Portare i bambini, fare loro spazio

Portare i bambini fasciati al corpo implica far entrare una persona nel nostro spazio personale e più precisamente nel nostro spazio intimo. Quello spazio dove hanno un accesso privilegiato solo le persone con cui abbiamo un forte legame affettivo ed intimo e che è percepito diversamente in base alla nostra cultura di provenienza.

Da questo stretto legame derivano spesso le maggiori difficoltà legate al portare. Tenere una persona così vicino non è semplice, implica per chi porta un impegno fisico e psichico. Implica un fare spazio nella propria vita, nella propria testa, nel proprio cuore, implica sentire le proprie difficoltà, la propria fatica, i propri limiti.

Quando un genitore prepara la fasciatura compie dei movimenti per preparare lo spazio che andrà ad accogliere il bambino, prende le misure ed immagina lo spazio che andrà ad occupare, gli concede fisicamente e mentalmente di entrare nel proprio spazio intimo, nella propria vita. Uno spazio sia mentale che fisico.

Già in gravidanza i genitori imparano spesso a lasciar pian piano spazio per l’arrivo del loro bambino. Ad esempio iniziano a preparargli uno spazio in casa: dove dormirà, dove verrà cambiato; gli preparano uno spazio “temporale”: diminuendo le ore di lavoro o rimanendo a casa, concedendosi delle passeggiate, un incontro con l’ostetrica, l’ecografia per vedere come cresce, un’ alimentazione più sana.

Lasciar spazio non é sempre scontato e dopo l’arrivo del bambino portarlo in fascia può aiutare ad affrontare questo passaggio molto forte. La fascia media il coinvolgiemento diretto delle braccia del genitore, quest’ ultimo può delegare al supporto il contenimento, il sostegno al proprio bambino. Una delega sia fisica che mentale per occupare le proprie braccia e la propria mente nel fare qualcos’altro. Azioni miranti a rispondere ai propri bisogni, attività quotidiane che facciano sentire il genitore di nuovo “competente”.

Lo spazio portato con la fascia aiuta il bambino a mettersi in contatto con una realtà molto diversa da quella dell’utero, una continuità di contenimento, di nutrizione psichica, uno spazio limitato dove il bambino possa sentire i confini di se stesso.

La fasciatura non sarà mai uguale a quella del giorno prima, del mese prima, perché nel frattempo sarà cambiato lui, sarà cambiata la persona che lo porta, in un continuo lavoro di riequilibri, un continuo cammino insieme di ricerca-azione, dove la fascia e la fasciatura seguono in ogni passo la crescita del bambino, della relazione, i suoi bisogni, quelli del genitore che lo porta, della famiglia.

Lo spazio nella fascia muta con il mutare del bambino, con il suo crescere fisicamente, con il suo necessitare di stimoli diversi. Così il bambino prima verrà fasciato davanti, completamente contenuto all’ interno della fascia, poi crescendo inizierà ad avere la testina fuori, i piedini non saranno più sostenuti, le braccia usciranno. Successivamente verrà portato sul fianco, nella posizione del ” dialogo” per integrare il ventaglio di stimoli sensoriali di cui necessita per crescere, per poi vedere il mondo dalla groppa del genitore, ” la rupe del mondo”, e farci ritorno quando ha bisogno di un luogo sicuro e di riposo, dopo aver esplorato il mondo gattonando o camminando.

Fino ad arrivare solitamente dopo i due anni a salutare la fascia naturalmente, semplicemente perché lo spazio si é fatto troppo piccolo.
Arriverà poi il momento in cui il bambino segnalerà che ha lasciato definitivamente lo spazio portato, perché avrà acquisito una propria sicurezza spaziale (il suo spazio personale?) tale da poterne fare a meno. Lo spazio sicuro, dove esprimere anche sentimenti forti, può diventare fisicamente la casa , psicologicamente il contenimento in famiglia” (E. Weber).

Mentre al genitore rimarrà l’esperienza di saper fare spazio al proprio bambino, non più preparando lo spazio nella fascia ma rispettando i suoi confini fisici, i suoi bisogni psichici nella continua ricerca-azione di nuovi equilibri.

Margherita Chiappini


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