Bambini a tavola: l’importanza del dialogo

Non tutti i genitori possono contare sulla fortuna di avere figli chiacchieroni e comunicativi ed alcuni bambini a tavola sono più restii di altri a confidarsi perché caratterialmente schivi e riservati.

A nessun genitore piace sedersi a tavola e sentirsi rispondere a grugniti o amonosillabi… Ma durante i pasti, tutti raccolti intorno al tavolo, la vicinanza fisica, la condivisione e l’intimità dei gesti possono rendere la comunicazione più semplice… Possiamo trovare in cucina svariate occasioni in cui incoraggiare i nostri bambini a parlarci e raccontarci di sé e della propria giornata fuori casa a scuola o all’asilo.

A volte forse non pensiamo abbastanza a come i nostri figli ci vedono ed all’idea che hanno di noi. Il più delle volte la figura di un genitore appare ad un bambino irraggiungibile ed imponente, sotto tutti i punti di vista, ma anche il genitore più temuto e serioso, calato nella realtà di un impasto o mentre gira il sugo in padella, può apparire al figlio più accessibile e vicino.

Non sottovalutiamo neppure il fatto che fare insieme, la condivisione di un incarico, mettere insieme una cena o preparare la tavola, possono creare complicità ed intesa e sciogliere miracolosamente tensioni e conflitti.

A volte può risultare utile cominciare da noi stessi. Se, per esempio, conosciamo le difficoltà di nostro figlio ad aprirsi, perché non raccontare qualcosa della nostra giornata e delle nostre difficoltà?

Spesso siamo restii a rivelare loro le nostre ansie nel tentativo di proteggerli da preoccupazioni che non riteniamo opportuno conoscano, eppure i nostri figli sono abilissimi ad intercettare ogni stato d’animo celato o pensiero inespresso. Uno scambio d’occhiate troppo rapido con l’altro genitore, una frase criptica o interrotta a metà quando ci rendiamo conto di essere ascoltati da chi non dovrebbe, li mettono immediatamente sul chi va là.

A volte è meglio spiegare con parole dirette ma semplici e adatte all’età, che mamma o papà non sono nella loro forma migliore perché distolti da altre priorità che con loro nulla hanno a che vedere.

I bambini eviteranno di sentirsi responsabili dei nostri malumori, e di ingigantire l’accaduto immaginando scenari catastrofici. Inoltre, spinti dalla nostra onestà e dimostrazione di fiducia, potrebbero finalmente decidere di aprirsi a loro volta.

Altre volte ancora, per dar vita al dialogo, può essere utile sostituire alla domanda diretta un interrogativo su di un soggetto “neutro” che, pur essendo di interesse del bambino, non lo metta a disagio facendolo sentire oggetto di un’indagine.

Così, anziché chiedergli “com’è andata a scuola?” potremmo chiedergli se ha fatto la pace con quel compagno con cui il giorno precedente ha bisticciato. Una volta rotto il ghiaccio sarà più facile spostare la conversazione anche su argomenti che ci stanno più a cuore.

Come sempre accade quando si tratta di rapporti umani, non esistono soluzioni preconfezionate e pronte all’uso, sta a noi immaginare ed applicare (anche per tentativi ed errori) il sistema che sembra funzionare meglio in base all’età e personalità dei nostri bambini e ragazzi.

Michela Boscaro


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