Educare i bambini con la violenza non è educare

“Una bella sculacciata non ha mai fatto male a nessuno”, “Ringrazio mio padre per i ceffoni che mi ha dato”. Quante volte abbiamo sentito ripetere frasi come queste, spesso col sorriso sulle labbra e presumibilmente da adulti che, a loro volta, sculacciano e prendono a ceffoni i propri figli.

Una delle peggiori conseguenze delle punizioni corporali, infatti, è che da adulti le si considera come una cosa priva d’importanza, fino alla derisione. Ma c’è un solo modo per vedere davvero ciò che sono le punizioni corporali: mettersi dalla parte del bambino, che ne è terrorizzato.

Se si considera che nella gran parte dei Paesi del mondo la percentuale dei bambini picchiati è del 90-95% sia in famiglia che a scuola, viene naturale chiedersi: perchè i bambini sono l’unico gruppo sociale che è permesso picchiare? Gli adulti sono protetti dalla legge: nessuno considera normale che un adulto picchi i propri anziani genitori che per problemi di senilità rifiutano di mangiare o di lavarsi.

Ma per problemi sempre di età e di immaturità del cervello, è ammesso schiaffeggiare i bambini, e si arriva al punto che ci sono ancora libri che raccomandano lo schiaffo pedagogico o la sculacciata: picchiare un bambino è “per il suo bene”.

E – sempre per il loro bene – i bambini possono restare segnati anche in altri modi oltre che dalle botte ricevute dai genitori e dai maestri: sguardi, giudizi, mortificazioni, punizioni possono avere degli effetti devastanti. Ma il primo “metodoeducativo resta quello delle botte, che non solo non è inviso ai più, ma al contrario viene raccomandato.

Le botte sono indirizzate al corpo. E il corpo umano reagisce come il corpo di un animale di fronte a un’aggressione: l’istinto alla conservazione e alla sopravvivenza della specie spinge l’animale aggredito alla difesa o alla fuga. Ma un bambino non può fuggire né difendersi, così il flusso di ormoni diffuso nell’organismo, normalmente salvifico, diventa distruttivo. Non importa che sia picchiato con o senza affetto, non cambia nulla: il corpo non tiene conto dell’intenzione, ma dell’aggressione.

Va da sé che sculacciare i bambini è inutile e dannoso. Magari, nell’immediato, li riporta all’ordine, ma alla lunga li rende più aggressivi. Lo si evince da una recente indagine condotta sui bambini dai 3 ai 5 anni sculacciati regolarmente dai genitori. Questi bambini (soprattutto quelli di 5 anni) hanno successivamente evidenziato, alle scuole elementari, comportamenti più aggressivi della norma, un vocabolario ridotto e capacità verbali inferiori alla media. Ma non solo: triplica il rischio di comportamenti antisociali, riduce le capacità cognitive.

Eppure più di un quarto dei genitori italiani ricorre allo schiaffo. “Uno schiaffo non finisce mai, le conseguenze di uno schiaffo, soprattutto se reiterato, non sono neutre. Un bambino può diventare, con l’andare del tempo, aggressivo e nervoso, o, al contrario, deprimersi, ed è importante che i genitori siano consapevoli di ciò”: lo dice Valerio Neri, direttore di Save The Children Italia.

Un genitore consapevole non picchia mai, non urla, le sue armi sono la pazienza, l‘esempio, la dolcezza. Spieghiamo ai nostri bambini dove hanno sbagliato, parliamo con loro dolcemente e se necessario con fermezza, ma non picchiamoli mai, non umiliamoli, non deridiamoli: siamo educatori, non carnefici.

Anita Molino

Per approfondire l’argomento consigliamo la lettura de La sculacciata, Amarli senza se e senza ma, Genitori con il cuore


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  • Valentina

    Sono d’accordo in tutto….ma a volte mi capita…esasperata…la sculaccioni. mi capita soprattutto quando sono tutto il giorno da sola coi miei figli, 32 mesi e 14 mesi. inizio la giornata cercando di portare pazienza, parlare con dolcezza, spiegare i vari momenti…a volte non riesco ad andare in bagno o mangiare serenamente…e dopo l’ennesima volta che chiedo di essere ascoltata a volte mi scappa con il più grande. E mi arrabbio tanto.Naturalmente poi mi sento uno schifo. Vorrei essere sempre accogliente, ferma, positiva, ma non ce la faccio