Educazione e bullismo a scuola

Credo che in pochi non abbiano visto il video di bullismo a scuola girato a Bollate, in cui una ragazzina malmena violentemente una coetanea. I coetanei presenti non solo non intervengono ad aiutare la vittima, che viene persino presa a calci in testa, ma si sentono voci che incitano la ragazza che picchia, e almeno uno dei presenti ha cura di filmare l’intero episodio col telefonino.

 
L’episodio, in sé, sgomenta. Sgomentano forse ancor più i commenti degli adulti su facebook: la maggior parte sono accomunati dalla violenza (“Se lo facesse mia figlia io allora le farei questo e quell’altro” “se lo facessero a mia figlia prenderei l’altra ragazzina e le farei questo e quest’altro”) e orientati a stigmatizzare le famiglie di provenienza dei “bulli”.
Famiglie che con tutta probabilità avranno la loro corresponsabilità (per quanto è possibile che tutti i presenti, tutti, non solo quella che picchiava ma anche chi la sosteneva e la filmava, anche chi taceva e non interveniva, provengano da famiglie fortemente disfunzionali e disagiate?).
Famiglie che però, se si guarda all’età dei coinvolti, da almeno un decennio condividono la responsabilità educativa con la scuola. Se ne facciamo un discorso quantitativo, raramente un bambino scolarizzato passa in famiglia altrettanto tempo (di veglia) che a scuola.
E comunque, anche ipotizzando una totale inadeguatezza di tutte le famiglie dei ragazzi coinvolti in tutti gli episodi di bullismo, a questa inadeguatezza la scuola stessa si propone come antidoto. La scuola stessa si propone come formatrice civica dei bambini e dei ragazzi quali membri di una collettività: si deve andare a scuola per “imparare le regole”, per “imparare a convivere con gli altri”, per “confrontarsi con persone eterogenee”… per “socializzare”, appunto.
Lo sanno bene i genitori homeschoolers ai quali viene rimproverato di “non dar modo ai loro figli di socializzare”, e che si sentono paventare, per i loro figli, un futuro da “disadattati” e “asociali”.
Ma allora, questa socializzazione scolastica così imprescindibile, così vitale da dover iniziare il prima possibile (a tre anni quando si inizia “tardi”) e il più intensivamente possibile, come può dare questi esiti? Sono eccezioni incidentali? Isolate?
Alla prova dei fatti, è difficile pensarle come tali. Il bullismo non può esser ridotto a devianza sociale accidentale, sembra essere piuttosto un fenomeno strutturale della socializzazione scolastica.

Vediamo un po’ di cifre: secondo una ricerca condotta dal Censis per il Ministero della pubblica istruzione (“Vissuti e esiti della scolarizzazione: il fenomeno del bullismo e l’integrazione degli alunni immigrati”) le famiglie che denunciano episodi di bullismo sono il 49,9%. Nelle scuole medie le classi coinvolte raggiungono il 59%. I fenomeni di bullismo vengono percepiti dai genitori come in crescita, mentre si abbassa l’età media dei bulli (il 38,5% dei genitori segnala episodi di bullismo già alle scuole primarie).

Alessia Filippi in Il bullismo scolastico scrive: “La scuola, palestra di apprendimento per la vita, nasconde, nel suo tessuto di relazioni tra pari, una cultura di violenza poco presa in considerazione dagli adulti, infatti le sfide più grandi dei ragazzi e delle ragazze non sono tanto le interrogazioni e gli esami, ma il processo di inserimento nel gruppo dei coetanei e l’intreccio di relazioni con gli adulti-insegnanti.
Ogni scuola ha una sua sub-cultura di convivenza. Il bisogno di sentirsi parte, di essere accolti e valorizzati, sovente dev’essere pagato a caro prezzo da chi per la prima volta accede agli spazi di vita di una scuola.
Il gruppo dominante impone le sue leggi ed i costi da pagare per il diritto di cittadinanza, chi non è disposto ad accettarne le richieste o non condivide i principi di prepotenza su cui regge diventa bersaglio di persecuzioni”.

Ecco dunque che il fenomeno del bullismo è una componente strutturale al tipo di socializzazione scolastica, non semplicemente una sua degenerazione. Si potrebbe obiettare che in ogni contesto di socializzazione tra i pari queste dinamiche di inclusione-esclusione possono attuarsi, ma nessun altro contesto è così intensivo quanto quello scolastico (Marcuse inseriva la scuola a pieno titolo nelle “istituzioni totali”), e nello stesso tempo strutturalmente separato dal contesto familiare.
Questo per Neufeld (I vostri figli hanno bisogno di voi) rappresenta la radice del problema: “I bambini trascorrono precocemente gran parte della giornata in contesti nei quali si ritrovano gli uni in compagnia degli altri. La maggior parte del contatto avviene con altri bambini anziché con gli adulti che contano nella loro vita; e trascorrano molto meno tempo creando un legame con adulti e genitori. Mentre crescono, il processo non fa che accellerare. “.
E’ un processo così endemico che Neufeld parla di “cultura degli attaccamenti mancati”.
In tali circostanze ai bambini non resta che formare relazioni di attaccamento gli uni agli altri (il cosiddetto “orientamento ai pari”). Le relazioni tra coetanei però, coinvolgendo persone fisiologicamente immature, sono intrinsecamente insicure. Il bambino si trova nella condizione di ricercare incessantemente approvazione e conferma della propria appartenenza al gruppo. In un contesto simile l’emergere dell’individualità, la spinta al progresso e all’iniziativa personale, vengono ridicolizzate e attaccate. Il bambino stesso, percependo la propria individualità e autonomia di giudizio come ostacoli che si frappongono tra sé e gli oggetti del suo attaccamento primario, finisce per considerare la propria dimensione personale come facilmente e giustamente sacrificabile.

Le conseguenze di questo processo in termini di conformismo al gruppo e di connivenza con le azioni del “capobranco” sono facilmente desumibili. Consideriamo attentamente che gli esecutori materiali degli atti di bullismo sono solo la punta dell’iceberg: dagli studi emerge che la maggior parte degli studenti sostiene passivamente o incoraggia attivamente atti di bullismo e violenza. Si stima che meno di uno su otto tenti di intervenire.

Perché tutta questa aggressività? Perché il bisogno di ostilità e violenza sembra crescere?

Vediamo di scoprirlo nel prossimo articolo 🙂


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