L’assegno di mantenimento: le nuove regole

Parliamo ancora di denaro o meglio, di quanto questo rappresenti uno dei principali – se non forse in assoluto il prioritario – motivo di contendere quando il matrimonio naufraga, trascinando la coppia in un vortice di rivendicazioni e di ripicche degne dei più accesi conflitti.

In presenza di una evidente disparità economica tra i coniugi, ai fini della determinazione della misura dell’assegno di mantenimento non rileva il mero stile di vita, concretamente adottato dal nucleo familiare in costanza di matrimonio, bensì il tenore di vita potenzialmente conseguibile alla luce delle risorse a disposizione della famiglia.

E’ quanto affermato dalla Cassazione con la sentenza n. 23442/2013, laddove il Giudice di legittimità, chiamato a pronunciarsi in tema di assegno divorzile, ha inteso chiarire i parametri di calcolo della misura del contributo post matrimoniale in favore del coniuge c.d. “debole”.

In proposito, la Corte ha inteso rifarsi alla differenza intercorrente tra i concetti di “stile di vita” e “tenore di vita”: dalla pronuncia si evince, infatti, come, in presenza di un’ingente disponibilità economica,  l’eventuale adesione dei coniugi ad uno stile di vita definito di “understatement” o “di rigore” rappresenti una scelta elettiva di natura temporanea, insuscettibile di incidere sul complessivo “tenore di vita” della coppia, da intendersi quale complesso delle risorse economiche dei coniugi, tenendo conto di tutte le potenzialità derivanti dalla titolarità del patrimonio in termini di redditività e di capacità di spesa.

Tale situazione determinerebbe, infatti, di per sé, nel coniuge economicamente più debole, una giustificata aspettativa di elevato benessere, passibile di essere di per sé considerata anche qualora non si traduca  in un vistoso cambiamento di stile di vita, quantomeno in un determinato periodo della convivenza.

La Cassazione ha, quindi, ritenuto condivisibile il ragionamento fatto proprio dalla Corte d’Appello di Firenze che, al netto della valutazione della estrema brevità e sporadicità dell’unione ed a fronte della  pur riconosciuta “rispettabile condizione economica” del coniuge debole – primario ospedaliero e proprietaria della casa in cui viveva – ha ritenuto di riconoscere alla stessa il diritto a percepire un assegno divorziale da parte dell’ex marito, titolare di un importantissimo patrimonio immobiliare.

Ciò dichiaratamente in ragione del notevole dislivello economico esistente fra le due parti, tale da far ritenere che, al di là di quanto effettivamente avvenuto in costanza di matrimonio, l’ex moglie avrebbe, quantomeno potenzialmente, potuto godere di un tenore di vita sensibilmente più elevato di quello autonomamente sostenibile dopo la fine dell’unione.

Con tale pronuncia  – a modesto parere di chi scrive –, la Corte ha, quindi, inteso declinare il valore del vincolo coniugale in un’ottica contrattuale di natura prettamente economica, accettando, in maniera più o meno consapevole, il rischio di degradare a mero folclore i significati più profondi ed autentici dell’istituto. Vengono, per contro, tristemente avallate logiche di monetizzazione” degli affetti tanto dannose quanto distorte, seppure in linea con l’ideologia consumistica dilagante.

Avv. Paola Carrera (Avvocato familiarista a Torino)


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