Il massaggio al bambino fatto dal papà!

Sappiamo bene che negli ultimi decenni il ruolo del padre è andato mutando: i papà sono sempre più coinvolti nell’accudimento e nell’accompagnamento dei bambini, sin dalla nascita. Se i nostri nonni e, a volte, persino i nostri padri, non cambiavano pannolini, non ci tenevano troppo in braccio, e pensavano che la cura del bebè fosse cosa da donne, oggi la maggior parte dei papà è direttamente coinvolta in questo tipo di mansioni e, soprattutto, nella prossimità fisica che esse comportano.

I papà sono i primi (e forse gli unici) a poter essere accanto alle mamme, sostenendole fisicamente ed emotivamente durante gravidanza, parto e post-parto. Sono coloro che si svegliano la notte per cullare il bambino che non dorme e per cambiarlo, vogliono essere presenti e partecipi alle visite e ai momenti più importanti della vita del bebè.

Ci sono però anche degli aspetti della vita dei padri che non sono mutati, o almeno non così tanto da andare pari passo con i cambiamenti nell’accudimento. Gli uomini solitamente continuano a lavorare durante la gravidanza e il primo anno di vita del bambino, cosa che li rende meno presenti e partecipi allo sviluppo e alla crescita dei loro cuccioli.

La proposta del congedo di paternità alla nascita del bambino, che inizialmente prevedeva due o tre settimane in cui i padri potessero prendersi cura dei bebè e delle compagne subito dopo la nascita del figlio, è stata ridotta in modo marcatamente denigratorio a un giorno di astensione obbligatorio dal lavoro.

Il tempo di conoscere il proprio bambino, ascoltarlo, sintonizzarcisi, accudirlo, nonostante le speranze è così rimasto quello della sera dopo il rientro dal lavoro, o quello del week-end (a seconda delle professioni, ovviamente).

E così i nuovi papà, tanto coinvolti nella nascita dei loro figli dal punto di vista fisico, psicologico, emotivo, spirituale, sociale, si ritrovano a dover comunque vivere una lontananza forzata dai propri bambini. Ma cosa c’entra il massaggio con tutto questo?

Pensiamo che per l’uomo la gravidanza è un fattore principalmente mentale, concretizzabile soprattutto attraverso la mediazione della compagna, con l’accarezzamento del pancione e l’ascolto del bebè che vi abita: sin dall’attesa il tocco è un medium fondamentale per restituire consistenza e fisicità a tutti i pensieri che affollano la mente, per placare ansie e paure, per poter affermare “Ci sei. Io ti sento. Sei reale”.

Il tocco diventa così veicolo di presenza e conoscenza, il senso che può confermare la propria paternità fisica, anche se dall’esterno. Alla nascita del bambino, questo tocco può ovviamente continuare: è in questo momento che l’uomo diventa veramente padre, vedendo il figlio, tenendolo tra le braccia, instaurando (o re-instaurando!) una comunicazione diretta con lui.

L’accudimento del bambino è molto fisico: il bagnetto, il dondolamento per calmare il pianto, il cambio del pannolino, la nutrizione, ne sono semplici esempi. Il soddisfacimento dei bisogni primari, ce ne accorgiamo soprattutto con i più piccoli e con le persone anziane, passa proprio per gesti manipolatori di un corpo sensibile, incapace di “fare da sé”.

Ma questa manipolazione non è mai meccanica (o almeno non dovrebbe esserlo): negli spostamenti, nelle prese, il bambino sente tutto, sente il nostro tono muscolare, se siamo nervosi o rilassati, se siamo concentrati su di lui o su altro. I papà, spesso, hanno quel tocco magico che alle mamme manca dopo aver passato infinite ore con i loro piccoli.

Dopo una lunga giornata di lavoro, in cui magari il pensiero è volato più volte a casa, finalmente il padre può ritrovare la propria compagna e tenere il suo piccolo fra le braccia. Spesso la sua presa è così desiderata da essere rilassata nonostante la stanchezza, è rassicurante, appunto presente.

La mamma invece, dopo una lunga giornata passata solo all’insegna dell’accudimento fisico, a volte sente un’invasione del proprio spazio vitale: è una cosa normalissima, immaginate se il vostro compagno, che amate tantissimo, passasse tutta la giornata a chiedervi di tenerlo abbracciato!

Se pensiamo che questo si ripete ogni giorno, e spesso ogni notte, capiamo quanto sia normale sentirsi addosso un pesante zaino di stanchezza: l’accudimento fisico può rubare molte energie perché chiede tutto. Ecco che allora il rientro a casa del papà diventa una salvezza: l’uomo che è stato saturato da una giornata di impegni lavorativi ha spesso una differente presenza fisica, che aiuta mamma e bambino a ritrovare la propria serenità.

In tutto questo discorso, il massaggio ha una connotazione particolare: anch’esso era considerato “roba da donne” e a volte lo è ancora, ma quando il padre è così presente e coinvolto fisicamente con il proprio figlio, il massaggio al bambino diventa un mezzo nuovo per poter comunicare, che esula la cura immediata andando a toccare canali più profondi, di conoscenza, legame, affettività.

Negli ultimi anni incontro molti papà, con una grande competenza emotiva e tanta voglia di viversi questa esperienza.

Capita che venga richiesto di organizzare un corso la sera o al sabato, in modo da poterli includere negli incontri. Quando questo è possibile, i papà diventano spesso i protagonisti dei corsi stessi: le mamme lasciano fare, imparano i massaggi e li ripetono a casa, ma consentono ai compagni di avere un momento speciale, tutto per loro.

Simpaticamente, io li chiamo: “i corsi dei papà” e lì dentro accadono cose meravigliose.

Nel prossimo articolo ve ne racconto qualcuna!

Nell’attesa, auguro tante coccole a tutti!

Nicoletta Bressan


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