La pedagogia dalla parte dei bambini di Mario Lodi

Lo scorso 2 marzo è mancato Mario Lodi, maestro elementare e scrittore che ha sostenuto una pedagogia dalla parte dei bambini. E’ forse strano parlarne in una rubrica incentrata sull’homeschooling, perché Lodi, nei suoi 92 anni di vita, è stato decisamente “dentro” la scuola.

E’ stato una figura emblematica di maestro, è stato artefice della nuova scuola democratica, amico e ispiratore di Don Milani, che proprio da lui mutuò la pratica della scrittura collettiva cui dobbiamo la celebre “Lettera a una professoressa”; a lui dobbiamo “l’importazione” della pedagogia di Freinet, la formulazione di un ideale di istruzione che abbandonasse la struttura trasmissiva, gerarchica, selettiva, passivizzante, in virtù di una didattica che promuovesse la collaborazione, il pensiero critico, l’incontro basato sull’amore, perché “solo con l’amore si riesce a scoprire la vita dei bambini”.

Lodi è stato un maestro, intendeva elevare la scuola pubblica a reale formatrice di cittadini “responsabili”, per quanto si dicesse apertamente deluso dal sistema scolastico: “non è nata la nuova scuola che avevamo in mente. Se mi guardo indietro, se penso al nostro lavoro di quei decenni, tutto mi sembra vanificato. Oggi è prevalsa la scuola tradizionale, un modello competitivo che somministra nozioni e dà la linea”.

Non ha mai indicato l’educazione parentale come alternativa. Non credo si sia mai espresso sull’homeschooling ma probabilmente se lo avesse fatto ne avrebbe parlato criticamente.

Eppure le questioni didattiche che pone, il suo intento trasformatore della didattica tradizionale, la sua denuncia dell’autoritarismo, i richiami alla necessità di rendere il bambino, e non la scuola stessa, al centro della didattica, lo rendono pensatore estremamente in linea con le tematiche care all’istruzione parentale.

La sua critica alla scuola probabilmente è più dura di quella che un genitore homeschooler potrebbe mai formulare!

Pensateci, pensiamoci, quando ci arriva la classica critica “Se i tuoi figli non vanno a scuola non puoi sapere com’è”… pensiamo a Mario Lodi, che lo sapeva bene!

Diceva: “Gli alunni sono sovente distratti, non si interessano alle lezioni che preparo scrupolosamente, dimenticano di fare firmare ai genitori le osservazioni sul loro comportamento, dimenticano perfino di acquistare i quaderni. In compenso tengono in classe una disciplina passiva che mi sgomenta: fermi come statue, coi cervelli inerti, spesso non restituiscono nemmeno il sorriso. […] Indubbiamente per questi ragazzi la scuola è sacrificio; il loro comportamento passivo lo dimostra“.

E ancora: “Ma qual è la causa? È facile attribuirla alla scarsa volontà e al carattere dei ragazzi; e se fosse altrove, ad esempio nell’organizzazione della scuola stessa? Tanto nella società come nella scuola credo non ci possano essere che due modi di vivere: o la sottomissione a un capo non eletto, oppure un sistema in cui la libertà di ognuno sia rispettata, condizionata solo dalle necessità di tutti. Il paternalismo, nella società degli adulti come nella scuola, non è che una forma insidiosa dell’autoritarismo che concede una finta libertà. Se la scuola non deve soltanto istruire, ma anche e soprattutto educare, formando cioè il cittadino capace di inserirsi nella società col diritto di esporre le proprie idee e col dovere di ascoltare le opinioni degli altri, questa scuola fondata sull’autorità del maestro e la sottomissione dello scolaro non assolve al suo compito perché è staccata dalla vita”.

Alla luce di questo ritengo legittimo considerare la sua pedagogia è un’eredità comune, sia a quegli insegnanti che perseguono una scuola “altra”, sia ai genitori che intendono occuparsi direttamente di istruzione.

Mario Lodi raccontava che, nel suo primo giorno di scuola da maestro, a inizio anni Cinquanta, “Uno dei bambini si alzò e andò a guardare cosa succedeva sui tetti di fronte. A poco a poco anche gli altri fecero lo steso. E allora mi domandai: lasciar fare o reprimere? Così mi alzai, e insieme a loro mi misi a guardare il mondo dalla finestra.”

Ma attenzione: non intendo ridurre tutto questo a stigmatizzazione della scolarizzazione. Al contrario, il monito di Lodi è ancor più valido se trasposto all’istruzione parentale. E’ assolutamente necessario, perché l’home schooling conservi la sua ragion d’essere e non diventi trasposizione domestica del modello scolastico tradizionale, che il genitore abbia ben chiaro che il suo compito non è “preparare scrupolosamente lezioni da impartire”, ma, al contrario, imparare insieme.

Impegnarsi a guardare fuori dalla finestra con il bambino. Senza puntare l’indice su quello che il bambino dovrebbe guardare, senza mai ritenere alcuna parte del panorama indegno di attenzione.
Ogni educatore, che sia insegnante o genitore, non dovrebbe saper fare molto più di questo.

Infatti, per Lodi i requisiti irrinunciabili per un insegnante (nelle sue parole inteso in senso stretto, nella mia ottica maestro è chiunque insegni, vivendola con noi, la vita) altro non sono che “possedere un cuore, che è un motore potente. E poi attaccarsi al bambino, seguirlo con dedizione, riuscirne a scrutare i talenti nascosti. Senza mai dimenticare che il compito della scuola (io direi dell’istruzione, scolastica o non scolastica che sia) è trasformare un gregge passivo in un popolo di cittadini pensanti”.

Lodi andava ancora oltre.

Non lo definiva unschooling, eppure portava un germe di unschooling nella scuola. Quando gli riempivano le classi di ragazzi ripetenti, con “disturbi di apprendimento”, diremmo oggi, lui “con il contadino andava in campagna, insieme al pescatore arrivava al fiume. E contemporaneamente spiegava storia e geografia”.
“Il bambino impara giocando da quando nasce”, scriveva ancora Lodi “restituiamo ai bambini il piacere di scoprire – giocando- concetti scientifici e abilità tecniche che li aiutino ad ampliare la loro cultura”.

Lo trovo un perfetto obiettivo per qualunque percorso di apprendimento. E lo trovo particolarmente adatto a quei percorsi che abbiano come priorità non dividere cultura ed esperienza, gioco ed apprendimento, vita vissuta e vita scolastica.

L’home schooling non è certo l’unica via perché questo possa accadere. E’ forse però l’unica via che consente non solo al bambino, ma anche all’adulto, il diritto, il piacere, di imparare senza sosta, giocando, vivendo.

Da quando ho conosciuto Lodi (i suoi scritti) ci penso spesso a quanto sono davvero capace di stare alla finestra con le mie bambine, di guardare proprio laddove mi indicano, di saper realmente guardare (non che prima non ci pensassi, ma lo stesso pensiero assumeva altre immagini… questa di Lodi la trovo straordinariamente evocativa).

So per certo che, sotto questo aspetto e sotto moltissimi altri, il contributo di Lodi sarà, per me, sempre presente. E non ho alcun dubbio che lo sarà anche per tutti coloro che, educativamente, abbandonano la verticalità trasmissiva e si scalzano in ricerca.

Irene Malfatti


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Una replica a “La pedagogia dalla parte dei bambini di Mario Lodi”

  1. Georgiana scrive:

    Illuminante!!!!

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