘allevamento ne costituisce la premessa indispensabile: un genitore non può occuparsi della crescita personale del suo bambino senza prima garantirgli la salute e la sicurezza.

È importante che anche l’allevamento segua il principio del massimo rispetto della personalità del bambino. In passato sono state diffuse pratiche che, in nome dell’allevamento, mortificavano anche fisicamente il bambino: si pensi all’usanza di fasciare i bambini, che qualcuno vorrebbe riportare in auge in nome della presunta saggezza dei vecchi tempi.

Se il bambino rifiuta una cosa che riteniamo essere buona per lui, è bene fermarci un attimo a riflettere. Non può essere che abbia ragione lui? Noi pensiamo che faccia freddo e che per questo debba coprirsi. Lui si rifiuta e strilla. Non può essere che abbia caldo, e potrebbe essere per lui dannoso coprirsi?

E tuttavia vi sono casi nei quali non è possibile evitare l’imposizione. Nessun bambino prende una medicina amara con piacere; bisogna costringerlo a prenderla, anche se piange e si rifiuta, così come bisogna costringerlo a porgere il braccio per fare un prelievo di sangue, e tante altre cose.

Costrizione, dunque. Ma non costrizione educativa. Si tratta di qualcosa che ha invece a che fare con l’allevamento, che rappresenta in questo caso l’ombra, per così dire, dell’educazione. Riguarda indirettamente l’educazione, nel senso che la rende possibile, ma resta una cosa diversa.

È errato considerare questi casi di costrizione necessaria la prova dell’inevitabilità della costrizione in educazione.

Vi sono poi i casi disperati. In genere i genitori li raccontano all’esperto – il pediatra, lo psicologo, più raramente il pedagogista – non senza una qualche agitazione. Il bambino è diventato impossibile. Fa i capricci di continuo, è violento, maleducato, rende la vita impossibile ai genitori. Che fare?

Chi censurerà mai un genitore che aggredisce verbalmente un bambino insolente, e magari giunge a prenderlo a schiaffi? In effetti, se si considera la scena raccontata dal genitore, pare quasi impossibile dargli torto. A tratti vivaci, ci viene dipinta l’immagine di due poveri genitori vessati da un piccolo tiranno. Ma quella scena può essere compresa soltanto se allarghiamo la visuale.

Perché il bambino si comporta così? Può essere che stia vivendo un momento difficile, per varie ragioni. Può essere, ad esempio, che a scuola subisca le angherie di qualche compagno, e che questo lo renda nervoso o irritabile. Può essere che si senta meno amato del fratellino più piccolo, che è al centro delle attenzioni perché più bisognoso di cure. Può essere che i genitori stessi abbiano difficoltà di relazione, e che questa instabilità del sistema-famiglia si rifletta sul bambino.

Senza approfondire questo quadro, è difficile capire il comportamento del bambino. Quel che è certo, è che un intervento violento – sia nella forma verbale del rimprovero che in quella fisica dello schiaffo – non ha alcun valore educativo. Otterrà, forse, l’effetto di mettere a tacere momentaneamente il bambino, ma di sicuro non lo aiuterà a crescere.

Dietro la scena raccontata all’esperto di turno c’è, spesso, una intera storia di errori educativi. Se le relazioni con il bambino sono state basate fin dalla nascita su forme diverse di violenza – il rimprovero, il ricatto, la minaccia, la punizione – è assolutamente normale che il bambino ad un certo punto diventi a sua volta violento e che si comporti in modo da suscitare risposte violente. Le quali a loro volta confermano il comportamento violento, in un circolo vizioso dal quale è molto difficile uscire.

Il bambino ha imparato la lingua della violenza, e imparare un nuovo linguaggio relazionale, già a cinque o sei anni, può essere difficile. Addirittura impossibile, se chi gli sta intorno continua a parlare la vecchia lingua.

È chiaro che la domanda “Cosa dovrei fare?”, con la quale si cerca di mettere all’angolo chi sostiene il principio del rispetto educativo e del rigoroso rifiuto di ogni forma di violenza, è una domanda alla quale non è possibile dare che una sola risposta: “Smettere di fare quello che hai sempre fatto”. Ma è una risposta che sono disposti ad ascoltare soltanto quei genitori che di fatto hanno già cominciato a parlare un’altra lingua.

Gli altri continueranno a parlare della presunta distanza tra la teoria e la pratica, tra le belle idee dei pedagogisti e la concreta e difficile (e che sia tale nessuno lo negherà) prassi dell’educazione.

Antonio Vigilante


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