Crescere i bambini nell’attaccamento

L’anno scorso, in questa occasione, abbiamo aperto la Fiera con qualche considerazione rispetto alle difficoltà di crescere i figli in una società che sta dimostrando un’avversione evidente nei confronti della famiglia, della stabilità delle relazioni, del rispetto dell’essere umano e in particolar modo un’ostilità sempre più aggressiva nei confronti delle esigenze dei bambini.

È trascorso un anno e purtroppo registriamo una netta accelerazione dell’agenda di tutte le forze che mirano all’annientamento della famiglia. La situazione, a parer nostro, è molto grave, e tuttavia non è su questo quadro che vorrei focalizzare l’attenzione in questo momento.
Preferisco proporre una considerazione sull’educazione sentimentale, relazionale, affettiva.

Abbiamo assistito di recente a un video di una ragazza che picchiava violentemente una sua coetanea davanti ad altri compagni, dei quali nessuno interveniva per fermare il pestaggio, ma anzi molti si divertivano a fomentare la violenza e umiliare la ragazza più debole.
Un caso di bullismo come tanti, troppi, senza dubbio. Ma questo lo abbiamo visto con i nostri occhi, e ne siamo rimasti impressionati. Com’è possibile che si sia giunti a episodi così al limite? Nei giorni successivi la responsabile del pestaggio continuava a vantarsi sulla sua pagina facebook, ben felice dell’improvvisa notorietà.

Ora, l’episodio a me sembra interessante perché emblematico di uno squilibrio abbastanza tipico dei nostri tempi: mentre le sfera mentale e del pensiero logico-razionale è molto stimolata (a scuola, per esempio, con un nozionismo esasperato fin dalle elementari, quando non dalla materna), mentre la sfera corporea lo è altrettanto (attraverso lo sport, anche a scuola), la grande assente sembra la sfera dei sentimenti di attaccamento, la sfera psichica dell’emotività affettiva, dell’empatia, quella cioè che potremmo anche chiamare sfera del cuore.

È attraverso un sano sviluppo di questa sfera che siamo in grado di vedere l’altro non come un concorrente, un rivale, un nemico da abbattere, da umiliare, da opprimere, bensì al contrario come un nostro pari, come uno specchio dove possiamo ritrovare la nostra stessa umanità.

Con una sfera del cuore mediamente sana siamo in grado di metterci nei panni degli altri, siamo naturalmente portati a comprenderli, a prendere in considerazione il loro punto di vista e, siccome in essi riconosciamo una parte di noi stessi, rifuggiamo dal far loro del male. Il contrario sarà se questa sfera non si sta sviluppando in modo ordinato. Allora scaturiranno l’aggressività, il disprezzo, la brutalità, l’umiliazione, e d’altro canto la depressione, la disperazione, il senso di rifiuto, lo smarrimento. Da qui una delle strade che può portare a rifugiarsi nell’ottundimento della coscienza grazie a vari tipi di sostanze psicotrope, in primis l’alcol.

Come tutti noi sappiamo molto bene le cause di questa condizione sono varie e complesse. A me in questo momento preme sottolineare cosa può fare la famiglia, perché è bene non perdere di vista che la prima e più importante funzione educativa è e rimane della famiglia. Dunque è davvero fondamentale che a partire dalla famiglia si diventi consapevoli di certe dinamiche relazionali, del valore dell’esempio, dell’importanza della coerenza nelle scelte morali, nel diventare coscienti delle effettive necessità psicologiche dei bambini nel corso delle tappe evolutive.

E dopo, ma a fianco della famiglia, c’è la scuola, non fosse altro che a motivo del tempo trascorso in quest’istituzione. Abbiamo bisogno di “buoni insegnanti che siano anche “insegnanti buoni”, cioè esempi umani per i bambini e i ragazzi. È stranota la situazione precarissima della scuola in Italia, e tuttavia non dobbiamo perdere la speranza, se non nell’istituzione in sé, quanto nella coscienza e nel senso di responsabilità di molti maestri e professori che, a dispetto di tutto e tra mille difficoltà, fanno sempre del loro meglio.

Sono tutte considerazioni queste che rimandano a temi di eccezionale portata e suscettibili di amplissimi sviluppi.

Desidero citarne brevemente solo uno, che ci è particolarmente caro: il senso di attaccamento, il legame che unisce in primo luogo i genitori e i figli e poi questi ultimi con i nonni e gli altri membri della famiglia (naturalmente quando sono disponibili).
È proprio questo uno dei doni più preziosi che i genitori possono offrire ai loro figli: un forte senso di attaccamento. I figli dovrebbero spontaneamente guardare ai genitori come esempi, come guide, come fari per la decifrazione del mondo e l’acquisizione spontanea di modelli comportamentali positivi. Un forte senso di attaccamento e di appartenenza rappresenta una delle migliori difese contro l’aggressività e i pericoli del mondo. E pur tuttavia questi concetti sono ancora tutt’altro che acquisiti da parte di molti genitori, anche colti e per altri versi responsabili e assennati.
Ecco allora scelte educative e comportamenti a rischio per semplice mancanza di consapevolezza, legami allentati o addirittura spezzati per superficialità. Il tutto in una condizione come quella attuale, dove più che mai i bambini andrebbero protetti fino a quando non abbiano sviluppato resistenza e centratura interiori, capacità critiche e maturità sufficiente per proteggersi a sufficienza da sé.

Mi sento di chiudere con questa osservazione: ai nostri tempi quel che viene richiesto ai genitori è molto di più di quanto veniva richiesto anche solo cinquant’anni fa. Allora la famiglia era sostanzialmente accordata sulla società, nel senso che quel che si apprendeva in famiglia lo si ritrovava, almeno nelle linee essenziali, in seno alla società. Ora è dolorosamente diverso: la famiglia si trova spesso a difendere posizioni e scelte educative in netta contrapposizione rispetto a buona parte degli altri corpi sociali.
Ci vuole molta più consapevolezza, molto più impegno e determinazione.

Molto più coraggio.

D’altronde, cosa non faremmo per i nostri figli?

Infine sono anche molto lieta del fatto che siamo riusciti a portare in questa Fiera l’ultima novità, un libro di una guida spirituale nativa americana incentrato su tutti questi temi e di cui mi piace ricordare una frase particolarmente significativa e piena di speranza:

Non è mai troppo tardi per avere un’infanzia felice

Anita Molino


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