Mettersi a nudo per massaggiare il bambino

“Prima di iniziare il massaggio, toglietevi tutto quanto possa dare fastidio, graffiare, far male: anelli, orologi, bracciali….”
Ecco una delle frasi che ripeto sempre all’inizio degli incontri di massaggio: un’indicazione perlopiù rivolta alle mamme e ai papà che si accingono a massaggiare i loro cuccioli. Potremmo definirla una “norma di buona condotta”, utile proprio per non danneggiare chi viene massaggiato, soprattutto quando trattiamo con bimbi che si muovono e si spostano velocemente e inaspettatamente. Dietro questa indicazione pratica, però, c’è tutto un mondo di significato.
Il significato profondo del “togliersi tutto” l’ho capito nel tempo, incontro dopo incontro dei corsi che ho tenuto come insegnante, ma soprattutto quando io stessa, all’inizio di un trattamento, sono stata invitata a spogliarmi di qualsiasi orpello, anche di un elastico per capelli ormai allentato che non avrebbe infastidito nessuno né tantomeno fatto male durante il massaggio.
È una questione di energia che scorre, fluendo dal corpo di chi massaggia verso chi è massaggiato e da questo al di fuori, in circolo e indietro, ritornando al mittente, mai uguale a prima. È una questione di messa a nudo, ci si pone di fronte all’altro senza nient’altro che se stessi: senza nulla che possa proteggerci o nasconderci, ma anche senza qualcosa che possa ostacolare la nostra guarigione e ancorarci, essendo così, finalmente, liberi.

Liberi o liberati, questo è il mio dubbio lessicale ma anche ontologico: se sono liberato da qualcuno o da qualcosa, posso definirmi libero? Mi sono liberato o sono stato liberato? Sono libero o devo qualcosa a qualcuno, per avermi quantomeno aiutato a liberarmi? Posso andare avanti per un po’ con domande di questo tipo, arrovellandomi nel cercare le risposte. Però poi mi torna in mente una riflessione di Leboyer, maestro indiscusso nell’esprimere il significato del massaggio attraverso la poesia:

Attraverso di voi passa un’energia. Che non è vostra.

 
Ah… allora forse non sussiste più il dubbio tra chi libera e chi è liberato…

 
Questo massaggio non ha modificato anzitutto voi stesse?
Vedete: per liberare gli altri, dobbiamo essere liberi noi stessi.
Non possiamo dare se non ciò che possediamo.

Allora mi metto a nudo per dare, per ricevere, per far sì che l’energia scorra fra me e te, sia che io abbia bisogno del tuo aiuto, sia che io sia la persona che può dare questo aiuto.
Liberare cosa?

 
Ecco, se lo chiedeva anche Leboyer!

Questa forza che sonnecchia ancora (…).
Questa forza già pronta a destarsi, a fiorire, a scorrere.
Che si chiama vita.

E che diventa sempre più forte, più ricca man mano che voi la date.

Ecco allora che due persone sono poste una vicina all’altra, pronte ad incontrarsi e a scambiarsi qualcosa di profondo: il massaggio si avvia con una serie di rituali che ne sanciscono l’inizio, ne anticipano l’importanza e danno una scansione temporale e un’impronta ritmica a quello che verrà. La mano dice, il corpo parla, l’essere risponde. Il calore si trasmette tra i corpi e nell’ambiente, come si diffondono gli ormoni e si captano le percezioni, più o meno nitide. E l’energia vitale scorre, fra noi, che ne siamo strumento e mezzo di trasmissione, e in noi, che la doniamo e la riceviamo, uscendone sempre diversi da prima, in fondo, toccati.

Nicoletta Bressan

*frasi tratte da Leboyer F. (1996), Shantala. L’arte del massaggio indiano per far crescere i bambini felici, Sognonzo Tascabili, Milano, pagine:103-123


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